Se James Barrie, lo scrittore che ha inventato il personaggio di Peter Pan, ha immaginato un’isola che non c’è per chi non voleva crescere, ad Adrano invece la realtà ha superato la fantasia: nel cuore di una distesa di aridità culturale, in via Tagliamento 37, è nata la libreria “L’Isola che c’è”. A guidare questo vascello di carta non c’è un eroe leggendario, ma Maria Andaloro: una capitana mossa interiormente da un amore che trasuda da ogni singolo scaffale.
Il Corriere Etneo ha incontrato Maria, che ci ha regalato una testimonianza ricca di intensità emotiva e intrisa di una passione pura per i libri e la letteratura. È il racconto di chi ha coltivato per anni il desiderio di poter un giorno sguazzare tra i grandi capolavori letterari e, alzando lo sguardo, poter finalmente dire: «Ecco, questa è la mia isola». Un percorso che abbiamo deciso di raccontare attraverso cinque parole che abitano fisicamente la sua libreria, come fossero i cinque punti cardinali dell’isola: sogno, amicizia, libro, libertà e viaggio.
Tutto ha inizio da una passione viscerale che affonda le radici nell’infanzia, quando Maria cresceva letteralmente attorniata dai libri: «La mia passione nasce sin da quando ero piccola. Sono stata sempre attorniata dai libri — ci racconta — il mio libro della vita è “Pollyanna” che ho letto in diverse fasi della vita ma che ogni volta mi dice cose e mi dà risposte diverse così come “Il Piccolo Principe”. Sono una grande amante della letteratura russa. Leggo tanti classici e pochi contemporanei, perché penso che siano proprio i grandi classici a darti le vere risposte».
Una bussola interiore che non è rimasta confinata alla sfera privata, ma si è trasformata in una svolta di vita radicale, in un sogno che pian piano è diventato concreto. Maria, infatti, vive la sua passione in una maniera diversa: «In realtà questo non lo vedo come un lavoro, ma come l’apertura del mio cassetto dei sogni», spiega con emozione. È una storia che parte da lontano: abitando esattamente sopra quel locale che un tempo non c’era, diceva a sé stessa, con la capacità di sognare tipica dei bambini: «Qui sotto aprirò una libreria». È stato come un richiamo del destino che l’ha portata a interrogarsi profondamente su cosa volesse davvero dalla vita, arrivando alla conclusione che il suo sogno più grande fosse proprio questo. Ma l’apertura de “L’Isola che c’è” è stata anche un modo per stringere un legame di amicizia e lealtà con le proprie radici. «Volevo spendermi per il mio territorio — sottolinea Maria con fermezza — perché per me la gente che c’è ad Adrano vale e lo sto riscontrando da quando ho aperto la libreria. Vedo un’Adrano bene e colta, dai bimbi di tre anni alle settantenni che entrano qui e mi consigliano i libri; ecco, tutto questo è il mio atto politico per Adrano».
Il bilancio di questo primo periodo di attività è, nelle parole di Maria, «positivissimo, positivo sotto tutti i punti di vista». Nonostante l’entusiasmo, la capitana di questo vascello non nasconde di aver attraversato momenti di dubbio, quelli tipici di chi sfida lo stato delle cose: «In cuor mio ero consapevole del potenziale di Adrano, ma a volte ho pensato: sono una pazza, apro una libreria ad Adrano…». Eppure, quella “follia” si è rivelata una scommessa vinta. Oggi Maria si dice davvero soddisfatta e ogni dettaglio della quotidianità assume i contorni di un piccolo miracolo pieno di gioia: «Ogni piccola cosa — racconta con emozione — dalle ragazze che mi chiedono di voler fare il tirocinio qui, ai gruppi di lettura con bambini e adulti, fino alle persone che vengono a trovarmi… ogni cosa è per me un regalo inaspettato»
Questa risonanza, molto più forte di quanto lei stessa potesse sperare, ha trasformato la libreria in un organismo vivo, il cui cuore batte come quello di ognuno di noi: «Mi aspettavo molta meno risonanza», confessa Maria, quasi stupita dall’onda d’urto positiva che la sua isola ha generato. Ma il successo non si misura solo nei numeri o nelle vendite: il vero tesoro che “L’Isola che c’è” sta restituendo al territorio sono i legami umani. Al di là dei libri venduti e delle pagine sfogliate, ciò che rende orgogliosa la libraia è il fatto che, tra quegli scaffali, «si sono create delle belle amicizie». La dimostrazione che una libreria può essere molto più di un negozio: è un porto sicuro dove le persone non solo trovano storie da leggere, ma si ritrovano tra loro, abbattendo il senso di solitudine culturale che spesso le affligge.
Il successo di questa scommessa culturale si misura anche attraverso le attività che animano la libreria. Tra queste, un posto d’onore spetta ai momenti di lettura con i più piccoli, coordinati da Pamela Tomarchio. Il progetto dedicato all’infanzia si è evoluto al punto da doversi sdoppiare per fasce d’età, accogliendo bimbi dai tre fino agli otto anni. Si legge insieme un albo illustrato e poi se ne discute, seminando curiosità nel fertilissimo terreno della mente infantile. Maria, con la sua ironia sagace, commenta così questo traguardo: «Sono un’ottimista cronica. Non guardo mai se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto; al massimo lo travaso in un bicchiere più piccolo e mi faccio uno shottino. Anche se fossero venuti solo due bambini, per me sarebbe stata comunque una vittoria».
Un’altra attività proposta dalla libreria è il club del libro, da cinque mesi diventato un appuntamento fisso. Inizialmente veniva proposto un tema tramite la pagina Instagram della libreria e gli interessati potevano scegliere tra diversi volumi inerenti a quella tematica. Ora gli stessi partecipanti propongono un libro che hanno intenzione di leggere o che hanno amato particolarmente e, scrivendolo su un foglietto, attendono che venga sorteggiato. Il club del libro è uno spazio che permette di uscire fuori da sé stessi, leggendo qualcosa che magari non avremmo mai letto, di empatizzare con persone diverse e capaci, ognuna, di emozionarsi a modo proprio e, perché no, a volte anche di lanciarsi in vivaci e accesi dibattiti. Da tempo Maria custodiva l’idea di un club del libro — un progetto immaginato con titoli evocativi come “Il giro del mondo in 12 libri” — che con l’apertura della libreria è inizialmente però rimasto frenato da una comprensibile paura di lanciarsi. La scintilla decisiva è scoccata grazie all’incontro con Ylenia Sangiorgio, biancavillese , anima della pagina social “La campana di vetro”. È stata lei a dare la spinta finale: «Facciamolo, anche se restiamo io e te a parlarne». Oggi quel club è diventato una realtà solida: quella che doveva essere una chiacchierata tra poche amiche si è trasformata in un appuntamento che vede riunite, in media, venti persone ogni volta.
Nel cassetto dei progetti futuri di Maria c’è ora la volontà di intercettare la fascia d’età più complessa ma, allo stesso tempo, affascinante: quella degli adolescenti. Sogna inoltre che all’interno del grande gruppo di lettura possano nascerne altri, più piccoli e spontanei, come nuovi germogli di una pianta che non smette mai di crescere.
Tra i momenti emozionanti vissuti dietro la scrivania della libreria, Maria ne ricorda uno che incarna perfettamente l’anima del suo progetto letterario: il gesto della mamma di un bambino cieco, «che mi ha regalato il logo della libreria scritto con l’alfabeto Braille… e il sogno è anche riuscire a integrare questo bimbo per le attività di lettura». Al di là dei singoli episodi, la gioia più grande resta la qualità dei legami nati tra gli scaffali: «La cosa che mi riempie tanto è che si sono creati dei rapporti umani forti… persone che conosco da quando ho la libreria, in realtà, ma che sono diventate amici e famiglia… Questa cosa di creare legami forti è la mia vittoria più grande, anche se domani dovessi chiudere».
L’estetica della libreria è stata curata dall’architetto Ramona Lavenia, «anche lei una ragazza che ha deciso di rimanere qui e spendersi per il proprio territorio». Maria ha voluto che l’ambiente parlasse anche di radici e legami familiari: «Volevo che ci fossero dei pezzi a cui sono particolarmente legata, che sono la scrivania di mio nonno e la vetrinetta di mia nonna». Un dettaglio fondamentale riguarda però il concetto di tempo: «Una cosa fortemente voluta è che in libreria non c’è un orologio, perché il tempo si deve fermare».
La scelta del nome ha un significato speciale: «Ci ho pensato tanto. Dicevo a mio marito: chissà se succederà davvero che un giorno aprirò la saracinesca della mia libreria. Ho voluto fortemente “L’isola che c’è” perché voglio che questi pochi metri quadri siano tassativamente un’isola felice. Ci siamo: l’Adrano, la Biancavilla bene ci sono, un tessuto sociale davvero bello c’è, e voglio che questa sia un’isola felice in questo senso».
In una città spesso raccontata attraverso le sue difficoltà, “L’Isola che c’è” rappresenta oggi – senza esagerare – un piccolo faro di vita e cultura, unospazio in cui i libri diventano fonte di incontro e crescita collettiva. L’isola immaginata da Barrie era un rifugio per chi temeva di diventare grande; quella nata in via Tagliamento, invece, è uno spazio concreto in cui una comunità sceglie di andare avanti insieme, girando una pagina alla volta.


Vendiamo libri ad Adrano da più di 40 anni, e una libreria nata l’altro ieri diventa il faro culturale di un paese di 40.000 persone.
Giornalisti da strapazzo.