Scuola, dalla riforma fascista al depotenziamento degli istituti tecnici: un’associazione (scomoda) di idee

Scuola, dalla riforma fascista al depotenziamento degli istituti tecnici: un’associazione (scomoda) di idee

Nel momento in cui il direttore ha chiamato, sarà vero o no, è sempre lei o lui a ripartire spazi e argomenti, per affidarmi la stesura del pezzo sulla riforma della scuola, è scattata un’associazione di idee, sicuramente insolita, probabilmente fuori dal recinto del politicamente corretto, vale a dire l’accostamento tra il film di Luca Miniero, Sono tornato, protagonista Benito Mussolini, redivivo ai nostri giorni, e la prima riforma della scuoladi era fascista, testo apprezzato anche fuori dall’ambito della traiettoria del Ventennio, varato dal filosofo Giovanni Gentile, nel 1923 ministro dell’istruzione, rimasta in vigore fino al dicembre 1962.  Alla più fascista delle riforme, così definita dallo stesso Mussolini, varata, diversi mesi dopo l’insediamento a palazzo Venezia, avvenuto il 31 ottobre 1922, seguirono le cosiddette leggi fascistissime tra il 1925 e l’anno seguente, con le quali l’Italia, già avviata verso la dittatura, entrò mani e piedi nel novero delle nazioni, dove le privazioni delle libertà individuali e collettive furono perseguite, grazie a un marchingegno parlamentare, la legge Acerbo del 1923, la quale, modificando il sistema elettorale, introdusse un premio di maggioranza nei confronti del partito avesse raggiunto il 25% dei consensi. Male ne incolse agli italiani, all’Europa e al mondo intero, a considerare, di lì a tre lustri, lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Ma nell’accostamento accennato in apertura, l’aspetto più esilarante, nell’esaminare i regi decreti, in attuazione della legge-delega 3 dicembre 1923, esattamente la numero 1601, per la riforma della pubblica amministrazione, dalla quale avrebbero tratto origine le epurazioni dei docenti universitari, manchevoli del giuramento di fedeltà al fascismo, dodici per la precisione, previsti dalla riorganizzazione del sistema scolastico di Giovanni Gentile, sarebbe da considerare la reazione di Mussolini, oggi per allora, fungibile, grazie al film di Luca Miniero, ovvero quella di mandare i suoi nipotini,nell’attualità in spolvero politico, a raccogliere lupini, nel leggere il testo varato con decreto numero 29 del febbraio scorso, da attuare con l’inizio dell’anno scolastico 2026-27. In chiaro, alla logica elitaria, da anticamera dell’impero, di lì a poco da costruirsi, messa in campo dal ministro della pubblica istruzione,Giovanni Gentile, in quel lontano 1923, gli eredi del duce, nel contesto odierno non hanno trovato di meglio se non varare il depotenziamento del corso degli istituti tecnici, accorciandone la durata, intervenendo, in aggiunta, apportando modifiche agli esami di maturità nel segno dell’alleggerimento di materie fondamentali per l’acquisizione di categorie culturali e logiche degli alunni.

Al riscontro dei fatti, riforma palindroma, leggibile da destra e da sinistra in egual modo, giacché sulla scia, addirittura della precedente modifica del percorso universitario, quello ormai passato alle cronache per avere introdotto il triennio, ovvero l’assurdo di una laurea monca dei tratti di specializzazione delpeculiare corso di studi, qualora si assumesse il decreto alla lettera, per quanto riguarda la rimodulazione degli istituti tecnici, riducendone, da cinque a quattro anni la durata, nondimeno introducendo il biennio specialistico facoltativo soltanto dopo il diploma, si sarebbe raggiunta la continuità, nell’intero sistema dell’istruzione in terra italica, del depotenziamento dei tratti fondamentali dell’improbabile, futura professione. Esattamente nella direzione contraria alla cultura del merito e delle competenze, circolante dovunque, nel globo. E, siamo alle solite. In un mondo dove la preparazione specialistica costituisce la condizione senza la quale non si trova lavoro, raggiungendo, contemporaneamente, lo scopo di abbassare i livelli competitivi della nazione, si mette tra parentesi, ovvero si rimette alla volontà del singolo scolaro il raggiungimento del livello dispecializzazione. Delle due l’una, o l’Italia vorrà nell’immediato futuro affidarsi alla dea Fortuna per sfornare idraulici, elettricisti, carpentieri, operai edili, in tal caso risulta inutile l’intervento legislativo, o, altrimenti, nel puntare alla qualificazione di qualsiasi natura e specie nella società tecnologica, dovrà rendere obbligatoria l’acquisizione della competenza professionale. Anzi, sarà costretta a finanziarla.

A rendere comprensibile la critica, in chiave di futura inversione di tendenza per adeguare alla realtà attuale il provvedimento, non è sufficiente aggiornare i programmi degli istituti tecnici, obiettivi dell’intervento legislativo, solamente in funzione di venire incontro alla domanda di transizione digitale, tantomeno al conformarsi ai dettami dell’ecologia, bensì servirà agire per l’incremento modulare e professionale del percorso di studi. In chiaro, potenziare il diploma in direzione della durata necessaria a equiparare la preparazione degli alunni ai contenuti dei piani di industria 4.0 e di industria 5.0. Nel rendere ulteriormente comprensibile l’osservazione, non è sufficiente accontentare nelle richieste la Confindustria, la quale si muove sul piano della necessità cogente delle aziende associate di competere a livellointernazionale, ma sull’altro versante, di contemperare le esigenze, in chiave di domanda interna, delle piccole e medie imprese, non tralasciando la capacità di addestrare gli artigiani di un tempo, ormai in progressiva estinzione, alle radicali trasformazioni introdotte dall’avvento della società informatica. Non sembrino e non sono parole, se si considerasse le tecniche e i materiali di recente introduzione nelle costruzioni di case private, edifici pubblici, sul versante antisismico e di adeguamento termico. Risponde al medesimo criterio, l’epocale sostituzione delle auto ad alimentazione benzina o diesel con quelle elettriche. Sia le competenze degli addetti alla progettazione, quanto all’assemblaggio, unitamente a quelle dei meccanici, cambiano radicalmente. E, dunque? In Italia, si attenderà cosa per adeguarsi alle mutate esigenze di mercato?
Di necessità, virtù, come si sosteneva un tempo, della pressante esigenza della riforma degli studi universitari se ne parlerà in apposito articolo, ma, nella circostanza, la corsa contro il tempo per reggere il confronto delle competenze su scala globale, dovrà essere immediatamente avviato.
Se, in via di ipotesi, i sei anni per formare i diplomati in meccanica, meccatronica e energia, così per le diverse ulteriori discipline, sono indispensabili al conseguimento della professionalità, il 4+2 va abolito, e introdotto l’obbligatorio percorso di sei anni, estensibile a sette, qualora le competenze necessarie richiedessero un allungamento di un anno oltre.
Per sostenere, l’intero percorso di studi, la proposta è quella di finanziare ciascun ragazzo attraverso prestiti d’onore, a carico degli extra profitti di banche, aziende di stato, colossi multinazionali con somme adeguate al mantenimento dello scolaro, a patto, costui firmi adesione formale alla restituzione della somma, appena sarà immesso nel mercato del lavoro, unitamente ad accettare la clausola di non spostarsi dall’Italia per il successivo decennio.
Circa mestieri e specializzazioni indispensabili a rilanciare la produttività, in uno con l’aumento improrogabile del prodotto interno lordo, la Sicilia, al riguardo, sfruttando lo statuto autonomo, potrà operare immediatamente, istituendo il borsino,competente per l’intero territorio siciliano, per incrociare domanda e offerta di lavoro. In concreto, attraverso due uffici operativi, uno ubicato nella fascia occidentale, il secondo in quella orientale, ambedue alle dirette dipendenze della regione, insediando in ciascun recapito, gruppi di lavoro, composti da addetti in contatto con specialisti, per censire sul mercato regionale le esigenzeavanzate dalle aziende, in funzione di darne riscontro, attraverso giovani già formati o da formare. Ovviamente entrambi le task force, avranno da operare sul fronte tripartito di contatto con le ditte, con le scuole e con enti di formazione, con l’obiettivo diproporsi come il crocevia di riferimento, in tutto il territorio siciliano, di intermediazione tra chi dà lavoro e coloro interessati a svolgerlo. Nella fattispecie, in costanza di venti di guerra, purtroppo, sempre attivi, il fabbisogno dei profili professionali avanzati dalle multinazionali, dagli artigiani, dalle piccole e medie imprese dovranno essere considerati prioritari dai giovani siciliani, per i quali rimanere a lavorare nella terra d’origine costituirebbe privilegio morale e materiale. A crederci, dal presupposto alla realizzazione, il passo sarà realizzabile.

Riguardo l'autore Angelo Mattone

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