Un’intera collina che continua a venir giù, 1.500 sfollati e altri cittadini ancora da evacuare. Il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, in un’intervista al Corriere della Sera, spiega come si sia potuti arrivare a questo scenario: «È una sciagura annunciata. Che quel terreno fosse franoso lo sapevano anche i bambini. Le esperienze passate purtroppo non hanno insegnato nulla. È come se ci fossimo affidati al fato. Del resto, da noi in Sicilia si dice ancora: “Comu finisci si cunta”. Vale a dire: racconteremo come finirà. Alla fine la natura presenta il conto».
Alla richiesta di un intervento da due miliardi di euro avanzata da Elly Schlein, Musumeci frena: «Mi pare presto per fare preventivi. Di certo, il governo Giorgia Meloni farà la propria parte fino all’ultimo. E sono certo che lo stesso farà la Regione».
Sull’ipotesi di utilizzare risorse destinate al ponte sullo Stretto, il ministro replica: «Non sono iscritto al partito del benaltrismo. Il ponte è necessario, come le infrastrutture idriche. I soldi ci sono stati in passato, ma destinati altrove. Abbiamo costituito una struttura nazionale che si occupa solo di siccità».
I geologi sottolineano che le precipitazioni non sono state eccezionali: 45 millimetri di pioggia contro i 100 del 1997. «La pioggia è solo una concausa – spiega Musumeci – ma non l’unica. La pianificazione urbanistica di quell’area non ha tenuto conto della fragilità del suolo. Troppa pressione antropica: lì non si doveva costruire».
La frana, però, era nota da oltre trent’anni. «Certo che era conosciuta. Nel 1997 fu sfiorata la tragedia, lo ricordo bene. Ma non tutti gli interventi preventivi e di messa in sicurezza annunciati in quell’occasione furono poi realizzati».
Musumeci ricorda anche il periodo da presidente della Regione Siciliana: «Sì, e ho l’orgoglio di aver fatto la legge urbanistica attesa in Sicilia da quarant’anni. Ovviamente, il Comune di Niscemi nei miei cinque anni non ha sollevato il problema dell’abitato».
Nonostante i fondi arrivati negli ultimi decenni, la prevenzione è rimasta incompleta: «Tra veti, contenziosi e sottovalutazioni, la messa in sicurezza strutturale a Niscemi è rimasta solo una buona intenzione».
I cittadini sperano di poter tornare nelle loro case, ma in alcune aree ciò non sarà possibile. «È troppo presto per tracciare linee sulla mappa mentre la frana è attiva e continua a scendere a valle. Di certo, in parecchie di quelle abitazioni non si potrà più tornare. Servirà ricostruire altrove, con una nuova pianificazione che tenga conto delle vulnerabilità del territorio».
«In casi del genere – conclude – i governi nazionale e regionale possono finanziare la costruzione di nuovi alloggi in aree sicure, come stiamo facendo per la frana di Chieti. Nel frattempo agli sfollati viene garantito un contributo per l’autonoma sistemazione. Parliamo di case non più abitabili, ma non abusive. Servono nuove infrastrutture, manutenzione costante e un nuovo approccio culturale da parte di tutti, cittadini compresi».
