Ad Adrano l’ultimo saluto a Luigi Albino Lucifora: il discorso dei suoi “ragazzi” di una vita

Ad Adrano l’ultimo saluto a Luigi Albino Lucifora: il discorso dei suoi "ragazzi" di una vita

ADRANO – Un commosso ricordo ha riunito ieri nella Chiesa Madre di Adrano amici, ex allievi e concittadini per salutare il dottor Luigi Albino Lucifora. Poche ore dopo i funerali ufficiali celebrati a Catania dall’Arcivescovo Renna, la comunità adranita ha voluto tributare un omaggio intimo e personale.

Davanti alla bara, Angelo Pignataro, con la voce spezzata dall’emozione, ha letto un toccante scritto di Renato Milazzo, compagno di squadra nell’Adernò in gioventù. Entrambi facevano parte di quel gruppo di ragazzi che, negli anni della gioventù, furono plasmati non solo nel calcio ma nella vita dall’allenatore Lucifora.

Le parole rievocano la figura di un educatore unico, capace di trasformare le incertezze dell’adolescenza in una forza di gruppo, e di trasferire i valori dello sport – impegno, rispetto, umiltà – nel percorso di crescita personale di ciascuno.

Lo scritto, che pubblichiamo integralmente di seguito, non è solo un ricordo sportivo, ma il ritratto affettuoso di un uomo che con la sua “sobrietà scanzonata” e il suo approccio anticonvenzionale ha lasciato un’eredità indelebile in una generazione e in un’intera comunità.

IN RICORDO DI ALBINO

IN RICORDO DI ALBINO
Quando è tornato ad Adrano, noi eravamo ventenni. Portò con sè ad Adrano un’aria di
freschezza, di novità, di complessa semplicità, nel senso che la sua convinzione era che tutto
fosse possibile, bastava volerlo.
Noi lo abbiano conosciuto come un educatore, un amante impetuoso che si lasciava
andare nel concedersi e pronto anche a ricevere e da noi ha ricevuto, nel corso della nostra
attività agonistica e negli anni a seguire della nostra maturità ciò che un educatore sogna di
poter vivere: affetto, rispetto, riconoscimento per un percorso che ha scavato dentro ciascuno
di noi un ricordo indelebile che raccontiamo e che abbiamo raccontato e che racconteremo a
tutti.
Il dott. Lucifora – il mister come lo chiamavamo noi in campo – ha preso in mano un
gruppo di ragazzi e li ha messi dentro ad un sogno che mischiava calcio e vita di tutti i giorni.
In campo, le nostre incertezze e le nostre debolezze dell’adolescenza di giovani di paese
è riuscito a trasformarle in una forza incredibile: la forza di un gruppo che si autososteneva, che
si incitava, che si rendeva conto a poco a poco delle proprie capacità, che realizzava quanto
era forte e più forte diventava più rispetto aveva per gli avversari.

Questi aspetti sono diventati valori che Albino, con la sua sobrietà scanzonata, quella
che per gli altri, per chi non lo conosceva, era considerata “pazzia”, per noi era la maniera giusta
per affrontare le difficoltà del campo di gioco e quelle, più difficili, della vita.
A molti di noi, la sua determinazione e la presa di coscienza del valore che ciascuno
aveva dentro sè sono servite nella quotidianità: negli studi, negli affetti, nelle relazioni sociali.
Questa era la sua concezione del calcio: traslare i valori dello sport nella vita e crescere
con quei valori che ancora oggi ciascuno di noi porta con sè.
Personalmente e con gli amici di sempre, ancora oggi, mi faccio portavoce di questi
valori e li veicolo nella condivisione di momenti fantastici che ho creato e voluto
continuamente, chiamando a raccolta ognuno e, ogni volta, il nostro Mister è stato con noi.
È stato con noi ad Acireale a pranzo ed è stato il suo show tra gli aneddoti, le storie e le
foto di una volta; ha tenuto banco come sempre, ovunque fosse e con chiunque fosse.
Qualche mese fa, lo abbiamo voluto con noi, ospite dell’Associazione Nazionale della
Polizia di Stato di Messina e, dal palco del teatro di Adrano, ci ha offerto ancora una volta uno
sprazzo della commedia che è stata la sua vita.
Ricordo quella volta, quando – l’ultima giornata di campionato – il Bronte si presentò ad
Adrano con la prima squadra della Promozione, per farci perdere il campionato. Noi ragazzi
eravamo scoraggiati ma – guardando quel volto strano del Mister che non avevamo mai visto,
che ci chiamava ad un impegno che sapeva che potevamo superare – ci diede tutta la forza di

cui avevamo bisogno. Rivoluzionò la squadra in un attimo, scambiando ruoli, posizioni, tattica
e strategia, in un attimo, come se l’avesse però preparati mesi prima: il tutto tra lo sbigottimento
dei dirigenti, i malumori della tifoseria e lo scetticismo di tutti. Entrammo in campo come se
fossimo gladiatori piuttosto che calciatori. Ci era bastata quella sua determinazione che non
aveva lasciato nemmeno per un attimo spazio all’incertezza e al darsi per vinto prima di
combattere: aveva scombinato le carte di un gioco che conosceva bene, come sapeva bene
che a noi sarebbe bastato guardarlo negli occhi per seguirlo in quella sua pazza strategia, senza
indugio, con fiducia, con convinzione, senza tentennamenti. Vincemmo la partita per 3 a zero
e anche il campionato e lui vinse ancora una volta in campo e anche la sua ulteriore battaglia
contro una mentalità che non si prestava a quell’innovazione, a quella fantasia, a quelle
emozioni, a quella forza che Albino sprigionava ogni momento, ogni istante.
Qualcuno ne ha conosciuto solo il suo aspetto goliardico che ha rivoluzionato un paese
legato agli stereotipi del savoir fair e del politicamente corretto ma non ne ha conosciuto la sua
essenza profonda, nascosta dalla sua irriverente maniera di approccio alla vita che si era
imposta quasi come metodo relazionale per avvicinarsi meglio alle persone oppure per
allontanarne la prosopopea fine a se stessa, dalla quale si è sempre allontanato.
Un uomo, un personaggio, Albino, che è da rimpiangere certamente perchè ha smesso
di condividere con noi le dinamiche di questa terra ma che ci lascia un patrimonio che, senza
enfasi, racchiude tante vite, innumerevoli storie, vicende diverse, insegnamenti unici e poi
amore e passione tanta passione e voglia di vivere.

Chi ha avuto l’onore e il privilegio di stargli accanto, ora – in questo momento – ne può
ancora vedere il volto, la sua tipica espressione di chi prende in giro la vita e ti invita a farlo
assieme a lui; il suo sorriso unico che attrae e richiede condivisione e anche che cerca di
scoprire se l’ennesima marachella o la sua “trovata” sia piaciuta. Il suo volto è qui che ci chiede
non di condividere il pianto – non è da lui – e neanche la disperazione – che non è un sentimento
cristiano e quindi non può appartenergli – ma la gioia di non avere perso nulla di questa vita; di
avere fatto godere della sua presenza gli amici; di avere offerto la sua alta professionalità a chi
gli ha dato fiducia e lo ha voluto con sé, chiamandolo a compiti di grande responsabilità; di
essersi lanciato in un’avventura unica a cui ha dato tutto se stesso e da cui ha ricevuto tutto
quello che un uomo avrebbe desiderato.
Noi ragazzi dell’Under 20 dell’Adernò siamo qui, oggi, con te, caro Mister, per salutarti e
per ringraziarti, per averci insegnato a lottare, a vincere – con fierezza ma soprattutto con umiltà
– prima in quei campi antichi, difficili, sterrati, fangosi e, dopo, a vincere – tra i grovigli
dell’esistenza umana – le nostre battaglie personali: grazie, grande Mister, riposa in pace.
Siamo certi che riuscirai a prenderti gioco anche della morte.

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