Lo sguardo dei droni e l’oblio degli uomini: la lezione (amara) di Niscemi

Lo sguardo dei droni e l'oblio degli uomini: la lezione (amara) di Niscemi

La frana di Niscemi è una delle notizie più calde di questo momento.

Sono tante le testate giornalistiche che dedicano ampio spazio a una tragedia che ha radici lontane, responsabilità diffuse e conseguenze imprevedibili. Le immagini della catastrofe – dalla Sicilia, da questo piccolo paese della provincia di Caltanissetta, a due passi da Gela – invadono le case degli italiani, dalle Alpi all’Etna fino ai Pirenei. Quasi sconosciuta fino a ieri, isolata a causa di una ferrovia mai riattivata dopo i crolli del 2011, Niscemi si trova al centro di un fenomeno mediatico suo malgrado. Il sindaco già parla di “niscemiologia” come un fenomeno sociologico che trasforma tutti noi, da esperti di calcio in conoscitori della città di Niscemi.
Sul piano mediatico, l’opinione pubblica nazionale ha provato un certo fastidio quando ha scoperto che la frana non interessava la città abusiva ma quella storica. Una delusione collettiva che ha spiazzato tutti. Una realtà che non permetteva quella narrazione classica che pone il sud come causa delle sue tragedie. E così, subito a cercare un possibile nuovo colpevole, a partire dalla politica di oggi e di ieri, restando delusi dopo aver scoperto che il fondatore della città (1626) è morto da troppo tempo.

Lo sguardo dei droni e l'oblio degli uomini: la lezione (amara) di NiscemiMentre la frana avanzava, portandosi dietro case e strade, il focus si è spostato verso l’ipotesi di fondare una nuova città, oltre quella esistente, dentro o tra gli interstizi rimasti liberi nella città contemporanea. Nel giro di poche ore si sono visti (quasi) già probabili progetti, con tanto di render e copertine già firmate. E nel frattempo, i geologi sono impegnati a monitorare, studiare, misurare un fenomeno che sembra una sorpresa per tutti. Ma spuntano all’improvviso foto, notizie e documenti del passato – anche recente – che dimostrano che “era già tutto previsto” direbbe Riccardo Cocciante.
Ma dove siamo stati in questi anni? Chilometri quadrati di carta stampata con piante, relazioni, grafici e ipotesi mai realizzate, perché l’uomo, finita l’emergenza, torna a vivere come prima, e lascia a memoria della passata tragedia una piazza, una targa, una croce. Preferiamo dimenticare tutto il resto. In questi anni, nessuno si è preoccupato di digitalizzare, di registrare, di documentare quello che rimaneva provvisoriamente in piedi; nessuno si è preoccupato del potenziamento della viabilità di accesso alla città, né della sua messa in sicurezza. E il patrimonio culturale, artistico e monumentale è rimasto ai margini degli interessi, tranne che per gli studenti che frequentano le tante università siciliane e non solo, che hanno rilevato, fotografato e studiato ogni angolo della città. Questo patrimonio di studi è la risorsa più preziosa che possiede questa comunità per non perdere definitivamente la sua memoria.
Ma la tragedia – sul piano della narrazione – ci offre un altro spunto di riflessione. Ed è Alfio Sciacca – del Corriere della Sera – siciliano che vive a Milano a offrirlo a un gruppo di giornalisti presenti sotto il portico del municipio di Niscemi, in attesa della prossima intervista. La frana è raccontata dalle immagini dei droni che riprendono ogni istante da visuali impossibili, nuove. L’occhio della telecamera non è più quello umano. La misura della tragedia si amplifica e offre una visuale a occhio di uccello innaturale per lo spettatore. Arriva dove nessuno può più entrare, nella zona rossa, sotto il dirupo.

Lo sguardo dei droni e l'oblio degli uomini: la lezione (amara) di NiscemiNon sono immagini incorniciate, viste da un finestrino. Sono la realizzazione del sogno di Icaro. Una visione nuova del paesaggio tragico, non immaginata ma vissuta realmente. Una nuova verità topografica che offre anche una nuova gerarchia tra l’osservatore – spesso sottomesso – e l’ambiente-natura. Le chiese, i palazzi, le piazze, il fronte della frana diventano piccoli, come se fossero un presepe. Le immagini che le testate giornalistiche usano riducono ogni fotogramma a una cartolina al cui interno si consuma il dramma della gente. Da una parte le interviste agli uomini, quelli della tragedia e delle istituzioni e dall’altra un paesaggio simile a una scena di un film di Hollywood come “The Day After Tomorrow” (2004) sui disastri ambientali. Primi piani per i volti e campi lunghi per i paesaggi della frana.

Poi c’è quella ricerca spasmodica di foto storiche della città e della biblioteca che sta crollando. Una ricerca inutile da parte dei giornalisti, perché questi luoghi fino a poche settimane fa erano sconosciuti e privi di interesse. Nessuno fotografa o riprende la sede di una piccola biblioteca di paese dove ci sono i libri di una comunità minore. Libri scritti da sacerdoti e studiosi locali, definiti spesso dall’accademia come privi di valore scientifico (ora se ne declama ilvalore).
Ma Niscemi è anche una lezione per tutti noi. Forse è troppo tardi per la sua piccola biblioteca ma il suo sacrificio non deve essere vano. Bisogna pensare a tutti quei presidi della memoria che caratterizzano il nostro fragile Paese, Italia.
Investire nella catalogazione e nella digitalizzazione, a partire dalle realtà più fragili e in pericolo, contro il rischio di incendi, terremoti, alluvioni e frane. Non solo i libri ma tutto il patrimonio – culturale e ambientale – che costituisce quell’immenso paesaggio culturale, fatto di piccoli centri sparsi nelle aree interne dell’Italia che chiamiamo identità.
Rimane la sensazione che la nuova narrazione del drone stia cambiando la nostra percezione della frana, della tragedia. Forse giustamente amplificata, per dare il senso dell’impotenza dell’uomo. Ma la stessa modalità comincia a raccontarci anche le scene di guerra, e lo stesso drone diventa esso stesso uno strumento di guerra, non solo di lettura del paesaggio. La riflessione sotto i portici del municipio di Niscemi merita un approfondimento sull’uso etico delle tecnologie. Da quale lato vogliamo prendere un coltello? Dal manico o dalla lama?

Lo sguardo dei droni e l'oblio degli uomini: la lezione (amara) di Niscemi

Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

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