Nicola Braile, attore e doppiatore di Adrano: sangue siciliano e tragedia greca nelle vene

Nicola Braile, attore e doppiatore di Adrano: sangue siciliano e tragedia greca nelle vene

Sangue siciliano. Tragedia greca nelle vene. Nicola Braile fagocita il mondo dell’arte con l’istinto. Una traiettoria dritta nata con il sogno siracusano e scaraventata a Roma. Un corpo, una voce. Un attore totale.

Nicola Braile, attore e doppiatore nato ad Adrano nel 1966, cresciuto tra grandi maestri e interprete di numerosi ruoli tra teatro, televisione e doppiaggio, inizia a raccontarsi così, con l’accensione del primo fotogramma del suo viaggio artistico, durante una gita scolastica: “Sono andato in gita al liceo nell’84 a vedere l’Oreste di Euripide a Siracusa e lì ho avuto una chiara sensazione di voler fare questo nella vita. Ho interpretato Creonte nell’Edipo Re con un regista veronese. L’abbiamo fatto a Roma, Verona e Conegliano Veneto. Quel regista mi ha detto che noi siciliani abbiamo nel sangue la tragedia greca. Si verificò così in me questo fenomeno quasi trascendentale in cui qualcuno dall’alto mi infuse questo desiderio di fare l’attore.”

Un’illuminazione che deve fare i conti con la realtà spietata e le barriere di un mondo dell’arte spesso elitario e blindato: “Il problema è stato poi scegliere cosa fare dopo il liceo. La scuola dell’Inda di Siracusa di teatro antico non era ancora attiva ma c’era l’Accademia di arte drammatica che purtroppo è piuttosto elitaria. In Italia il cammino artistico non è facile se non si hanno ‘santi in Paradiso’. Sarebbe stato molto più semplice averli nel mio lavoro di attore e doppiatore. Ho dedicato trentasei anni della mia vita a questo percorso, ho avuto soddisfazioni ma anche tante delusioni e amarezze.”

Ma i ricordi più emozionanti riportano l’inquadratura sul palcoscenico di Adrano, tra i corridoi della scuola, il sostegno del preside e un’amicizia speciale: “Al liceo poi ebbi l’occasione di interpretare la commedia ‘La cantatrice calva’ di Eugène Ionesco. In prima battuta non mi ero proposto di partecipare ma poi il preside Ligresti di Paternò mi fermò nel corridoio e mi chiese perché non mi ero proposto. In effetti Mr. Smith era fisicamente molto adatto a me. Infatti alla fine venni scelto io. Voglio parlare anche in onore di un caro amico e collega adranita, Pascal La Delfa, che ha cominciato nei miei stessi anni, gestisce un teatro a Testaccio, vive anche lui a Roma, e si è dedicato più alla recitazione e alla drammaturgia e non tanto al doppiaggio. Portammo in scena quindi ‘La cantatrice calva’ con la regia del professore Calì. Fu un grande successo e la proponemmo a diversi licei. Prima il classico e lo scientifico e poi le repliche seguenti furono per genitori e parenti e per tutta la settimana girammo a replicarla in tutte le scuole di Adrano. Sia io che Pascal avemmo la chiara consapevolezza di avere le qualità di fare questo lavoro. Avevo una certa dose di istintualità e di energia, il cosiddetto ‘fiore della giovinezza’ come diceva il maestro di arte drammatica giapponese Zeami nel campo dell’arte drammatica. Infatti non credo di aver interpretato quella volta il ruolo di Mr. Smith peggio di come lo farei oggi.”

Una spinta artistica viscerale che supera persino i tentativi di allontanarsi dall’arte e le deviazioni imposte dalla vita: “Dopo provai ad iscrivermi a Giurisprudenza a Milano. Feci una serie di incidenti di percorso. Forse fu un errore lasciare la Cattolica di Milano. Poi dopo il servizio civile iniziai il mio cammino artistico contattando il doppiatore e attore Pino Colizzi che era stato studente e amico di mio padre e lui mi diede un piccolo aiuto per lanciarmi nel mondo del doppiaggio insieme a Giorgio Lopez, un altro dei miei maestri. Iniziai a dicembre del ’91 a fare un po’ di doppiaggio nella famosa serie Strauss Dynasty. Da lì non ho più smesso di fare doppiaggio. Nel giugno del ’92 ho fatto il mio esordio teatrale interpretando un dramma di Annibale Ruccello e poi da lì continuai a fare teatro. La mia prima fiction è stata nell’autunno del ’97, la famosa serie tv Avvocati. Poi tutto un succedersi di soddisfazioni e delusioni. A differenza dell’universitario che in qualche modo porta a casa il risultato se studia, spesso l’attore anche impegnandosi può non ottenere i risultati sperati.”

E quali sono gli attori e doppiatori che l’hanno ispirato? E il rapporto con il grande maestro Colizzi? “Quando Pino è passato a miglior vita a febbraio ho pianto. Un uomo d’altri tempi. Mi ha insegnato tante cose. Erano consigli di pura saggezza. Un giorno mi disse: ‘Qualcuno prima o poi ti chiederà di dire imperatore con la o aperta. E tu lo dirai perché pagato per dire questo’. Aveva ragione. Grazie all’università ho potuto studiare anche l’origine storica di alcune regole della grammatica italiana. A volte la regola del raddoppiamento fonosintattico non è rispettata dagli stessi direttori del doppiaggio. Una volta mi hanno chiesto: ‘Potresti dire salite a bordo? Invece che abbordo?’. In quel momento mi sono ricordato di Colizzi e di imperatore. Prevalgono a volte degli influssi settentrionalistici. Tutto ciò ha senso perché è giusto che certe regole si evolvano.”

Oltre alla tecnica, c’è lo stupore di aver visto da vicino i giganti del leggio mentre infondono la loro anima nel doppiaggio: “Oltre Pino Colizzi c’è stato Giorgio Lopez tra i miei maestri. Ho conosciuto tantissimi attori e doppiatori molto bravi. Ho avuto l’onore di assistere al doppiaggio di Amleto di Zeffirelli ad opera di Giancarlo Giannini. Un’esperienza molto utile che mi ha fatto capire l’istintualità dell’attore al di là della teorizzazione. Alla fine l’attore è uno che ha un talento per fare l’attore.”

Fino ad arrivare a quegli incontri che lasciano il segno per l’umiltà dei veri grandi: “Stimo tanto anche Francesco Pannofino che è una persona meravigliosa. Mi fece un provino nel marzo del 2004. In sala c’erano Michele Gambino, Simone Mori figlio di Renato Mori che ha doppiato anche Morgan Freeman. Francesco mi disse: ‘Apri il copione e scegli il ruolo che vuoi’. C’erano due ruoli. Uno di questi si chiamava Nick. Un uomo di colore più o meno della mia età. Meno male, perché l’altro era Steven Seagal e sarebbe stato un po’ imbarazzante fare il provino con Michele Gambino lì presente che lo doppiava. Il provino andò benissimo e scoprii due anni dopo che Francesco mi raccomandava in giro. Un grande, molto umile perché solo i veri grandi non hanno paura che un giovane li insidi e gli rubi spazio. Un altro di questi è Fabrizio Pucci, la voce di Russell Crowe ed altri. Ringrazio anche Fabrizio Manfredi. Pochi sono quelli che non posso ringraziare.”

Dietro un microfono o sopra un palcoscenico, l’anima di un artista è spesso sospesa tra i traguardi raggiunti e la voglia di trovare una nuova maschera da indossare e nuovi sogni da rincorrere: “Come attore sono assolutamente insoddisfatto. A parte Creonte ho interpretato Teseo Duca di Atene nel Sogno di una notte di mezza estate, il dottor Balanzone del Teatro comico di Carlo Goldoni, Ercole nell’Alcesti di Euripide, Giove nell’Anfitrione di Plauto. Posso ritenermi soddisfatto a livello teatrale. Il mio sogno è interpretare Edipo Re ma a Siracusa. Vorrei tornare a fare fiction. Nella prima serie di Gente di mare ho interpretato un professore di medicina primaria. Le persone mi riconoscevano per strada pochi mesi dopo la messa in onda. Però il personaggio è rimasto solo in tre puntate a causa dei tagli di sceneggiatura. Sarebbe stato un bel trampolino di lancio. Vorrei quindi avere una consacrazione a livello di attore di fiction perché ho scoperto di funzionare bene anche lì. Non sono stato fortunato sotto questo punto di vista.”

Se il set televisivo resta un conto in sospeso, la sala di doppiaggio si trasforma invece in una seconda casa, un legame indissolubile proiettato verso il futuro, rivestito di profondi legami e dolci desideri: “A livello di doppiaggio invece, che è il lavoro che mi porterò anche oltre la pensione, vorrei doppiare altri attori che ho già doppiato. Vorrei ridoppiare Clive Owen che ritengo abbia un timbro baritonale molto simile al mio. Mi piacerebbe ridoppiare anche in un ruolo più importante un attore stuntman australiano che si chiama Mike Duncan. Ho doppiato anche Dougray Scott, pure su di lui credo che la mia voce stia bene. E un giorno, chissà, mi piacerebbe doppiare un James Bond e poter dire ‘Il mio nome è Bond, James Bond’.”

Un’inquadratura stretta sul leggio rivela un segreto che non è un segreto: la voce non è un elemento isolato ma il riflesso di un corpo che si muove per vestire con trasporto i panni del personaggio, ereditando tecniche tramandate dai più grandi interpreti del mondo del doppiaggio: “Bisogna sapersi muovere al leggio. Bisogna muoversi insieme all’attore che si interpreta. Ovviamente senza movimenti troppo esagerati per evitare rumori che il microfono può registrare. La difficoltà del doppiaggio è proprio recitare su qualcuno che è già stato chiamato ad interpretare quel ruolo. Un altro grande doppiatore che ho conosciuto è Peppino Rinaldi che interpretava Marlon Brando e Paul Newman. Semplicemente cambiava effetto della voce muovendosi leggermente. Quando il fonico di doppiaggio gli chiedeva ‘mi fai un po’ di campo?’ lui girava semplicemente un po’ la testa senza allontanarsi dal leggio. Un altro grande che ho avuto l’onore di conoscere è Ferruccio Amendola. Lui ci insegnava a tenere un timbro di voce basso che permetteva di avere maggiore elasticità della laringe. Si arrabbiava con noi ma lo faceva per il nostro bene perché tentava di insegnarci una tecnica di recitazione. Si faceva avvicinare il microfono molto vicino alla bocca e parlava con un filo di voce dando a Sylvester Stallone questo tono cavernoso.”

Dal buio della sala emergono interpretazioni capaci di imprimersi nella memoria del pubblico, frammenti di pellicola in cui la voce si plasma fino a diventare irriconoscibile, regalando sussulti onirici: “C’è gente che mi conosce per aver doppiato Colt in Matrix e Koleniko in Pirati dei Caraibi. Ho avuto anche un discreto successo in Servant, un telefilm horror per Apple TV. Ho doppiato Uncle George. E molte persone mi hanno detto che non mi avevano riconosciuto. Recentemente ho avuto successo avendo dato la voce a Jules Verne nel documentario Sapiens andato in onda su Rai 3 di sabato sera. Una grande emozione che ho provato è stata quando Claudio Sorrentino, doppiatore di Mel Gibson tra tutti, mi ha chiamato a ridoppiare Patrick Wilson in Prometheus di Ridley Scott. Un ruolo molto onirico in cui ho dovuto utilizzare un timbro leggero e soffiato che è venuto molto bene.”

I riflettori si spengono per lasciare spazio al richiamo delle radici, a quel legame viscerale con la propria terra che funge da ancora salvifica nei momenti spiritualmente più ardui. “Con Adrano ho un rapporto viscerale. Secondo me chi è nato in riva al mare deve tornare a respirare il mare, chi è nato alle falde dell’Etna come me deve tornare a respirare quell’aria. Ho ancora i fratelli e i cugini che vivono lì e io sento il bisogno di mantenere intatta questa linea identitaria soprattutto nei momenti di difficoltà esistenziali. In questo periodo sento il bisogno ogni tanto di tornare ad Adrano, respirare l’aria dell’Etna, salutare i miei genitori al cimitero e magari mangiare anche una bella pizza con i miei cugini. Il rapporto con Adrano è viscerale. Io amo questo paese con tutti i suoi difetti e pregi. Rispetto a oggi credo che quando ero giovane avesse più fermento culturale. Sono fiducioso che tutto possa migliorare però e che Adrano possa risorgere. Mi hanno chiesto anche di rivolgermi al sindaco per fare qualche spettacolo ad Adrano ma non ho una mia compagnia e uno spettacolo pronto, essendomi distaccato dal teatro, e quindi non mi sono proposto per il momento. Il Teatro Bellini va riconosciuto all’amministrazione, è tornato a nuova vita e mi piacerebbe recitare lì. Adrano offre grandi possibilità recitative anche all’aperto. Mi piacerebbe fare uno spettacolo insieme a Pascal La Delfa magari potendo tornare in Sicilia da vincitori, anche se lui sarebbe d’accordo con me: fino a quando non faremo Edipo Re a Siracusa o Taormina e una fiction da coprotagonisti non si può dire di essere vincitori. Sicuramente è una vittoria essere durati in questo lavoro.”

E il divertimento dietro il doppiaggio? “Mi viene in mente il poliziotto con l’accento pugliese, Eddie dei Simpson. Ci inventammo con l’amico Teo Bellia, un altro dei miei maestri, questo accento pugliese che ha avuto grande successo. Ho doppiato anche delle cose in siciliano. Spesso mi viene chiesto. Doppiai un mafioso che faceva una telefonata minatoria ne “La scorta”, i miei cugini mi riconobbero al cinema e mia cugina si alzò in piedi urlando ‘mio cugino!!!’. È stata una cosa molto carina.”

Il confine tra la tecnica purissima e la suggestione si fa sottile, popolandosi di vecchie regole e storici tabù cromatici. “Si consiglia solo di non mangiare aglio e cipolla per non disturbare chi si ha vicino. Dicono che il cioccolato e il caffè impastino la bocca ma non sono d’accordo. A livello scaramantico si può evitare di andare al lavoro arrabbiati. È meglio lavorare decontratti. Nel campo teatrale c’è il famoso motto ‘merda merda merda’ anche se non mi piace molto. Bisogna evitare il viola perché dicono porti sfortuna. Una volta feci questo errore e mi intimarono di non mettere mai più qualcosa di viola. Il motivo risale al fatto che in Quaresima, il cui colore è il viola, non si lavorava e non si mangiava. Infatti Pirandello, per lottare contro tutte queste credenze, faceva indossare ne ‘I giganti della montagna’ a un suo personaggio femminile un abito viola.”

E Nicola Braile quando capisce che non avrebbe potuto fare altro al di fuori di questo? Nutrire l’anima significa anche fare i conti con le amarezze di un sistema industriale complesso, mantenendo però intatta la fame di futuro e la certezza del proprio valore: “Più volte mi sono reso conto di questo. Al supermercato quando chiedo un etto di prosciutto mi dicono che ho una bella voce. Molti mi dicono che assomiglio ad Alberto Sordi. Un’attrice di origine russa che aveva lavorato con Sordi mi ha detto che ho la stessa voce, la stessa faccia, la stessa risata e lo stesso modo di camminare. Ammetto di avere delle affinità con la figura di Sordi esclusa la romanità, anche se vivendoci da tantissimi anni ritengo umilmente di poterlo interpretare. Non dico un film sulla vita, ma fare un remake del film ‘Il medico della mutua.’ Spesso mi prendono per medico nella vita. Sarebbe bello unire l’utile al dilettevole con questo remake. Quando ricevo grandi soddisfazioni come con il doppiaggio di Jules Verne capisco che le mie qualità e i miei talenti non potevo che esprimerli così. Se avessi fatto il notaio o l’avvocato forse sarei stato più felice economicamente ma sarei stato incompleto a livello di anima, che è qualcosa che va nutrita. Ce ne accorgiamo quando qualcuno ci manca di rispetto. Dopo trentacinque anni a volte credo di meritare di meglio. Purtroppo qui a Roma c’è una casta che impera dal dopoguerra e che alimenta se stessa. Sono tutti imparentati tra loro e solo ogni tanto qualcuno di valore riesce ad avere successo. Io ritengo che per me il meglio debba ancora venire. Le mie qualità non potevano esprimersi che in questo settore. Forse mi piacerebbe fare il politico se qualcuno mi desse la possibilità di candidarmi per un partito che rispecchiasse le mie idee.”

L’inquadratura finale si stringe in un primo piano intenso: uno sguardo rivolto al futuro, un ponte ideale lanciato verso i registi di oggi e il desiderio di tornare a recitare per la propria terra: “Nel settore attoriale la visibilità è tutto. Vorrei fare un appello a tutti i registi e produttori italiani e siciliani perché mi piacerebbe tornare a interpretare un bel ruolo in un film di mafia o comunque in qualcosa che renda onore alla Sicilia.”

Microfoni accesi. Sipario aperto. L’ultima battuta è una chiamata alle armi per registi e produttori. La fame di recitazione non si spegne e il personaggio più importante deve essere ancora interpretato. Fine primo tempo.

Riguardo l'autore Federico Dilillo

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