Un enfant prodige, una guida, un visionario. Un testimone etico e professionale. Uomo o donna, a questo punto importa poco. Conoscitore del passato, della storia, ma con lo sguardo rivolto al futuro, consapevole della drammaticità del presente, attento ai bisogni di questa comunità e di tutte le sue parti e scaltro. Non solo una brava persona ma un protagonista che discerne e separa, che risolve le contraddizioni culturali, sociali ed economiche del nostro tempo, in questo territorio. Uomo o donna non importa ma certamente deve essere un soggetto politico che rompe con i cordoni maleodoranti del passato e si connette virtuosamente con la cosmologia politica, oltre le appartenenze. Ma soprattutto con il talento dell’ascolto, verso ogni voce della città. Quelle del popolo semplice e dell’élite culturale e imprenditoriale.
Un’utopia? Una follia? Forse. Ma vale la pena cercarlo, tra le nuove proposte che fioriscono in città. Per adesso solo proclami, piccoli gesti, dichiarazioni semplici, buoni propositi ma bisogna coltivare questa nuova energia. Evitando di buttare – dove si può – l’acqua sporca con il bambino dentro. Dobbiamo essere ottimisti ed evitare di essere trascinati dalla disperazione dell’antipolitica, dalle furberie dialettiche che tingono di nero e rosso ogni cosa. Discernimento, ponderatezza, capacità critica. Non sarà una corsa di velocità ma di resistenza, non sarà una passeggiata ma una salita impervia. In gioco c’è la sopravvivenza di una città ormai depressa, scoraggiata, privata di un orizzonte felice.
Il pericolo più grande sono gli sciacalli, quelli che oggi strisciano in silenzio, aspettando che la preda muoia da sola, per fame e sete. Organismi mascherati di bellezza e legalità che hanno attinto a piene mani nella pozzanghera avvelenata, sorridendo e cantando. Quelli che hanno fatto silenzio per ogni cosa, per paura di perdere un ramo, una foglia, una ghianda. Adesso, appostati dietro la siepe sperano di sfruttare la fragilità di quella politica che si era persa nella morsa dell’immodificabilità delle cose, del nulla cambierà.
Ma partiamo da un nuovo paradigma ideologico. La Rete di Trieste per esempio. Intesa come un network nazionale di amministratori locali e operatori sociali di ispirazione cattolica nato a partire dalla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani di luglio 2024 nel capoluogo giuliano e presentato poi nelle varie realtà italiane che ha visto tra i protagonisti l’Arcivescovo di Catania, Mons. Luigi Renna.
Non è un partito politico ma un progetto trasversale che si propone di mettere in pratica valori condivisi della Dottrina Sociale della Chiesa nella politica locale e nazionale. In sostanza, i promotori della Rete di Trieste sono figure chiave della politica cattolica insieme a numerosi amministratori trasversali e rappresentanti istituzionali che hanno contribuito alla sua diffusione su scala nazionale. Tra loro: Enrico Borghi (Italia Viva), Maurizio Gasparri (Forza Italia), Lucio Malan (Fratelli d’Italia), Tatjana Rojc (Partito Democratico), Mariolina Castellone (M5S).
E certo, se non si parte da una base ideologica, etica, morale e strategica, si finisce per fare quello che hanno fatto gli altri prima di noi: solo campagna elettorale per acquisire posizioni di vantaggio senza ricadute positive sulla comunità. Ripartiamo dalle idee, dall’umanità, dalla condivisione delle strategie. Quindi è necessario dare più spazio ai giovani, coltivare, partecipare e cooperare, sostenendo un welfare generativo e inclusivo, promuovendo la transizione ecologica, la tutela del territorio e della memoria storica, riconnettendo le aree interne, intervenendo sulle perifericità e i nuovi poli dell’abitare.
Uno dei grandi limiti della passata stagione politica – finita vergognosamente – è stata la mancanza di una visione e di pianificazione, a medio e lungo termine, insieme alla poca professionalità delle azioni, spesso prive di logica strategica. Un atlante di piccole azioni sconnesse e spesso mai portate a termine, coltivate e sostenute da tanti attori consapevoli, poche volte inconsapevoli. Basta. Voltiamo pagina, bisogna ripartire dal saper fare, ripartire per non morire.
Non possiamo pensare alla rinascenza della città se dimentichiamo le criticità semplici, quelle come la mancanza dei servizi essenziali, delle risorse energetiche, della manutenzione del patrimonio. O la normalizzazione dei rapporti tra amministrazione e cittadino, della tutela e valorizzazione del patrimonio storico e culturale; dell’accoglienza e dell’accessibilità ai servizi, ai luoghi, allo studio, alla bellezza per tutti. Non possiamo essere pessimisti ma non ci sarà nessun miracolo all’improvviso tra due anni, serve il lavoro duro di tanti. Serve il vigore e l’iniziativa delle nuove generazioni e l’esperienza degli adulti. Serve un patto tra le parti. Serve una competizione leale, di alto livello, pulita. Abbiamo tutte le risorse per farlo, ma bisogna uscire dai silenzi tattici, dai calcoli egoistici, dai pregiudizi ideologici, dalle Sirene, dai tanti Mangiafuoco che circolano per strada e dal gatto e la volpe. La soluzione non cresce sull’albero.

Una cosa è certa il comune di Paternò è stato sciolto per infiltrazioni mafiose e negli ultimi 13 anni Paternò è allo sbando totale per colpa delle amministrazioni Mangano, Naso e Naso Bis