Lentini e Paternò, un fiume e due voci: arte e bellezza per riscattare le “aree interne”

Lentini e Paternò, un fiume e due voci: arte e bellezza per riscattare le "aree interne"

Leontinoi e Hybla Major, due città attraversate da secoli di storia. Oggi, Lentini e Paternò, nel primo sabato del nuovo anno, diventano il teatro di due eventi emozionanti. Due città che si parlano, che condividono un fiume – il Simeto –che sono state presidio militare e di sacralità.

Un presepe domestico a Lentini, un concerto di bel canto a Paternò. Due momenti diversi, che emozionano, riportando l’anima dello spettatore in una nuova dimensione, a ritrovare quella spazialità spirituale che mancava da tanto. Prima l’uno e poi l’altro, due momenti unici e rigeneranti, come segni premonitori.

A Lentini un presepe magnifico, una sorpresa. Una collezione – Magnetti, Incadorna – presenta “Il presepe di fede attraverso la narrazione della nascita di Gesù” con la consulenza artistica dello storico dell’arte Paolo Giansiracusa, curato da Pippo Cosentino, Angelo Rabbito e Salvo Di Salvo. A fare gli onori di casa Corrado Magnetti, un piccolo vulcano in movimento. A svelare la natività l’Arcivescovo Emerito Salvatore Pappalardo, uomo mite e colto, amico di Paternò, di padre di Giovanni e di tanti altri confratelli del suo tempo. Un legame magico e inatteso, colto all’improvviso e trovato per caso, sull’uscio di casa.

Lentini e Paternò, un fiume e due voci: arte e bellezza per riscattare le "aree interne"Paolo Giansiracusa ha usato parole meravigliose per descrivere un presepe unico e ricco di figure, una rappresentazione di urbanità, di architettura, di antropologia, di santità. Corrado non colloca solo pezzi, inventa una città ideale che cresce negli anni, si sovrappone, utilizzando una la forma della città che conosce, quella scavata nella roccia, che si espande, creando connessioni, fondali, scenografie. Dentro questo presepe senza fine, trova spazio il mondo, quello della memoria, forse malinconico. Ma il presepe è anche una metafora, non solo quella teologica, quella di Francesco d’Assisi, c’è anche un messaggio chiaro verso chi vuole o tenta di recuperare le aree interne della nostra isola. Un presepe che è anche un manifesto politico e strategico. Dentro un ambiente domestico, forse periferico, si nasconde un gioiello di cultura e socialità. Un museo di casa, uno spazio espositivo che merita una visibilità più ampia.

A Paternò, sull’acropoli di Hyba Major, dentro la basilica di Santa Maria dell’Alto, dopo pochi chilometri di viaggio, un’oasi di bellezza. Un concerto fortemente voluto da Giuseppe Distefano – un tenore vibrante – insieme ad alcune associazioni culturali della città e il sostegno di Padre Salvo Patanè. A presentare la serata un’emozionata Mary Sottile, la giornalista che racconta da anni questa città sofferente e Alfio Cartalemi, pigmalione della serata.

Come uno squarcio nel cielo, ruscellati dalla luce della luna, vicini la madonna nera di antica stirpe, nel cenotafio di Giulia Florentina, si sono avvicendati al canto i soprani Daniela Schillaci e Manuela Cocuccio, il tenore Giuseppe Distefano, i baritoni Francesco Verna e Alberto Munafò, il basso Dario Russo, accompagnati dai maestri Gaetano Costa e Ivan Manzella. Emozionante, commuovente, travolgente. Come se si fosse liberato un demone. L’aula liturgica piena di gente, di cultori della musica, di curiosi, di amici, di appassionati. Famiglie, studiosi, comitive, tutti seduti ad ascoltare, a gustare un momento raro e inatteso di bellezza artistica. Un regalo gratuito per tutti. Senza etichette, passerelle, gerarchie. Solo musica e ascolto. Un’arte che manca alla città come appuntamento e tradizione e spesso goduta grazie ai musicisti che donano quest’arte alla comunità. Manca da troppo tempo il teatro, la danza e la bella musica, magari in un cartellone di appuntamenti che diventi tradizione culturale.

Lentini e Paternò, un fiume e due voci: arte e bellezza per riscattare le "aree interne"Presepe e concerto, Lentini e Paternò. Scultura e musica. In comune l’arte. In due realtà che hanno bisogno di esistere, di essere presenti in uno spazio strategico più ampio. Due esempi di volontariato culturale che meriterebbe più risonanza, capillarità nell’informazione e continuità. La gente ha bisogno anche di questo, di arte, per educarsi alla bellezza, per riconoscerla. Anche di questo, non solo, certamente. Ma le comunità periferiche, di quella città che diventano sempre più aree interne e marginali, attanagliate dai problemi più basilari (strade, servizi, sanità, disoccupazione e degrado urbano e sociale) devono ripartire dall’arte di qualità, non quella improvvisata, dilettantistica, quella che si esercita nelle feste parrocchiali. No, serve altro, serve un’arte matura e colta che non ridicolizzi l’artista, la comunità.

Ma serve un programma culturale organico, che punti sulla comunicazione, sulla diffusione, sulla capillarità dell’informazione. Anche con tour press dedicati. Bisogna ripartire da zero. Quello fatto fino adesso non ha prodotto frutti, solo “figurine” ambigue e autoreferenziali. Corrado Magnetti e Giuseppe Distefano sono i due personaggi chiave di questo inizio d’anno. Un segno straordinario che deve essere colto, anche dalla politica e non solo (a Paternò c’era solo una figura politica seduta in sala, è un brutto segno). Dentro questa serata, di questo primo sabato dell’anno c’è tanto altro, c’è una corrispondenza, quasi misterica, tra storie, bisogni aspettative, anche paure per un futuro incerto, tra guerre incomprensibili e tragedie senza senso, come quella svizzera. Bisogna ripartire dall’arte. Non sottovalutiamo la forza degli artisti.

Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

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