“Innamorarsi di Cristo”: il racconto vocazionale dell’adranita don Nino La Manna, tra paura nella notte e Parola che ti studia

“Innamorarsi di Cristo”: il racconto vocazionale dell’adranita don Nino La Manna, tra paura nella notte e Parola che ti studia

Pubblichiamo, per gentile concessione della testata Prospettive, l’articolo di Alessandro Rapisarda dedicato al sacerdote adranita Antonino La Manna.

👉 Articolo originale:
https://www.prospettive.eu/2026/01/16/non-siamo-narratori-di-un-morto-la-storia-di-un-sacerdote-innamorato-di-cristo/


La prima immagine è luminosa e insieme spaventosa. Un fercolo che avanza nella notte, una folla compatta, il Cristo alla colonna che sembra travolgere tutto, con i capelli veri che ne accentuano il realismo.
«Io mi stringevo a mia mamma, ero spaventato. Era come se questa massa enorme luminosa ti passasse addosso. Avevo paura, sì. Ma quella paura piano piano è diventata curiosità, poi interesse. Non capivo perché Gesù soffrisse, però volevo sapere tutto».

Padre Antonino La Manna, per tutti don Nino, fa iniziare da qui il racconto della sua vocazione. Prima ancora c’era stata la nonna Maruzza, di Bronte.
«Era lei che mi raccontava la Passione del Signore. Me la raccontava sempre allo stesso modo, insistendo sul dolore, su Gesù che soffre. Non edulcorava niente. Io la tormentavo perché me la raccontasse ancora. Fino a sfinirla».

Quelle storie hanno inciso più di qualsiasi spiegazione.
«Non era curiosità. Era fame. Una fame che io allora non sapevo nemmeno chiamare».

In una Adrano dove la devozione al Cristo alla colonna attraversa la vita del paese da secoli, la processione del Giovedì Santo è stata una soglia. Un’esperienza che ha lasciato un segno, prima ancora di diventare una scelta consapevole.

«L’adolescenza è stata una distanza. Come per tanti. La cresima, poi l’allontanamento. Sembrava che quella storia non avesse più niente da dire alla mia vita».

La svolta arriva nell’estate del 1981.
«Padre Santangelo mi fermò mentre scendevo in piazza e mi disse: “Vieni alla riunione”. Non era una domanda. Io dissi sì solo perché mi vergognavo a dire di no. Ma da quella sera non me ne sono più andato. È cominciato tutto lì».

Accanto a quella guida, un altro legame decisivo è quello con Giovambattista Zappalà, compagno di studi.
«Ci siamo sostenuti a vicenda. Avevamo la stessa inquietudine, la stessa chiamata nel cuore».

Nel luglio del 1986 l’ingresso in seminario.
«Diciottenni, con la cravatta annodata male e il cuore che batteva nelle orecchie».
Ad accoglierli Giuseppe Picchinenna, ricordato per la sua umanità paterna.

Gli anni della formazione si dividono tra Catania e Roma, al collegio Leoniano e al Pontificio Istituto Biblico.
«Non sei tu che studi la Parola: è la Parola che studia te».

Ordinato sacerdote nel 1992 dall’arcivescovo Luigi Bommarito, rientra a Catania nel 1998. Pastorale giovanile, poi l’oratorio del Rosario di Adrano, quindi la parrocchia di San Pietro.
«Essere parroco dove sei stato figlio è destabilizzante. Non puoi nasconderti».

Nel 2019 la guida del Seminario Arcivescovile di Catania, negli anni duri del Covid.
«Seguire il Signore non è una fuga, ma una responsabilità».

Dal 2022 è direttore per la pastorale della cultura. Studio, dialogo con l’università, ricerca sul culto agatino. Un lavoro che porta anche al rientro a Catania dell’epigrafe di Iulia Florentina (320 d.C.), dal Louvre al Museo Diocesano di Catania.
«Ridare dignità storica alla fede significa custodirla. Altrimenti resta folklore».

Il filo che tiene insieme tutto è uno solo:
«Non siamo narratori di un morto. Siamo testimoni di un Vivente».

Niente disfattismo sul presente della Chiesa:
«Il mondo ha ancora bisogno della Chiesa».

E l’augurio finale, semplice e radicale:
«Innamorarsi di Cristo. Perché quando quell’amore resta vivo, anche le ferite diventano strada».

Riguardo l'autore Alessandro Rapisarda

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