Il delitto di San Giorgio, il senso della storia per una strategia di sviluppo

La notizia rimbalza sui social. Lo sdegno è unanime. Ancora una volta il patrimonio storico dell’acropoli di Paternò è stato sfregiato, violentato, deturpato. All’interno della chiesa di San Francesco (ex San Giorgio) – adiacente alla struttura conventuale – alcuni balordi (incaricati) hanno rimosso parte del materiale lapideo che costituiva i gradini di collegamento, tra l’aula della chiesa e la sua area presbiteriale. Opere realizzate negli anni ’80 dalla Sovrintendenza di Catania, utilizzando in parte il materiale originale –integrandolo con parti lapidee nuove.

Furto su commissione? Atto vandalico? Prova di forza? Messaggio intimidatorio? La banalità del male? Agli inquirenti il compito di indagare tra i possibili moventi. La città – tutta – è preoccupata.

Non è la prima volta. Qualche hanno fa – dopo la conclusione della prima parte del restauro e ricomposizione del complesso conventuale – furono rubate tutte le grondaie in rame e solo dopo qualche anno, integrate. Il danno sugli intonaci è visibile solo adesso. Vetri della chiesa infranti. Cavi e corpi illuminanti rubati. Tutto alla luce del sole, nell’indifferenza generale. Anche durante i lavori del 2008 si sono verificati strani fatti. Altari dal misterioso significato sono apparsi dentro l’edificio, quasi a scoraggiare il proseguo dei lavori. Un avvertimento? A chi interessa che San Francesco e l’acropoli rimanga una terra di nessuno? Un luogo dove il malaffare invade le antiche pietre e l’oscurità. Ogni leggenda è costruita ad arte per allontanare i giusti e i gentili. Riti satanici e iniziatici, presunti e reali, spaccio e storie inquietanti; quale mistero nascondono quei luoghi?

San Francesco o meglio l’ex chiesa di San Giorgio (XI sec.) è il cuore dell’antica città di Ibla Major. Gli studi condotti durante i lavori di restauro hanno fatto emergere nuovi scenari sul piano storico e archeologico, individuando strutture antropiche nel sottosuolo, coerenti alle murature emergenti. In questo senso è stato possibile formulare persino un modello urbano compatibile con le attuali preesistenze della collina storica – individuando le vie principali (cardo) e le secondarie (decumani); localizzando nel chiostro del convento la possibile agorà.

I saggi archeologici e geologici realizzati duranti i recenti lavori, hanno confermato tali ipotesi e incoraggiano a successivi approfondimenti. Quindi siamo di fronte alla parte più antica della città. Al cuore pulsante e sacro di una città sepolta ormai da secoli, che aspetta di svelare i suoi tesori alla collettività.

Il valore di questo sito è enorme, sia sul piano scientifico che economico. La possibilità di riscrivere la storia di questa città a partire dalle sue origini è un impegno che dovrebbe coinvolgere la politica, gli studiosi e l’intera collettività. La prudenza sul piano mediatico, che ha caratterizzato il lavoro – almeno fino ad oggi – di chi era preposto alla ricerca e alla divulgazione dei risultati degli scavi, deve essere riveduta. Serve la consapevolezza scientifica del valore dell’acropoli e la conseguente azione di promozione e valorizzazione della stessa. Serve la consapevolezza che tutta l’area ad ovest dell’acropoli deve essere oggetto di scavi sistematici per individuare la porzione di città greco-romana che si connetteva al fiume Simeto (navigabile 2000 anni fa). Per evitare che qualche furbo scavi clandestinamente e sotto la protezione di strutture di comodo. Si parla di ritrovamenti importanti come di colonne e parti di muri di edifici pubblici. San Francesco e il suo convento sono il punto di partenza di questa esperienza e nasconde persino le tracce di una moschea tra le sue mura e gli studi pitagorici e di archeometria fanno intravedere molto altro. Il tempio di Venere? Non ci stupirebbe se pensiamo alla trasposizione tra Venere e San Giorgio.

Si sono fatte mille ipotesi sul possibile utilizzo del complesso di San Francesco – anche se il progetto del 2012 ne prevede un uso coerente compatibile con quanto detto sopra: un cantiere culturale come incubatore delle ricerche da effettuare sull’acropoli e un museo della città. Se sull’uso si trovano certamente convergenze sulla gestione il campo è aperto. Sul modello delle “officine culturali” – che gestisce il complesso dei benedettini a Catania (sede universitaria) – si potrebbe aprire un tavolo di convergenza. Le associazioni e i privati – coordinati da un comitato scientifico di carattere pubblico – potrebbero avanzare nuovi modelli di gestione per il suo recupero pieno e per la sua valorizzazione.

Se all’interno sono previsti (secondo il progetto): il book shop, la caffetteria, la sala conferenze, gli spazi espostivi, le aule studio e la biblioteca multimediale, oltre che alla cripta archeologica nel chiostro con sala musica sul livello superiore possiamo pensare che ci siano i presupposti, per rendere fruibile e con una grande appetibilità all’investimento privato (a cui affiancare le risorse pubbliche), l’intero complesso.

Ovviamente serve una visione lungimirante, innovativa e internazionale. Serve un modello culturale che punti sulla ricerca, sulla condivisione dei risultati e sulla convergenza politica e gestionale. Serve pianificare le azioni che devono essere integrate tra loro in riferimento alle politiche sul turismo, sulla mobilità, sulla formazione, sul patrimonio monumentale e artistico, sulla ricerca archeologica e sulla comunicazione.

Serve un progetto culturale che non viva di misterici pregiudizi e veti partigiani per ritrovare il senso della storia e il suo valore nella costruzione di un futuro (che escluda i mandanti, di un delitto archeologico-storico-monumentale, già annunciato da tempo e sottovalutato). Il 23 aprile è San Giorgio, gridiamo basta.

Potrebbero interessarti anche i seguenti articoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.