Con Otello di Giuseppe Verdi era finita la stagione lirica 2025, e con Aida dello stesso musicista di Busseto si è aperta la nuova stagione, 2026. Una ragione precisa, ha sottolineato il Maestro Carminati, Direttore artistico del Teatro, che ha diretto l’orchestra in entrambe le occasioni, a conferma della sua vocazione naturale per il grande repertorio lirico. L’opera, simbolo di fasto scenico e profondità emotiva, è tornata sul palcoscenico etneo, dal quale mancava dal 2002, in una produzione (nuovo allestimento scenico), capace di coniugare solennità monumentale e intensa introspezione psicologica.
I valori musicali e tematici palesi e nascosti nell’opera ancora oggi ci sorprendono per via dei momenti intimisti sottolineati da un’elasticità timbrica e da una melodia sbalorditiva, e per via di certi declamati incisivi e taglienti, così anche il tono sublime del terzo atto.
Aida non smette di affascinarci proprio in virtù dei calibrati accostamenti tra il sole del trionfo e la luna del Nilo, tra la luce delle danze e i sogni di Radames e la cupa notte della tomba.
Un capolavoro, un classico (come ha sottolineato il regista durante la presentazione dei Preludi all’opera) cui non è dato di esaurirsi.Per questo ogni ascolto, approfondendone il mistero, è una nuova possibile interpretazione.
Questo ci hanno dimostrato, in questa edizione, tutti gli interpreti, a cominciare dalla direzione del Maestro Carminati che ha guidato la straordinaria orchestra del Teatro Massimo Bellini chiamata a una sfida immensa, questo ci ha dimostrato la messa in scena del regista, Marco Vinco, che ha operato una lettura in chiave simbolica e chiaramente moderna, ma ha saputo scoprire nel testo e nel libretto il senso profondo della terz’ultima opera del musicista di Busseto. “Per me Aida è l’opera del sacro, in cui il senso del mistero, presente nella parola e nella musica, emerge con insistenza durante tutta la vicenda e definisce profondamente le relazioni e le dinamiche fra i personaggi (…) Oggi dove noi possiamo recuperare questo sguardo?” (note di regia). Interpretare Aida significa, ancora oggi, darne una lettura “politica”, per i continui riferimenti alle ragioni dell’imperialismo -allora colonialista- e del destino, della sacralità intima e di quella ufficiale che si fa ragion di stato.
Sotto questa luce comprendiamo la lettura data dalla regia, a partire dalle scenografie, sontuose ma geometriche e per niente didascaliche, dai costumi cromaticamente caratterizzanti( di Guido Buganza), dal sapiente gioco di luci ( di Oscar Frosio) e dalla costante presenza di danzatori e funamboli sulla scena(coreografie di Filippo Stabile e Iliana Ciccarello), che hanno sottolineato con ricercata ed elegante tecnica evocativa, l’assoluta universalità di un testo esotico ma che riguarda tutti noi.
Il soggetto dell’opera, nel 1870, era stato ideato da un egittologo francese, Mariette Bey, poi giunto a Verdi, tramite il librettista francese Camille Du Locle, che affidò il compito di mettere in versi il libretto in italiano ad Antonio Ghislanzoni col quale lavorò per tutta l’estate del 1870.
La prima ebbe luogo Al Cairo nel 1871 (non per l’inaugurazione dell’istmo, ma successivamente) e poi, nel febbraio 1872, alla Scala di Milano e da lì di successo in successo, di trionfo in trionfo (è proprio il caso di dirlo) ha segnato la storia del melodramma nel mondo.
Rispetto alla dispersione narrativa del Don Carlos o della Forza del destino, il libretto è semplicissimo, sebbene sia evidente l’influenza del grand opéra alla maniera di Meyerbeer, nella spettacolarità delle scene. La vicenda si svolge a Menfi e Tebe all’epoca della potenza dei Faraoni. I civili egizi sono in guerra contro i barbari etiopi. Radames, capitano dell’esercito, è amato dalla figlia del faraone, Amneris, ma ama la schiava Aida.
Il tenore Jorge De Leon, nei panni di Radames, ha saputo unire, vocalmente, slancio eroico e fragilità emotiva. La gloria del guerriero e il dolce amore per Aida appartengono alla stessa manifestazione drammaturgica. Radames è innamorato di Aida, una schiava etiope affidata ad Amneris, la figlia del Faraone, a sua volta innamorata del guerriero. Il classico triangolo melodrammatico trova il suo spazio: Aida e Radames si amano segretamente, ma alla gelosia di Amneris non sfugge il turbamento della schiava.
Invertendo i vertici del triangolo, che Verdi aveva tante volte musicato, qui due donne si contendono un uomo, una gelosia nuova, diversa da quella di Otello. Forse la stessa scelta di un soggetto esotico, in un contesto culturale europeo che tendeva al Decadentismo, contribuì all’introspezione verdiana che non corre mai il rischio di un facile folklore, ma consente al compositore una maggiore libertà creativa.
Questa libertà la ritroviamo anche nella maestria dei cambi di scena; l’opera è caratterizzata da molte scene di massa e da alcune parti orchestrali che accompagnano la vicenda dei personaggi e il loro dramma intimo. In apertura di opera Radames canta una romanza, celeberrima, dove le rime alternate si legano a un profilo melodico ascendente dato dall’orchestrazione dove un flauto dolce, con registro più grave, accompagna la voce del tenore per riflettere, così, l’idea di porre Aida su un piedistallo mistico, al verso finale l’eroe sogna per lei “un trono vicino al sol”, e lentamente sale sulla scala musicale fino a un sì bemolle acuto che, però, in partitura viene segnato come pp morendo, si tratta di un sogno, di una preghiera non di un atto glorioso.
Verdi ha dato voce al conflitto: l’uomo contro la storia, l’amorecontro la guerra: il contrasto dell’anima è espresso dal semplice recitativo al più intenso declamatorio, fino al canto spiegato. Il soprano nel ruolo del titolo, Oksana Dyka, ha dato una interpretazione intensa e delicata insieme.
Soprattutto nella prima parte del secondo atto dove troviamo un ritratto psicologico altissimo di due donne innamorate: Aida e Amneris (Nino Surguladze, più volte apprezzata dal pubblico catanese), la bella principessa, il personaggio forse più affascinante e complesso dell’opera, capace di subdoli raggiri, capace di alterigia e di odio, gelosa sin dall’inizio, gelosa perché ama profondamente.
Dallo scontro Radames torna vincitore, seguito dagli etiopi in catene, compreso il re Amoastro, padre di Aida. Affascinante, originale e fortemente evocativa la costruzione scenica pensata da Vinco: pochi effetti didascalici ma un impatto visivo è potente. I simboli del potere e le forze del male, figure nere striscianti, riferimenti alla sacralità di una religione misteriosa, una piramide stilizzata sullo sfondo, il commento mimico dei funamboli che sembrano collegare in verticale la sfera dell’umano con le sue contraddizioni e la sfera del trascendente divino.
Franco Vassallo, nei panni del re Amonasro, uomo di nobile fierezza, ma capace di abili astuzie, ha raggiunto tutte le gammevocali e interpretative del personaggio fino al grido finale contro Aida “Non sei mia figlia, dei Faraoni tu sei la schiava”.
Dopo la poesia del terzo atto, dove Verdi riproduce lo scorrere del Nilo, e sembra quasi di percepire perfino l’odore di quel paesaggio così impalpabile, il finale, nel quarto atto, è quello della morte meritata per il traditore, scelta per la schiava innamorata. I due amanti chiusi dentro la tomba, sottoterra, cantano il loro “inno di morte” salutando la terra.
L’opera finisce con un pp “vaporoso”, uno sfinimento anche musicale, una resa intellettuale e morale di fronte al destino, di fronte al confine fra amore e morte.
La direzione d’orchestra si è distinta per chiarezza di lettura e attenzione alle dinamiche verdiane, accompagnando con sensibilità il canto e sostenendo la tensione drammatica dell’opera. L’orchestra del Teatro Massimo Bellini ha offerto una prova solida e ispirata, capace di esaltare tanto la grandiosità delle scene corali quanto i momenti più intimi e lirici.
Il cartellone proporrà nei prossimi mesi l’operetta La vedova allegra (musiche di Franz Lehar), Andrea Chénier di Umberto Giordano, il balletto Sogno di una notte di mezza estate, tratto da W. Shakespeare, I Puritani di Vincenzo Bellini (che arriverà dopo la pausa estiva), Carmen di Bizet, e si concluderà a dicembre con il balletto La bella addormentata, con musiche di Cajkovshij.
Opera in quattro atti, musica di Giuseppe Verdi, libretto di Antonio Ghislanzoni
Direttore d’orchestra: Fabrizio Maria Carminati, Regia: Marco Vinco, Scene e costumi: Guido Buganza, Coreografie: Filippo Stabile (Compagnia Create Danza, Orchestra del Teatro Massimo Bellini, Coro del Teatro Massimo Bellini guidato da Luigi Petrozziello
Aida: Oksana Dyka , Radamès: Jorge de León, Amneris: Nino Surguladze, Amonasro: Franco Vassallo, Ramfis: Insung Sim, Il Re: Romano Dal Zovo, Un messaggero: Ivan Tanushi , Sacerdotessa: Eva Corbetta
