Esistono esistenze che si consumano nella superficialità e altre capaci di assistere al mondo con gli occhi dello spirito. Quella di Mariella Murisciano è la storia di un’anima vissuta oltre “un muro”, una riflessione profonda sul dramma della quotidianità. Un diario della memoria dove i ricordi si fanno beffe del tempo attraverso la poesia. Mariella ha abitato una tristezza “più grande di lei”, nata forse ancor prima di lei, ma resa più lieve dalla luce della parola.
Mariella Murisciano nasce ad Adrano il 27 luglio del 1933. La sua vita cambia bruscamente la notte di San Silvestro del 1938, quando una grave encefalite la colpisce agli occhi, spegnendole la luce ma accendendo in lei una profondissima visione interiore che mai più la abbandonerà. Da quel momento inizia un viaggio formativo che attraversa l’Italia: dalle prime scuole elementari a Catania, dove presso la “scuola speciale” dell’istituto Ardizzone Gioeni impara il sistema Braille, fino al trasferimento a Bologna dagli studi medi all’università. Il percorso prosegue a Roma, per conseguire il diploma di insegnante di sostegno per non vedenti presso la scuola statale “Augusto Romagnoli”, per poi concludersi con il ritorno a Catania e una carriera trentennale presso la Cassa di Risparmio.
È però tra la carta delle sue creazioni poetiche che Mariella ha costruito la forma della sua anima: una produzione che attraversa molti anni: dall’esordio con Piccolo Beauty (1980) — titolo che richiama la cura gelosa di ninnoli e ricordi — passando per Fili di luce (1982), Darreri lu sipariu (1986), Raggio verde (1988), Coriandoli (1991), fino a Ikebana (1997), Qualche minuto per te(1997) e la cura dei pensieri di Nino Salvaneschi (1998). Il suo cammino editoriale si chiude con Quel che resta d’un filo (2000) e Tra le rughe del cuore (2005), opere in cui la poesia si fa diario e ancor più cenno autobiografico.
La poesia, per Mariella, prima di vedere la luce è rimasta nascosta, in attesa: “Da ragazzina al liceo già scrivevo però non pubblicavo. Anche perché non era semplice. I miei scritti rimanevano nel cassetto”. Parole rimaste protette fino al 1980, quando l’incontro con l’editore Tuccio Greco le ha trasformate in pubblicazione: “Scrivevo tutto quello che mi veniva in mente. Molti mi hanno dato della pessimista ma io sono semplicemente realista. Scrivevo quello che vivevo. La poesia mi ha aiutato molto anche psicologicamente”.
Un aiuto che si è negli anni arricchito di condivisione, portandola a frequentare i circoli poetici di Nino Marzà, funzionario della Rinascente, e a collaborare con la rivista del professore di Biancavilla Mariano Piccione, fino a sfidare la bellezza e la complessità della lingua d’origine con l’unica raccolta in siciliano: “Ho pubblicato solo una raccolta in siciliano, Darreri Lu sipariu. Mi sono documentata bene anche perché la lingua siciliana è molto difficile”. Una voce che ha abbracciato persino lo schermo e le frequenze radiofoniche, tra Radio Borgo con il professore Cirino Maravigna e le apparizioni a “Noi oggi” con Salvo La Rosa, senza mai dimenticare l’importanza dell’impegno civile come dirigente dell’Unione Italiana Ciechi di Catania, dove curava incontri letterari sia di poesia che di prosa.
Il legame con Adrano è un laccio di affetto ma anche di dolorosa nostalgia. “Adrano mi ha dato molti dispiaceri però gli voglio molto bene. Un po’ perché ci sono nata e vissuta fino a sei anni”. È tra le mattonelle di Via Apollo 7 che tutto è iniziato, tra i banchi frequentati come uditrice e poi quel 18 maggio del 1940 quando, grazie all’aiuto del dottor Crisafulli, varca la soglia della “scuola speciale” dell’istituto Ardizzone Gioeni. Ma Adrano è stato anche il luogo del ritorno: “alle medie mi sono trasferita a Bologna dove ho frequentato poi il ginnasio e il liceo, anche se ho dato la maturità classica ad Adrano in cui ho trovato grande sostegno dalle sorelle Dell’Erba e da un professore che mi faceva ripetizioni. Ci tengo a ricordare pure il funzionario del comune negli anni ’50 Giuseppe Stimoli, i padri Bascetta e Santangelo e i vigili urbani Gemma e Cammarata”.
Oggi Adrano è un ricordo contrastante. Tra gioia e dolore: “ora sono nove anni che non vengo ad Adrano, da quando è morta mia sorella più grande. Eravamo tre sorelle. Tina, io e Tanina”. I suoi nipoti sono tutti lì, radici di un albero che è cresciuto altrove ma che non ha mai smesso di attingere linfa dalla sua terra d’origine.
“Ero molto brava a scrivere sulle macchine Olivetti, ora purtroppo per problemi di salute faccio molta fatica. Vivere da tante parti mi ha aiutato inoltre nella mia produzione poetica. Ho sempre scritto per me. Non ho mai partecipato a concorsi”. Poi il ritorno a Catania, la laurea non conseguita per pochi esami e i trent’anni alla Cassa di Risparmio. Una città che l’ha accolta e le ha regalato amicizie profonde.
La voce di Mariella si riempie di calda emozione quando la memoria camminando inciampa nei versi. C’è una gioia pura nel suo leggere: “Questa poesia l’ho scritta perché un tempo i disabili non venivano accolti bene dalle loro famiglie. Io sono stata fortunata perché la mia famiglia mi ha sempre sostenuto. Dicono sempre che i disabili sono diversi”. Non trova subito la poesia che cerca, perché si sa, le cose che cerchiamo spariscono sempre, ma ce ne regala un’altra, nata dal gesto semplice di un collega che un tempo le offrì tre rose: “Ho stretto tanto forte le tue mani che ancora le sento in fondo al cuore/con gioia ricorderò quelle parole/sorridi Mariella e va con fede”.
Il suo sguardo si fa strada attraverso una sfaccettata elaborazione: “si vede con il cervello, gli occhi sono solo un mezzo. Il mio cervello è sempre rimasto sano. Non ho difficoltà a parlare di fiori, qualunque cosa, per me è normale. Non me lo sono mai chiesta come faccio.” Una normalità che si è nutrita anche di un grande maestro, il poeta Nino Salvaneschi: “amo molto Nino Salvaneschi. Ho raccolto tutte le sue frasi e ho pubblicato un libro. Ne leggo una: ‘La vita che non sempre è una festa di luce e di colori va ugualmente vissuta quale visione d’amore’. Hanno scritto di me pure che sono leopardiana perché somiglio a Salvaneschi che a sua volta gli somiglia, anche se credo in verità di non essermi ispirata a nessuno.”
Il suo cammino è stato particolarmente segnato da quello che lei definisce il vero e proprio intervento di un angelo custode: “un periodo ero molto triste. Volevo liberarmi dall’accompagnatore di cui solitamente ho bisogno. Ho deciso di andare con il treno bianco a Loreto. Mi hanno lasciata sola nel pullman. Allora sono scesa e ho pensato che un’autista potesse investirmi. Ho chiesto aiuto e un ragazzino di dieci anni mi è venuto in soccorso chiedendomi dove volevo essere accompagnata. Si chiamava Emilio. Non ho avuto neanche il tempo di ringraziarlo, ma un ragazzino senza genitori lì doveva per forza essere un angelo custode.”
Una vita costellata da significativi incontri con monumenti dell’arte, della cultura e dello spirito: “Ho conosciuto personalmente Giovanni Paolo II. Lorin Maazel, direttore d’orchestra statunitense al Bellini di Catania, Michel Quoist, autore del libro ‘Parlami d’amore’ e il violinista Uto Ughi. Molti incontri indimenticabili.” Eppure Mariella ha sempre cercato la semplice verità e l’ordine di forme poetiche come l’acrostico o l’haiku: “mi piacciono molto gli acrostici. Ne ho scritte due raccolte intere. Amo tanto anche l’haiku giapponese. Ne ricordo uno a memoria:
‘Nessun timore
della propria realtà
basta affrontarla’. “
La poesia è dopotutto un atto di liberazione: “la poesia mi ha dato tanto perché mi sono liberata da molte cose. All’inizio non ho affrontato bene la minorazione sensoriale. Poi mi sono presa di coraggio. Ho iniziato a viaggiare. Sono stata in Spagna, Portogallo, Germania, San Marino, Austria e Svizzera. E poi due volte a Lourdes dove ho trovato due suore canossiane, Mariagrazia e Mariarosa, che non mi hanno fatto sentire il disagio provato a Loreto.” Una forza che incontra una malinconia di fondo: “sono una tipa molto triste come lo era mio padre, però l’ho sempre combattuta bene. Ho spesso bisogno di comunicare, parlare e dialogare. Ci sono riuscita in molte cose e in altre no.”
Il pensiero finale volge alla Biblioteca di Adrano e a chi ha saputo accogliere e apprezzare la sua eredità: “sono contenta di averla ritrovata. Ho dato i miei libri e poi ho trovato il sostegno della dottoressa Annamaria Palermo che ringrazio infinitamente.”
A dare ancor più ricchezza a questo ritratto è la testimonianza di Daniela Scarvaglieri, pronipote di Mariella, che racconta un’icona privata fatta di calore e speciali percezioni: “ho ricordi molto positivi della zia. Frequentavo spesso casa sua. Andare da lei era una vera festa. Mia zia Mariella si è sempre impegnata tanto per la causa delle persone non vedenti, la sua testa e il suo cuore sono sempre in grande movimento. Anche se la sua vista è andata via, i suoi altri sensi sono sempre stati più sviluppati rispetto ai nostri”. Un fermento che si è fatto anche dedica personale: “Ha sempre scritto delle bellissime poesie e ne ha dedicata una a me e mia sorella.”
Un legame intriso di contatto fisico, di tatto, oltre l’immagine: “mi aspettava con le braccia aperte e toccandomi riusciva a trovare dei difetti sui miei capi di vestiario. Cose che noi con la semplice vista non vediamo. Mi dice sempre che io la capisco più degli altri perché siamo entrambe nate sotto il segno del Leone. Io mi rivedo tantissimo in lei, è sempre stata una donna molto forte e ha sempre fatto tanto per noi”. Daniela ricorda infine con grande emozione i momenti pubblici, le presentazioni dei libri che diventavano una grande celebrazione, seppur il cuore del suo racconto resti tutto concentrato nel profumo delle quattro mura della zia: “quando presentava i suoi libri era una vera e propria festa, era piena di orgoglio che dimostra in ogni cosa che fa. Ricordo ancora i profumi di casa sua che è sempre stata ‘festa’. Mia zia è una donna molto calorosa. Una donna che vede oltre”.
Il 28 maggio, la Biblioteca Comunale di Adrano le renderà omaggio attraverso l’ultimo incontro di poesia del laboratorio “Poesia arte dell’anima” tenuto dal professore Umberto Lanza. Un appuntamento che la vedrà presente attraverso la forza dei suoi versi. Proprio per questo la sua assenza fisica sarà solo un’illusione. Perché Mariella Murisciano ha già vinto la “notte dell’oblio” attraverso un’esistenza piena di amore:
“Esprimendo teneramente quanto ho nell’anima / libera da pregiudizi e ipocrisia / mi conforta la riflessione di Ugo Foscolo: / sol chi non lascia eredità di affetti / non rivive nel ricordo dei superstiti / e solo chi vive una vita sterile d’amore / è sepolto nella notte dell’oblio più profondo / e nella morte dell’indifferenza”.
