Dialoghi con l’IA: filosofia, storia e letteratura in un cenacolo invernale

Dialoghi con l'IA: filosofia, storia e letteratura in un cenacolo invernale

In un pomeriggio di un freddo inverno siciliano, a ridosso dei giorni della merla, in tre convennero a consulto per interrogare l’intelligenza artificiale o machine learning, da questo momento in avanti, IA in ossequio alla convenzione.

Che, poi, si trattasse di un filosofo, di uno storico e di un letterato è coincidenza singolare, giacché, insieme investiti dal sacro furore della conoscenza, nei baluginii trasversali della postmodernità, muovevano a indagare il progresso in seno alla scienza, curiosi di svolte, innovazioni, regressi e pregressi, tipici degli andirivieni del tempo attuale, quasi unicamente regolato dalla velocità. In simile cenacolo quale ruolo assolvesse la terna degli intellettuali si spiega da sé, poiché a catturare l’essenza delle cose, oggi quanto ieri, fungono da catalizzatori i concetti, alla base di ogni vicenda attinente ai destini dell’uomo. Di narrazioni è piena la storia del mondo. Dalle origini fino a oggi, di raccontatori, novellatori, cantastorie, favolisti se ne sono esibiti in quantità. Fino a qualche secolo fa la tradizione orale costituiva lo strumento di trasmissione dei saperi da una generazione a quelle successive. A dare corpo alle idee, gli intellettuali hanno sempre usato la filosofia, ovvero la riflessione sull’essere, sull’accadere, sul divenire. Dalla matematica alla fisica, dalla psicoanalisi alla psicologia, dalla storiografia alla letteratura, lo strumento della speculazione sulle verità universali e astratte ha, spesso, aperto la porta all’applicazione. Non sempre per logica conseguenza, quanto per illuminazione, dall’universale al particolare. E viceversa.
Nulla di desueto, dunque, se in quel tramonto dai colori aspri dell’inverno, la postura degli intervenuti, i tre nominati raminghiconcettosi, somigliasse tanto a quella aleggiante in una seduta spiritica, il bicchierino fermo sul tabellone, mancante, il tavolo non sobbalzava al comando del medium, inesistente, l’ectoplasma, mai evocato, non proiettava riverberi sulla parete. Anche perché, nessuno dei tre aveva assunto il ruolo dello stregone, del mediatore con le anime dei defunti, tantomeno con i promessi nascituri, ombre nel limbo contiguo al pianeta terra.

Piuttosto, l’atmosfera, antesignana dei Dialoghi di Platone, aveva l’irresistibile fascino del Teeteto, la sfida dell’uomo per espandere i confini del sapere. E, a introdurre il dibattito, sebbene sul piano filosofico, la considerazione più semplice, non esiste sviluppo nella scienza, nel caso in ispecie l’invenzione dell’intelligenza artificiale, se non in riferimento all’essere, ovvero, all’ideaconcepita dal pensiero umano.
Ai lettori magari sorgerà il dubbio di un mancato nesso tra la cultura dell’antica Grecia e gli attuali esiti della società dell’informazione o digitale. E, nondimeno, non solamente essi esistono, bensì governano lo spirito del tempo con suggestioni persistenti, spesso immagini indelebili nei segni e nei simboli della quotidianità. A cosa servisse la Sibilla cumana o la Pizia, la sacerdotessa, oracolo di Apollo a Delfi, se non ad assolvere alla divinazione, ovvero al compito di decodifica degli arcani, inducendo attrattiva accattivante rispetto all’immaginazione e spunto di realtà con l’immancabile riferimento all’interpretazione polisemica, multipla, polivalente, di fatti accaduti e di eventi di là da venire, tali da affondare le radici nella notte dei tempi, dunque nel passato, comunque in proiezione a vaticinare il futuro. Se qualcuno avesse pensato all’intelligenza artificiale quale invenzione della postmodernità, sappia vi sono nella cultura greca, ma anche in civiltà ancora più antiche, modelli di riferimento.
Nell’intervento del letterato, il saggio, L’algoritmo di Babele, scritto a quattro mani da Andrea Colamedici e Simone Arcagni, ha introdotto il dibattito nei meandri della profetica, se così si potesse definire l’alea intrigata e intrigante della predizione di eventi futuribili nel prossimo destino degli uomini. Quanto fosse influenzata la politica degli antichi greci dagli oracoli appare evidente dalle tragedie e dalle commedie giunte fino a noi. Tanto da suggerire il paragone immediato con i sondaggi, oggi, ancora per poco, al centro delle decisioni dei partiti quanto dei singoli leaders, giacché prossimamente soppiantati dall’uso dell’IA.
Nel Pendolo di Foucault, Abulafia è il nomignolo del computer di Pim Causaubon, voce narrante; nei risvolti degli annali, l’identità del mistico ebreo spagnolo, Abramo Abulafia, vissutonel XIII secolo, fondatore della Qabbalah. In un solo segmento narrativo, il romanzo di Umberto Eco, contiene più simboli di un intero racconto esoterico. Ora si tenga conto dell’anticipazione rispetto al fenomeno di massa della diffusione del computer,affermatosi agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, immortalato nel Pendolo di Foucault, in uno con il parallelo con l’attualità nella introduzione della IA. Allora, come oggi, si attende un intellettuale versatile alla stregua di Eco, edotto della superiorità culturale dell’uomo rispetto alla macchina. In grado, quindi, di tessere una trama il cui co-protagonista, come allora fu il computer, oggi, pur sempre in posizione di subordine all’artista,necessita, sia l’intelligenza artificiale. Nei toni del messaggio di Eco di allora, eravamo nel 1988, niente e nessuno potrà mai sostituire la fantasia, la cultura, l’attitudine alla scrittura, la capacità di intreccio delle trame narrative dello scrittore di talento.
In materia di ingegneria robotica, il filosofo intervenuto si è speso a ricordare il ruolo di Asimov, il quale valutò avverabile, dopo avere inventato le tre leggi di riferimento,l’insubordinazione dei robot. Come non sempre i meccanismi costruiti dall’uomo stessero al suo servizio senza danneggiarlo. A quel punto nacque il quarto assioma o legge zero, seconda la quale un robot non può recare danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno.

Se il contributo di Isaac Asimov risultò nevralgico nellacreazione degli automi, realizzata per eseguire compiti specifici, tali da riprodurre in modo meccanico il lavoro umano, dalla elaborazione del filosofo applicatosi in seduta alla ricognizione intorno alle funzioni dell’IA, è uscito fuori il supporto testualmente mnemonico di essa inscindibilmente legato alla empatia cognitiva, ovvero la capacità della macchina di comprendere il dolore o la gioia dell’uomo e di interloquire in modo appropriato. Mai, dunque, di provare emozioni. Parimenti assente l’IA di intuizione profonda, essendo impostata su modelli matematici. Pure, nella circostanza, la tentazione fantasiosa di promuovere l’algoritmo ad amico dell’essere umano, ovvero a dotarlo di empatia emotiva, costituisce il baratro dal quale rifuggire. Ma al riguardo, nulla di assertivo. Ci sarà tanto da discutere prossimamente.

Dal concetto di disallineamento digitale tra azione e intelligenza, contenuto in Etica dell’intelligenza artificiale, saggio del filosofo Luciano Floridi, ha preso le mosse lo storico per illustrare, lo si riferisce in pillole, come debba essere la tecnologia ad adattarsi all’umanità e non il contrario. Nell’elaborato di Floridi, l’IA è una normale funzione informatica, infatti, definita, quale forma di agire efficace, nata dalla rivoluzione digitale, niente affattoprovvista di intelletto. Nella conseguente distinzione tra attivitàartificiale e politica si coglie il pensiero del filosofo, indirizzato a mettere a servizio dell’unicità dell’uomo, il capitale semantico.  A differenziare le macchine dagli esseri umani è il patrimonio di significati, esperienze, simboli, miti, leggende, saperi, uniche facoltà umane abilitate a interpretare, comprendere e orientare il senso della vita.
In chiusura, l’evocazione della IA sul tema dominante del romanzo, Morte a Venezia, l’infatuazione dello scrittore, von Aschenbach per il giovinetto Tazdio, con il fatidico risvolto se Thomas Mann potesse tendere alla pedofilia, ha registrato l’inequivoco, glaciale responso del sistema di elaborazione … autonomo per quanto sia, dentro i canoni della narratologia: quanto scritto nei romanzi dal singolo autore non è riconducibile alla sua esperienza autobiografica. Così sia!

Riguardo l'autore Angelo Mattone

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