Il teatro non è solo finzione, applausi e copioni da imparare a memoria. Per Pascal La Delfa il teatro è carne, relazione e cura. Pioniere del teatro sociale in Italia, da oltre trent’anni scende nei luoghi più bui della fragilità umana — carceri, comunità di recupero, disabilità — per accendere una luce attraverso l’arte. Partito dalle sue radici ad Adrano, ha studiato con i grandi del palcoscenico per poi inventare un linguaggio nuovo, capace di restituire dignità a chi l’ha perduta.
Pascal La Delfa. Regista, autore, formatore e operatore di teatro sociale. Nato ad Adrano, La Delfa cresce nel fermento culturale e musicale degli anni ’80 prima di trasferirsi a Roma e incrociare geni e mostri sacri come Orazio Costa, Dario Fo e Marcel Marceau. Nel suo percorso c’è di tutto: è stato autore Rai, sceneggiatore di fumetti per Topolino e Tiramolla, art counselor e giornalista. Fonda l’associazione “Oltre le Parole onlus” e la prima Scuola Nazionale per Operatori di Teatro Sociale, un’esperienza pioneristica oggi racchiusa nel suo testo “Il non-manuale dell’operatore di teatro sociale”. Pascal ci ha aperto le porte del suo dietro le quinte: un viaggio fatto di aneddoti, sogni e una dedizione assoluta verso l’essere umano.
ll racconto parte dalle origini, da ciò che ha acceso il primo interesse. “Ho sempre avuto una passione per alcune arti, in particolare la musica e il teatro. Ad Adrano, negli anni ’80 per i giovani non c’era una grande offerta culturale e artistica… Se l’offerta musicale era tutto sommato fruibile, quella teatrale era soprattutto amatoriale. Ma indubbiamente la svolta avvenne al Liceo Classico: un illuminato preside Ligresti decise di portare il “discusso” Ionesco in un ambiente scolastico di stampo tradizionale. Una piccola rivoluzione che mi diede un interesse verso il teatro inteso non solo come strumento performativo, ma anche di confronto e crescita sociale. Sulla scia di quella positiva esperienza, l’anno successivo, grazie al professor Petralia, iniziammo a preparare un testo di Giuseppe Fava. Fava fu assassinato nel gennaio del 1984 e la nostra messa in scena non vide mai la luce. Ma questo episodio accrebbe in me l’interesse verso un teatro di impegno sociale e civile, anche se me ne resi conto solo anni dopo.”
La storia si sposta poi sugli incontri diretti con i grandi maestri. Dario Fo, Marcel Marceau e Orazio Costa: “Conoscere e avere l’occasione di fruire degli insegnamenti di mostri sacri come questi è stata indubbiamente una grande fortuna. Ciascuno di loro aveva delle caratteristiche peculiari, anche se in comune c’era senz’altro l’uso del corpo come strumento di lavoro. Quando ho incontrato queste pietre miliari erano già tutti in età avanzata, ma con due elementi che li accomunavano: il primo è la voglia reale di incontrare i giovani, il desiderio di trasmettere la propria esperienza. Il secondo elemento è l’umiltà. Ho visto Dario Fo assistere a certe imbarazzanti performance di giovani colleghi ma lasciare completare l’attività senza interrompere, per poi dare una critica costruttiva. Marceau teneva master class con decine di giovani con quote di partecipazione alla portata di chiunque. Infine, un grande maestro come Orazio Costa: lui non era assolutamente uno di quelli che amava mettersi in mostra, era un pilastro del teatro internazionale che, più delle mode, era interessato ai ‘modi’ in cui viene formata una persona prima ancora che un attore.”
E il teatro sociale inteso come “cura”? “La parola cura in questo caso va intesa nell’accezione inglese “take care”: ovvero “fare attenzione, prendersi cura di qualcuno o qualcosa”. Quindi non una cura in senso strettamente terapeutico, ma una possibilità per nutrire corpo e anima di elementi che vadano oltre un rimedio “meccanico”. L’arte, e in questo caso il teatro in particolare, possono entrare in contatto profondo con sé stessi e dare sollievo, stimoli, aprire varchi, lenire ferite, mettere davanti a consapevolezze in maniera immediata e profonda. Ma nello stesso tempo, fare teatro è una possibilità di relazione, di benessere personale e sociale.”
Da qui anche una riflessione sul senso stesso della formazione e della scrittura raccontando il perché del suo “non-manuale dell’operatore di teatro sociale”: “La creatività può essere allenata, ma da sola non basta, così come non basta il talento non coltivato. Il mio ‘non-manuale’ è frutto dell’esperienza di oltre trent’anni di lavoro nel campo del teatro applicato in situazioni di fragilità: disabilità, stranieri, giovani con disagi, persone con disturbi mentali, anziani, tossicodipendenti… Le variabili in questi contesti sono migliaia ed è impensabile definire delle ‘regole’ univoche. Lavorare con le fragilità è un privilegio di una responsabilità infinita: significa prendersi cura della complessità di un essere umano. Questo non vuole invadere il campo terapeutico o psicologico, ma muoversi nella costruzione di attività relazionali, nello sviluppo dell’espressività e in una condizione di benessere consapevole. Un operatore di teatro sociale dovrebbe essere innanzitutto capace di adattare la teoria al contesto e alle persone, singole e in gruppo, che ha davanti. Ecco l’obiettivo del mio testo.”
Ci si sofferma poi sul lavoro dell’associazione e sul rapporto tra teatro e società contemporanea: “Se non conosci l’altro, non puoi che averne paura. Come diceva Camilleri: ‘Non bisogna mai avere paura dell’altro, perché tu, rispetto all’altro, sei l’altro’. Il teatro è sempre stato occasione di incontro, di scambio e di conoscenza, un luogo dove la sospensione del giudizio è uno strumento fondamentale di lavoro. Molti luoghi comuni si infrangono durante un laboratorio teatrale o una rappresentazione. Incontrarsi e confrontarsi di persona è uno strumento potente ed immediato. Non vuol dire condividere tutti le stesse idee, ma ascoltare quelle degli altri e vedere il loro punto di vista. Il razzismo non è solo quello verso una persona di un altro colore o religione: è razzismo tutto ciò che io giudico sbagliato semplicemente perché non è come quello che penso io. Senza la contaminazione e la condivisione delle esperienze, saremmo ancora all’età della pietra.”
Un percorso formativo e personale che si è intrecciato con una molteplicità di discipline e linguaggi: “Io sono sempre stato una persona curiosa e questa caratteristica mi ha portato a esplorare molteplici vie e passioni. Sicuramente non mi sono specializzato in qualcosa di già ‘esistente’, ma la mia attitudine mi ha spinto a definire qualcosa di relativamente nuovo in Italia: l’utilizzo del teatro come strumento di benessere al di là dell’atto performativo. Il cosiddetto ‘teatro sociale e di comunità’. Quando ho iniziato a proporre il teatro in un centro di igiene mentale di Roma, all’inizio degli anni Novanta, esistevano solo pochissimi testi accademici sul tema. Mettere insieme materie ed esperienze diverse mi ha portato ad avere una mia cifra stilistica e un’esperienza pioneristica. Nelle mie attività di formazione per operatori, nella conduzione di gruppi o nei workshop per manager aziendali, metto sempre un po’ di tutto questo: dal teatro al cinema, dal counseling all’educazione.”
E in tutto questo Pascal ha anche abbracciato i linguaggi della televisione e della scrittura per immagini: “Il mondo Rai è affascinante ma complesso. La mia esperienza è stata molteplice: prima come attore-conduttore di un programma mattutino di Raiuno, poi come autore per la neonata Rai Gulp. Entrare nei palazzi della tv pubblica è stato un privilegio, ma il mio essere alla ricerca continua era limitante in quell’ambiente. L’esperienza nel campo dei fumetti è stata divertente e determinante, con brevi collaborazioni per Topolino e Tiramolla. Il dover pensare per immagini mi è stato poi utilissimo nella scrittura di cortometraggi. Approfitto anzi per anticipare che in autunno uscirà un cortometraggio con la mia regia realizzato nel territorio troinese, nell’ambito del progetto ministeriale ‘cinema e immagini per la scuola’.”
E non è possibile non parlare del rapporto con le proprie origini: “Tornare per me ad Adrano è sempre motivo di emozioni contrastanti. Sono una persona che ama viaggiare e ho visto molti luoghi a diverse latitudini. Credo fortemente che il territorio adranita potrebbe essere un luogo di straordinario interesse: per la storia, per la cultura, per il turismo. Avere l’Etna a due passi, un clima eccellente, un passato ricco di episodi, dei prodotti agricoli unici al mondo… In altre parti del mondo saremmo già una località turistica da anni. E invece… Purtroppo l’adranita pensa solo all’oggi e non guarda né il passato né riesce a vedere il futuro. Lo dico per esperienza e con una amarezza consapevole, speranzoso che-prima o poi- qualcosa possa cambiare. Conservo ancora affetti e ricordi inestimabili e inestinguibili, ma ogni volta che torno in paese penso sempre con commiserazione e rammarico alle occasioni mancate per un territorio e una popolazione eternamente e colpevolmente sottovalutati e sottovalutanti.”
La soddisfazione più grande? “Nel mio ambito, si vive sempre di futuro. Lo spettacolo migliore, il successo migliore, è quello che ancora deve arrivare. Siamo una categoria di inguaribili sognatori! Alle spalle ho tante soddisfazioni: uno spettacolo teatrale dove io, giovanissimo attore, ebbi come spettatori Vittorio Gassman e Nino Manfredi, un evento presentato da Fabrizio Frizzi, l’onore di intervistare Gigi Proietti e un’onorificenza dal Presidente della Repubblica. Però, senza falsa modestia, la cosa di cui sono più fiero è l’aver contribuito affinché, per la prima volta nella storia della Repubblica, fosse istituita una specifica linea di finanziamento da parte del Ministero della Cultura per il Teatro sociale e di comunità. Non sono attività di successo eclatante, ma di utilità verso la società.”
E le emozioni più intime del lavoro teatrale? “Le emozioni nel mio lavoro sono tante, ed è il motivo principale per cui-nonostante tutto- continuo a farlo. È emozionante incontrare per caso una persona con cui hai lavorato quando era in comunità di recupero e che ti dice che avergli fatto vedere “cosa sono le nuvole” di Pasolini gli ha cambiato se non la vita, il punto di vista. È emozionante incontrare un genitore che ti dice un semplice grazie con le lacrime agli occhi, per avere visto un figlio parlare su un palcoscenico dopo anni di mutismo. È emozionante vedere una persona che dopo lunghi periodi di depressione si mette a giocare insieme agli altri e poi, di sfuggita, ti confessa: “erano anni che non ridevo”. È emozionante un’operatrice o un caregiver al limite del burnout che ti ringrazia per essersi presa cura di lei, del suo stato d’animo in semplici poche ore di lavoro. Sono diplomi o medaglie? No. Ma sono nutrimenti e soddisfazioni incomparabili e che non figurano in nessun curriculum vitae.”
Progetti futuri? “Qui smentiamo subito Pirandello: sono solo centomila, mai uno o nessuno! Al momento il progetto più evidente è quello che ho creato sul bicentenario di Collodi: una storia complessa che porterò in 14 regioni italiane grazie alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, con mostre, spettacoli e un podcast su Rai Play Sound. Inoltre, il 26 giugno al Palazzo della Cultura di Catania presenteremo il risultato di un progetto del Dipartimento Nazionale Politiche Antidroga che ha coinvolto centinaia di giovani nella provincia di Catania e Siracusa. Ci sarà anche una sorpresa con l’omaggio di un artista nazionale molto noto… ma non posso dire di più!”
Il teatro sociale è in grado di “salvare” vite? “Usare il termine ‘salvare’ sarebbe molto ambizioso e presuntuoso. Direi che è certamente capitato in diverse occasioni che le mie attività abbiano dato delle opportunità di cambiamento e di visione di differenti punti di vista. Il teatro può dare delle possibilità in maniera relativamente rapida e profonda. Però poi è la connessione che fa la differenza: tutta la cosiddetta ‘comunità educante’ formata da genitori, educatori, istituzioni e reti associative. Solo una sinergia tra tutti può davvero salvare delle vite.”
Le paure più grandi percepite negli occhi dei giovani che Pascal ha incontrato? “L’universo giovanile, con la connessione in tempo reale, pone scenari inimmaginabili e la maggior parte degli adulti non è pronta. Penso sia la prima volta nella storia in cui i giovani sanno più cose dei vecchi nell’ambito tecnologico, dell’uso dell’inglese o della possibilità di viaggiare. La paura più grande che riscontro nei ragazzi è pensare di non essere adeguati a un mondo che propone modelli inarrivabili e perfetti, dove se sbagli finisci crocifisso sui social: una piazza che moltiplica i tuoi fallimenti all’infinito e per sempre. Forse per dare sicurezza alle nuove generazioni dovremmo iniziare a parlare dei nostri fallimenti, e non solo dei nostri successi.”
Il discorso sul teatro sociale si chiude con una riflessione sul giudizio e sul pregiudizio: “Giudicare fa parte dell’abitudine dell’essere umano. Il teatro, o meglio i giochi del teatro, in questo sono piacevolmente stravolgenti e rompono subito i pregiudizi: avere tre lauree non ti consente automaticamente di avere riflessi migliori per ricevere una palla. Avere una gamba in meno non ti impedisce di essere più creativo di altri. Essere straniero non ti ostacola nel saperti muovere nello spazio con più autorevolezza dei locali. I pregiudizi vanno abbattuti costantemente e il teatro lo fa immediatamente, giocando. Il pregiudizio più grande da abbattere? Pensare che giocare sia solo una cosa da bambini.”
E in Pascal cosa ha guarito il teatro? “Molte cose, sia consapevoli che inconsapevoli. La necessità di primeggiare per sentirsi importanti. Il fatto che cambiare idea è una possibilità e non un tradimento. La consapevolezza che dietro il comportamento o il carattere di una persona ci sia un passato che non conosciamo. Il guardare oltre gli schemi: “ha sempre funzionato così” non vuol dire che non possa funzionare meglio. Il teatro ha guarito l’ottusità del presente e il senso di inadeguatezza, e nel contempo la possibilità che anche nel mio piccolo, senza clamori, posso cambiare delle cose per migliorare la vita mia e degli altri.”
E se potessi scegliere uno spettacolo da portare ad Adrano? “Se potessi davvero scegliere, non porterei uno spettacolo e basta. Mi piacerebbe si facesse prima un lavoro sulla comunità, sulla storia e sulla cultura. Bisogna pensare al teatro come comunità, non come luogo di pura performance. Al Teatro Bellini di Adrano dovrebbe esistere ancora il sipario storico che narra della battaglia di Adranòn del 344 avanti Cristo. Chi la conosce questa storia? Eppure siamo venuti da lì, da quelle donne e quegli uomini. Il loro DNA è dentro di noi. Prima di rappresentare i musical americani o i drammi russi, in quel teatro porterei la nostra storia.”
L’episodio più divertente durante uno spettacolo? “Forse quello più divertente e inconsapevolmente imbarazzante mi è capitato in Finlandia, ospite dell’Istituto italiano di cultura: ero con una compagnia di Commedia dell’Arte a rappresentare alcune scene di Goldoni, e nel copione c’erano diverse battute in cui pronunciavo la frase “perché lei…”. Non capivo perché ogni volta che pronunciavo quella frase la gente rideva o inorridiva sdegnata… Finché alla fine non mi spiegarono che nella lingua finnica quelle due parole messe insieme suonavano più o meno come una bestemmia…”
Il viaggio di Pascal La Delfa è impregnato anche di Roma, in particolare di Testaccio, dove fino al 2018 ha guidato l’Accento Teatro. Di quell’esperienza underground e verace, conserva un ricordo intenso: “Ho seguito la direzione artistica dell’Accento Teatro fino al 2018, poi le mie attività si sono concentrate altrove. Dell’esperienza testaccina rimane però un ricordo intenso. Nei primi anni Duemila lanciammo una sorta di crowdfunding ante litteram: per ristrutturare lo spazio chiedemmo a 100 artisti simpatizzanti di mettere una quota, e gli stessi finanziatori furono poi protagonisti di spettacoli, mostre e concerti. Lì partirono anche i primi corsi di formazione per operatori di teatro sociale. Fu uno spazio davvero inclusivo e multiculturale. Non fu semplice fare il direttore artistico, ma in quel piccolo spazio passarono professionisti di immenso talento: da Vincenzo Cerami ad Alessandro Gassman, da Anna Foglietta a Massimo Wertmüller. Sono orgoglioso di aver conservato con alcuni di loro una sincera amicizia.”
Infine qual è il momento in cui Pascal La Delfa ha capito che non avrebbe potuto fare altro? “Questa domanda avrebbe per me un senso se io facessi un unico lavoro… Ma in realtà ne faccio cento insieme: autore, regista, formatore, attore, scrittore, organizzatore, produttore… Semmai sarebbe strano pensare il contrario, ovvero: “posso fare solo una cosa nella mia vita”, dovendo scegliere solo una di queste attività. Allora sì che sarebbe dura scegliere!”
Pascal La Delfa ha scelto di stare dove l’essere umano è più nudo e fragile. Niente passerelle o regole fisse ma la certezza che un palco può restituire voce a chi l’ha persa o non l’ha mai avuta. Il teatro, in fondo, è tutto qui: un continuo dare spazio alla vita.
