La Natura è madre generatrice e nello stesso tempo forza cieca e ostile. La Natura è ambivalente.
L’uomo, consapevole di se, decide attraverso la “tecnica” di dominarla e questo apre il conflitto infinito, di cui noi siamo testimoni. La Nike di Carmelo Mendola resiste simbolicamente a Naxos, vicino il suo parco archeologico. Una scultura in macro-filigranache sfida il mare, e come scrive Dario Stazzone, rappresenta la “fierezza e della forza del nostro popolo, un simbolo di rinascita”.
Lo scenario che si presenta ai nostri occhi è apocalittico, la costa Jonica è stata violentata, erosa, strappata, rimodellata. Le immagini che vengono proposte sui media sono incredibili; ci restituiscono un campo di guerra, città bombardate dall’acqua, e solo grazie all’allerta preventiva – diramata dalla Protezione Civile – che non stiamo raccontando della perdita di vite umane. Rimane l’amarezza, lo sconforto; per la distruzione di tante attività economiche, turistiche e ricettive, per le case e le strade spazzate dal vento e dal mare, facendo emergere reti, fili, canali, tubi. Sparsi come birilli, macchine motorini e ogni sorta di cose, sfidando le leggi sulla gravità.
L’uragano Harry ha attraversato tutta la costa e le aree interne, in Sicilia, Calabria e Sardegna. È stato devastante in particola modo proprio nelle aree di costa, sul lungomare, nei porti, nelle spiagge. Ha eliminato ristoranti, piste ciclabili, ferrovie. Ha fatto sparire ogni cosa, ha eroso la terra da sotto i piedi, ha trasformato il paesaggio che l’uomo aveva costruito con la sua “tecnica”.
Ma la Natura – la “physis” di Eraclito e Parmenide – è ordine razionale, l’uomo è parte di questa natura. “Il mare nell’Odissea di Omero è antagonista morale, strumento degli dèi contro la hybris di Ulisse”. La natura punisce l’eccesso umano. Per Dante nel Medioevo, le catastrofi, sono la manifestazione della giustizia divina; mentre per Leonardo – la natura – è studiata, analizzata e dominata attraverso la scienza oppure ostile come nella “Gerusalemme liberata” di Tasso. L’uomo vuole dominare quello che prima rispettava e considerava parte di se stesso. Ma nel Romanticismo tedesco tutto diventa sublime e ostile, e “Il Viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich del 1818 è l’immagine iconica di questo rapporto enfatizzando le figure umane minuscole davanti a paesaggi sconfinati. E quando la natura supera l’uomo, generando paura e ammirazione – ci dice Kant – nasce il sublime. Ma la natura è indifferente e crudele e l’uomo è illuso della speranza, così suggerisce Giacomo Leopardi. Mentre Giovanni Verga parla di ambiente naturale e sociale che schiaccia l’individuo, per lui nessuna ribellione è possibile.
Ma l’uomo tenta di dominarla. Per Heidegger, la tecnica riduce la natura a “fondo” da sfruttare e da qui Jonas indaga sull’etica della responsabilità verso la natura. Pasolini parla di natura violata dal progresso mentre gli artisti della Land Art esplorano il dialogo e non il dominio, spesso la denuncia ambientale. La natura è vittima. In pratica l’uomo e la natura cambiano le regole d’ingaggio: dalla sottomissione alla sfida, dal dominio ai sensi di colpa nei suoi confronti.
Oggi, l’uomo non combatte più contro la natura, ma contro le conseguenze del proprio dominio. L’uomo può solo opporre solidarietà e lucida consapevolezza, non la ribellione, ma la resistenza morale. La natura vince sempre, ma l’uomo può nobilitarsi nel riconoscimento della verità. L’uomo non combatte la natura: ne è vittima silenziosa. L’uomo non è centro del mondo, il progresso non garantisce felicità, la natura non risponde ai bisogni umani. Il conflitto con l’uomo non si manifesta come lotta eroica, bensì come lenta e inevitabile sconfitta. Leopardi e Verga ci restituiscono questa visione di sintesi.
Ma dopo l’uragano Harry – consapevoli che non è un caso isolato, se consideriamo gli effetti dei cambiamenti climatici – l’uomo ha il dovere di ricostruire, di rialzarsi, di trovare nuove modalità nel rapporto con la natura. Il tema di oggi è capire e governare il rapporto tra città e mare, tra città e campagna, tra città e suolo. Lungo i confini, i limiti, pensandoalle giaciture a terra, alle aderenze, ai dispositivi di mitigazione e resilienza. Ai materiali, alla storia costruttiva di una terra, perché ogni luogo conosce i suoi modi di essere resiliente. Le città devono adattarsi, trasformarsi. Forse conservare ogni cosa può risultare arroganza nei confronti della natura.
C’è un’emergenza normativa e finanziaria, c’è un’emergenza economica e infrastrutturale. Ci sono responsabilità politiche e strategiche: non servono risorse una tantum ma un piano applicato e applicabile. Un cambio di paradigma nel rapporto tra artificio e natura. Possiamo ripensare a Parmenide e alla sua armonia cosmica tra uomo e natura oppure a Kant con il sentirci piccoli di fronte alla tempesta. La strada tracciata dalla Land Art sembra interessante, quella del dialogo. Il nostro paese è da sempre fragile, dobbiamo dialogare con questa natura, l’arroganza determina un esito del confronto Verghiano, una successione di sconfitte inutili. Dobbiamo lavorare su due termini: la restanza e la resilienza. Restare e resiliare. Diventare junco, che si piega ma non si spezza. Dobbiamo imitare la natura, usarne i segreti, imitando i dispositivi, ammettendo una verità indissolubile, siamo noi stessi natura. Quindi coltivare e custodire la terra.
Non basta sbracciarsi le mani per spalare la terra, serve un quadro etico morale e un piano d’azione a lungo tempo. Non servono ideologismi ma idee praticabili. Non solo nel Sud ma nell’intero Paese Italia.
