Moda nel Catanese: il riscatto della provincia. Pronti per l’haute couture

Dimenticate i tacchi vertiginosi dalla famosa suola rossa, le gonne in tulle alla Carrie Bradshaw e lo struscio metropolitano per le boutique più chic della città.

La moda, oggi, è popolare, vive tra i vicoli più caratteristici delle piccole realtà, trae ispirazione dai colori vivaci delle tradizioni locali e si nutre degli accostamenti più azzardati. La contaminazione delle idee ed il rimescolamento dei gusti, infatti, hanno ribaltato le consolidate credenze. E nel calderone della globalizzazione è finita pure la vecchia quanto attuale diatriba tra le cittadine e le provinciali, tra chi sostiene di dettare e vivere le tendenze e chi subirle, sognando e sospirando. Eppure sembrano lontani i racconti dei catanesi circa le gesta ironiche dei barbari etnei!

Il sarcastico “sei paesano”, urlato agli abitanti del circondario, pare essersi tramutato in un vessillo jobsiano di ampia ispirazione e portata. Se uscire in pantofole era prerogativa dell’anziana vicina, indossare babouche con bordi di pelliccia e calzini di lana paillettati è diventato un accostamento degno del migliore stylist.

E se si arricciava il naso di fronte alle ordinate crocchie delle nonne, intrecciare ciocche in chignon spettinati, pardon, bump, è orgoglio di alta parrucchieria. Il “sei paesano” è dilagato anche nell’attività oggetto del contendere: lo shopping.

Inutile impantanarsi la vita per le vie del traffico cittadino, rischiare la rottura della vertebra lombo-sacrale negli slalom agonistici tra i camerini di prova e sorbirsi code interminabili alle casse per capi omologati.

Oggi vince il one piece only, trionfa chi scova il vintage, rispolvera i cult d’antan e li reinterpreta alla luce delle tendenze più attuali.

E così, i foulard acquistati nei famosi concept store catanesi diventano speciali se abbinati alle spille sapientemente ricercate tra i banchi del mercatino delle pulci la Domenica mattina, il pull lavorato ai ferri acquisisce carattere se arricchito dai nastri minuziosamente selezionati nelle mercerie di via Manzoni a Catania, il cappello in pura lana, trovato per caso in un antico emporio del corso Umberto di Bronte, dona un certo allure al cappotto più contemporaneo.

In questo gioco delle parti, tra chi veste e chi investe, tra chi imita ed inspira, la corsa modaiola non s’arresta, i vecchi antagonismi si riaccendono tra le fila di un negozio di città così come di una bancarella di provincia e si placano, ma solo per scambi tra gentil donne sulle piattaforme social, a colpi di like sull’ultimo selfie di turno. Nessuna reale approvazione, sia chiaro. 

Solo la contemplazione. Magari le sponde decorate del licodiese Nunzio Mazza, definito a rigore il Giorgio Armani dell’Ape, potrebbero sempre tornare utili come sfondo per la prossima foto.

Dopo Palermo, vuoi che Catania non diventi il set ideale per campagne haute couture?

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