Il simbolo della città di Paternò è una torre coronata tra due draghi.
Un simbolo che conserva ancora molti aspetti misteriosi da decifrare. La sua versione originale risale alla fine dell’Ottocento, ma viene approvata ufficialmente soltanto negli anni Cinquanta del Novecento. Esistono diverse ipotesi interpretative sui simboli presenti, ma nessuna certezza.
Nelle numerose rappresentazioni storiche – a partire da quella benedettina del Quattrocento – non emerge mai la necessità di riprodurre la torre nella sua configurazione reale. Simbolicamente viene proposta con forme stilizzate, spesso cilindriche, con una porta alla base e una finestra superiore, sormontata da quattro o cinque merlature e caratterizzata da un paramento murario in conci di pietra.
Gli storici locali Placido Bellia, nel 1808, e Antonino Truglio, nel 1968, ne offrono una possibile interpretazione che rimane comunque nebulosa. Su un punto, tuttavia, concordano: i draghi rappresenterebbero allegoricamente il paganesimo che Ruggero d’Altavilla scaccia dalla città.
Tutte queste congetture, però, non tengono conto di un’altra realtà storica: lo stemma della civitas di Paternò era un altro. Lo ritroviamo nella Loggia dei Giurati – oggi sagrestia della Chiesa della Madonna del Carmine – inserito nella chiave di volta dell’arco in stile catalano del 1620. Si tratta di uno scudo quadripartito con quattro barre verticali e croci nei quattro campi, sormontato da una corona turrita. In pieno periodo spagnolo, quando la torre era ormai adibita a carcere, la città sceglieva dunque lo stile catalano-aragonese per rappresentare sé stessa.
Rimane quindi quasi un mistero capire come e quando si sia scelto proprio un carcere per simboleggiare la città. Del resto, nell’immaginario collettivo, la stessa torre viene spesso inserita – impropriamente – nel racconto agiografico della vita di Santa Barbara, come se la santa fosse vissuta a Paternò. La costruzione dei simboli, la loro genesi e persino il loro significato seguono spesso vie sconosciute e imprevedibili, adattando la storia di una città ai suoi monumenti.
A meno che chi scelse quel simbolo non volesse comunicare altro.
Un’ipotesi che meriterebbe ulteriori approfondimenti propone la torre come il cubo nero di Cibele, e la Cappella di San Giovanni, orientata verso la luce equinoziale del tramonto, sembra accogliere questa suggestione. A ciò si può aggiungere la presenza del vecchio pino – quello misteriosamente avvelenato e abbattuto pochi anni fa. In questa prospettiva, i draghi potrebbero rappresentare metaforicamente Afrodite e Demetra, ovvero la permanenza dei culti pagani che Ruggero avrebbe scacciato verso Lentini.
Certamente non possono rappresentare la cacciata dei musulmani né l’inizio del Cristianesimo, poiché già nel 320 d.C., con Iulia Florentina, abbiamo testimonianze della presenza di una comunità cristiana. Non solo: il nome di Paternò, che sostituisce Hybla Major tra il VI e il VII secolo durante il periodo bizantino, costituisce esso stesso una dichiarazione di fede nei confronti della Vergine Maria, la Parthenos.
Ma oggi la torre sta male, per molte ragioni. Abbandonata dai circuiti culturali regionali e nazionali, è diventata uno spazio prevalentemente oratoriale, privo di adeguati interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria. Uno spazio che accoglie i resti di mostre e manifestazioni, il cui simbolo più evidente è la permanenza di un allestimento cinematografico che ha lasciato un’intera parete rivestita di polistirolo.
Ancora più imbarazzante è la scarnificazione della muratura esterna che, eliminando lo strato di intonaco storico, ha esposto dagli anni Ottanta a oggi il paramento murario al ruscellamento delle acque meteoriche, con conseguente dilavamento delle malte e perdita di coesione tra gli elementi lapidei.
A ciò si aggiunge l’intervento eseguito alcuni anni fa sul coronamento del dongione per collocarvi corpi illuminanti disposti come stendini per i panni. Un intervento successivamente dismesso grazie all’azione della Soprintendenza, quale ente tutore del bene, e del Parco Archeologico, proprietario del monumento, che hanno fermato le iniziative dell’amministrazione comunale dell’epoca, concessionaria della gestione. Resta da capire se proprio quei lavori abbiano lasciato i segni che oggi osserviamo sul coronamento.
In questi giorni la notizia della caduta di alcuni conci dalla sommità del monumento sembra voler bussare alla porta di chi ha il dovere di intervenire.
E non si pensi soltanto allo smottamento del versante occidentale, poiché quello scivolamento è legato a una sistemazione degli anni Sessanta che ha profondamente alterato la morfologia originaria del sito. La torre, infatti, poggia su un mammellone di roccia lavica, corrispondente all’antica bocca del vulcano di Paternò.
Semmai, come ricordano gli studiosi di archeologia geologica dell’INGV, esiste una faglia attiva che corre lungo l’asse sud-ovest/nord-est e che meriterebbe un costante monitoraggio. Più preoccupante appare invece la perdita di coesione di alcune porzioni del paramento murario e il carico eccentrico esercitato dalle murature del piano delle grandi bifore sugli ambienti sottostanti, fenomeno reso evidente da un quadro fessurativo passante. Bisogna attivare un monitoraggio immediatamente.
Accessibilità, sicurezza impiantistica e museografia rappresentano, in ogni caso, le criticità più evidenti, alle quali si aggiungono la revisione degli infissi e il recupero delle superfici interne ed esterne.
Occorre inoltre uscire dall’improvvisazione museologica che da anni caratterizza il monumento, privo di una narrazione scientifica organica e coerente. È necessario un progetto complessivo che non si limiti alla messa in sicurezza, ma che affronti anche la gestione integrata del bene, restituendo questo capolavoro federiciano al circuito culturale e turistico che merita.
La Fondazione Federico II – presieduta da Gaetano Galvagno – ha già compiuto un primo investimento per sostenere studi e ricerche finalizzati alla predisposizione di un serio piano di interventi. È una strada che va perseguita con continuità, visione e responsabilità. Forse occorre guardare anche alle esperienze di Christo (artista recentemente scomparso esponente della Land Art) , capace di trasformare temporaneamente un monumento in un evento culturale internazionale. Non per nascondere la Torre Normanna, ma per restituirla allo sguardo del mondo.
Se la Torre Normanna è il simbolo di Paternò, il suo stato di conservazione racconta oggi lo stato di salute della città stessa. Quando cade una pietra dalla sommità del monumento non è soltanto un problema di manutenzione: è un frammento della memoria collettiva che si stacca dal futuro.
