Per le giovani generazioni, non tanto i Millennials, quanto per i nati dalla metà degli anni Novanta in avanti, individuati con il simbolo della lettera Z, parlare del Senatur è come citare il paleolitico, un’era della storia distante, quasi perduta nelle nebbie del passato. Intanto, diventa arduo comprendere chi fosse, successivamente quale ruolo avesse esercitato nel variegato mondo dei partiti, la Lega Nord per l’indipendenza della Padania, fondata da Umberto Bossi, di Cassano Magnago, comune in provincia di Varese. Provando a percorrere le vicissitudini del Senatur, così nella parlata popolare del Settentrione, e della sua creatura, si entra nel vivo della storia controversa dell’Italia. A dimostrazione fosse un animale politico, il futuro segretario della Lega, a poco meno di un mese dalla caduta del muro di Berlino, avvenuta il 9 novembre 1989, si era precipitato, esattamente il 4 dicembre, a registrare a Bergamo, presso il notaio Emanuele Perego, il movimento, risultato di un percorso di assembramentodi una serie di rivoli di associazioni indipendentiste, insofferenti, in quanto ribelli, rispetto alla centralità dello stato, con connotati di discriminazione marcata nei confronti di cani, terrun e negri, a cui si impediva l’ingresso nei locali della Lombardia. Nella corsa contro il tempo di Bossi, oggi per allora, si comprende come avesse con il suo solido intuito, intercettato non tanto la fine di un ciclo quanto di un’epoca della storia mondiale. Discorso complesso e nondimeno pervasivo, quello del messaggio leghista agli elettori, nel senso avesse un sostrato di razzismo coltivato con cura, soprattutto in talune province, a Bergamo in primo luogo, dagli attivisti del neonato partito, contro gli immigrati e i meridionali, in barba al fatto fossero indispensabili sia all’economia del Nord Est, quanto a quella del Nord Ovest, giacché inseriti a tutto tondo nel tessuto produttivo. A proposito, tanto da raccontare. Con tempo e spazio tiranno ci si industrierà a comunicare in rigorosa stringatezza, il retroterra sul quale si muoveva la Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Grazie all’iniziativa di un docente dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Gianfranco Miglio, il federalismo, da anni studiato nelle università tedesche, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, concetto teorizzato da Max Weber nell’opera La politica come professione, fu adattato dal cattedratico alla realtà dell’Italia settentrionale, consentendo a Bossi, pur nelle usurpazioni semplificanti dalla politica, di scalare i vertici del parlamento italiano, fino a entrare nel primo governo Berlusconi come alleato principale di Forza Italia. Mal gliene incolse, sicuramente al Cavaliere, allora presidente del consiglio, costretto alle dimissioni dopo appena otto mesi di scontri all’arma bianca con i leghisti. Ma la manovra di liberarsi le mani dalle pastoie del potere, tornò utile al Senatur, il quale sposando lo spirito libertario del suo elettorato, coniò quattro slogan, la mafia è ad Arcore, fora Berluska, Roma ladrona, la Lega ce l’ha duro. Se con Berlusconi, in seguito sarebbe tornato il sereno, a Roma, sul finire degli anni Novanta del secolo scorso Bossi sarebbe diventato lo spauracchio per i partiti di governo, fino ad allora pilastri della nazione. Infatti, con l’avvento di Tangentopoli, il Senatur, incurante di avere le mani sporche per una tangente intascata dalla Montedison, nella vicenda Enimont, montò in cattedra a sostenere il pool della procura di Milano, avendone il beneficio di guidare la rivolta alla conquista del potere.
Complesso stabilire quanto fosse consapevole il leader settentrionalista della fine politica segnata, fin dal sorgere della Lega Nord, essendo stato eluso dal pool di Mani pulite, il ricorso al finanziamento illecito, a fronte di condanne indefettibili appioppate ai rimanenti partiti, a esclusione dell’allora Movimento sociale italiano e del Partito democratico della sinistra, erede del Partito comunista italiano. Se, in seno al pool della procura di Milano, il ragionamento sotteso fosse quello di addossare le colpe esclusivamente alle formazioni ricadenti nell’area di governo, salvando quelli fuori da essa, Bossi era incorso nell’errore di comprendere tardivamente, quanto letale fosse occupare la tolda di comando, già alla prima occasione, l’11 maggio 1994, nell’appoggiare il primo governo presieduto da Berlusconi.
Con una improvvisa marcia indietro, il Senatur avrebbe rimediato, provocando la crisi, pochi mesi dopo, il 17 gennaio 1995, nondimeno segnando con la Lega Nord anche il suo destino personale. Se Aldo Moro, più volte presidente del consiglio e ministro della repubblica aveva, tra gli anni Sessanta e Settanta, del secolo scorso, provato a emancipare l’Italia dalla doppia tutela della cortina di ferro, la dominanza a Occidente degli Stati Uniti, a Oriente dell’Unione Sovietica, rimettendoci la vita, Umberto Bossi aveva rotto l’unità d’Italia, sancita nel lontano 17 marzo 1861, e mantenuta intatta dal sacrificio di generazioni di donne e uomini, improntando il suo operato a una spregiudicatezza degna di migliore causa. Sicuramente, le motivazioni addotte di mascherare sotto le mentite spoglie di una costituenda confederazione, l’intero novero delle regioni italiane da federare allo scopo, nascondeva il motivo della riforma, allora predisposta dal già citato Gianfranco Miglio, di conservare le ricchezze prodotte nel luogo di produzione, oggi si direbbe il prodotto interno lordo sarebbe rimasto laddove originato, annullando, quindi, la redistribuzione del reddito, in uno con forme perfettibili di perequazione della ricchezza. Ma cosa peggiore, avviando lo smantellamento dello stato sociale, con esso la privatizzazione della sanità, oggi pienamente in atto. Si comprenderà, di conseguenza, quanto fosse errata la volgare battuta circolata nella seconda metà degli anni Novanta, quella relativa alla Lega ce l’ha duro, decodificata dagli irridenti antagonisti con la facezia sguaiata, il Senatur cerca donne a cui piace molle! Esattamente il contrario, Umberto Bossi aveva contribuito a dare il colpo finale all’intento di fermare l’ascesa dell’Italia tra le potenze globali. In uno con il ripiegamento dell’economia verso spiagge sconsideratamente liberiste, probabilmente risultato dei finanziamenti iniziali di privati imprenditori di cui aveva fruito la Lega Nord, nei frangenti della sua prima apparizione. Ammesso non ci fosse una volontà internazionale in tale direzione, utile anche a profondere sovvenzioni. Elemento, di cui sarebbe magnifico se saggisti e storici si potessero occupare prossimamente, in ragione degli scopi e dei denari impiegati per la fondazione della Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Quel sostantivo, indipendenza, ha tanti risvolti meritevoli di riscontri.
A Bossi, in questi giorni sullo scudo di tanti tabloid italiani e stranieri, per la sua scomparsa, si deve, appunto, l’inizio del processo di disaggregazione dello stato unitario costruito sul sangue di tanti ragazzi italiani del passato, di coloro i quali sulle ceneri del fascismo avevano provato a erigere una nazione moderna, avulsa dai soliti egoismi territoriali, in grado di essere, aveva raggiunto lo scopo negli anni Ottanta, la quinta potenza nel mondo.
Adesso, in morte, ammesso lui sia stato credente e tra i lettori ci siano cultori dell’aldilà, la sua anima avrà da rendere conto al sommo dei tribunali.

