Il peso dell’icona: quando un volto politico entra nel “pantheon” di un affresco

Il peso dell'icona: quando un volto politico entra nel "pantheon" di un affresco

In tanti si sono meravigliati, beata ignoranza!, a causa di quel messaggero divino ritratto presso la basilica di San Lorenzo in Lucina, nella cappella del Crocifisso a Roma, con il volto della premier Giorgia Meloni. Al riguardo, varrebbe la pena interrogare i diversi apprendisti critici d’arte sull’affresco di Raffaello Sanzio, La scuola di Atene, conservato nelle stanze Vaticane, in cui il filosofo Platone ha i tratti del celebre contemporaneo del Divino, Leonardo da Vinci. A dirla in pillole, la celebrità costituisce il primo motivo per cui un attestato d’arte, sia un dipinto, un romanzo, un film o una canzone acquisiscono come protagonista l’identità di un personaggio noto.
Quel ritratto per la Meloni, vale tanto oro quanto pesa l’intero complesso chiesastico, non tanto l’angelo, poiché da entità impalpabile non pesa nulla. Attesta ai contemporanei e ai posteri, se il restauro non operasse già per cancellare le fattezze dell’attuale presidente del consiglio, la sua entrata nel canone, nel pantheon delle gesta, in qualità di prima donna alla guida del governo italiano.  E, non solo. Piaccia o meno, è così, giacché gli approcci faziosi difficilmente, se non con l’uso della violenza, scandiscono la storia.

Tra l’altro sia detto con rispetto, senza velleità polemica, l’anonimo restauratore, verosimilmente restauratrice, decisa a rivendicare l’essenziale apporto dell’altra metà del cielo nel contesto della attualità, ha usato l’ironia nel dare le sembianze della Meloni all’angelo, intanto nel collocare il ritratto nella cappella del Crocifisso, quasi a sottolineare le difficoltà maggiori, il calvario di Gesù, di una donna a esercitare un ruolo fino a oggi di esclusiva prerogativa maschile. Infine, quantunque possa trattarsi di sfumature, ma quante di queste in arte diventano motivi predominanti, nel caso specifico della composizione pittorica, il volto della Meloni, tra i tanti sciamannati protagonisti della politica odierna, è il più popolare. Anche per essere il più controverso, quantunque di significativo peso in un panorama, in cui lo scomparso vignettista Forattini avrebbe raffigurato gli improbabili ministri del governo della medesima Meloni, solamente con i tratti, ma senza le fattezze del viso.
Con gli angeli in sembianze di politici si apre anche questo ennesimo ciclo della narrazione del postmodernismo. Se il leitmotiv fosse meravigliare per forare il muro dell’indifferenza, ecco quella degli anni due del terzo millennio è l’epoca indicata. Ma andando per ordine, risulta vero l’adagio secondo il quale il mondo attuale ha cambiato le regole della comunicazione? No, affatto.

Nel corso dei secoli, l’approdo agli assetti sociali sperimentati dai consessi civici affonda le radici nei rituali, nelle credenze, nei miti e nei simboli delle comunità più antiche. In sostanziale corrispondenza con la società evoluta del postmodernismo. Sì, quantunque possa apparire paradossale, a influire sugli abitanti del pianeta terra sono esattamente le narrazioni, esse siano fantastiche o realistiche colgono anfratti irraggiungibili con l’ausilio della razionalità. Del postulato, ancora oggi, siamo debitori a Platone. Ma la cosa non si ferma qui, giacché senza il segno riprodotto in immagini, il re è nudo, il potere non fa presa sui sudditi, oggiliberi cittadini nelle democrazie avanzate, benché il pericolo di cadere sotto la tirannia del più forte, sia dietro l’angolo. Ricorderanno i lettori, l’imperatore romano Costantino, sognatore indefesso, il quale alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio vide in cielo stagliarsi una croce con la scritta, in hoc signo vinces. Non solo vinse veramente, ma il monogramma del Gesù crocifisso, convinse il condottiero romano a intraprendere un cammino di conversione verso il cristianesimo. A sua madre, Flavia Giulia Elena, venne elargita la canonizzazione per meriti controvertibili, la posterità le attribuì il ritrovamento della croce e dei chiodi con i quali aveva patito la condanna, Gesù. Da lì in avanti, la chiesa cattolica ha governato le coscienze di miliardi di individui. E, quantunque, l’episodio in sé, possa sembrare casuale, non lo è affatto, rappresenta una pluralità di emblemi, in quel frangente storico in via di diffusione, tali da consentire al singolo fruitore, allora, cittadino romano, l’elaborazione in versione di fantasia personale, a seconda delle proprie aspirazioni. Per cui la cristianità prevalse sulla religione politeista dell’impero, soppiantandone il culto. Ecco, a cosa serve il simbolo. E, questo è il motivo per cui in politica chi meglio lo usa più lontano va nel raccogliere il consenso degli elettori. Al più geniale dei politici dell’universo, Gaio Giulio Cesare, non sfuggiva la portata dei simboli, tanto da avere sempre e comunque rivendicato la sua discendenza divina dalla dea Venere, attraverso l’antenato quel Iulo, figlio di Enea, nella leggenda giunto nel Lazio in fuga da Troia espugnata dai greci. Appunto, qualcuno dirà, si tratta di leggende. E, anche al riguardo, la sorpresa sta dietro l’angolo. Di racconti eroici o religiosi è piena la letteratura, basti pensare all’Iliade, all’Odissea, all’Eneide e via dicendo, quanto ai libri del canone cattolico della Bibbia, senza considerare il Corano dei musulmani o la Tanakh degli ebrei, ma non per questo miliardi di fedeli non si prostrano in ginocchio al passaggio di un emblema del loro credo religioso.
Ora, magari nessuno si genufletterà davanti alle immagini dei governanti, ma sicuramente in tanti, per qualche lustro ancora, ricorderanno le parole pronunciate da Putin durante il vertice di Pechino, in Cina, nel settembre 2025, secondo le quali prima o poi l’uomo diventerà immortale.
Nessuna sicurezza al riguardo, ma il despota russo resterà nel ricordo imperituro presso i posteri per le sue innumerevoli,gratuite crudeltà, massacri perpetrati a danno di popoli, omicidi di connazionali, eccidi di uomini, donne e bimbi.

Riguardo l'autore Angelo Mattone

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