Che fine ha fatto il dibattito democratico? Quell’arte di confrontarsi sul piano argomentativo per sostenere le ipotesi dell’uno o dell’altro. Che fine ha fatto la dialettica politica, quella costruita sulle idee, coerente con le ideologie, sostanziata da modalità e azioni che definivano un modus operandi riconoscibile? «Capra, capra, capra» sembra il mantra del nostro tempo. Lontani dalla liturgia futurista di Marinetti e compagni, ci siamo imbarbariti con le ritualità del primo Vittorio Sgarbi. Capra, capra, capra.
E per certi versi ci eravamo illusi che tutta questa pantomima riguardasse solo il nostro ambiente culturale, quello del paesello. Ma Donald e Giorgia insegnano che non c’è confine a questo nuovo modo di confrontarsi. È persino surreale: da Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio italiano, a Giuseppe Panassidi, attivista politico etneo, non c’è poi troppa differenza. Entrambi vengono aggrediti con toni forti e offensivi, attraverso espressioni fuori scala. Per capirci, ancora una volta: capra, capra, capra.
Ci siamo abituati a questo modo di rappresentare non tanto le nostre idee, quanto noi stessi. Una forma di aggressività verbale dilagante a tutti i livelli e in ogni ambiente: politico, lavorativo, culturale. Vince chi la dice più grossa, chi alza la voce, chi riesce a offendere l’altro. Non importa nemmeno che ciò che diciamo sia vero; è più importante dirlo, insinuare nell’altro e nella comunità il dubbio, l’incertezza, la diffidenza.
Dobbiamo ripetere ossessivamente qualcosa: un nome storpiato, un’abitudine verosimile, una storia inenarrabile. Non dobbiamo nemmeno portare le prove di ciò che stiamo affermando, basta insinuare la possibilità che sia vero. Un esercizio di manipolazione che ha bisogno di poche cose.
Non serve una bugia a tutto tondo, basta l’odore di essa.
Con poco — alcune parole, una smorfia, uno sguardo di complicità, persino una lacrima ben assestata — possiamo rinchiudere nel silenzio dell’isolamento chiunque e praticare l’ostracismo. Spesso tutto questo nasconde frustrazioni, fragilità e criticità profonde, celate dietro l’insinuazione e il chiacchiericcio: quella pratica maliziosa che spalma una resina appiccicosa e dall’odore nauseabondo sulla pelle dei predestinati. Una resina che rimane per molto tempo, spesso per sempre.
Da una parte c’è chi deve solo insinuare; dall’altra c’è chi deve giustificarsi di ogni cosa. Che questo meccanismo venga utilizzato in politica o negli ambienti di lavoro poco importa. Di solito chi è messo peggio ricorre a questi metodi per recuperare terreno o, peggio ancora, per trascinare gli altri nel proprio baratro personale. Vale per Donald, vale per il politicante di provincia, vale per i colleghi di lavoro o per il vicino di casa. Non bisogna preoccuparsi troppo; occorre piuttosto perimetrare il problema, caso per caso, e andare avanti. In molti casi, questi attacchi finiscono per diventare una certificazione di buona condotta più che un’ingiuria.
“Una comunità democratica esiste soltanto se esiste uno spazio condiviso nel quale gli individui possono discutere senza distruggere preventivamente la credibilità dell’avversario. Come hanno evidenziato Hannah Arendt nel rapporto tra verità e politica, Jürgen Habermas nella teoria dell’agire comunicativo e Zygmunt Bauman nelle sue riflessioni sulla modernità liquida, il confronto argomentato rappresenta una condizione essenziale della vita democratica”.
Ma la categoria più interessante sul piano socio-antropologico è quella di coloro che rimangono per tutta la vita in superficie. Quelli che non approfondiscono nulla, che appena si entra nel vivo della discussione scappano, spariscono, si nascondono dietro parole vuote o delegittimanti. Rimangono ancorati alla superficie delle cose e, per sostenere le proprie posizioni, ricorrono spesso a citazioni altisonanti, ai grandi filosofi dell’antichità o ai sociologi della modernità, senza però entrare realmente nel merito delle questioni.
Il punto è che, in questo preciso momento storico, usare epiteti nei confronti dei nostri interlocutori — o dei nostri avversari — non è utile. Abbiamo bisogno di confronti sulle questioni critiche che attendono soluzioni. Non possiamo passare tutta la vita a parlare di calcio al bar, soprattutto tra chi non ha mai giocato. È ovvio che questo possa risultare frustrante per chi pensava di essere sempre colui che dava le carte, ma la contingenza impone una modifica delle strategie e degli stessi attori in campo. E quel chiacchiericcio funzionale non è più utile, se non ad aumentare le criticità.
Caro Donald, abbiamo tutti, nel mondo, problemi più seri di quelli che tu evidenzi. Se qualcuno vuole giocare al “boss”, lo faccia in privato, la sera, quando indossa il pigiama. Vale per i potenti della Terra, vale per tutti. Il rispetto dell’altro, nel confronto politico e culturale, è indispensabile per poterci definire una società civile. Aggredire sul piano della diffamazione, ricorrendo a parole dure e volgari, alle insinuazioni e alla delegittimazione, è vergognoso e inutile. Si perde soltanto tempo nel cammino verso la verità e, così facendo, si rischia di perdere anche occasioni di felicità.
E impressiona come, in Italia e qui a casa nostra, dietro l’angolo, vi sia ancora qualcuno che preferisce speculare anziché difendere le istituzioni, la comunità e il libero dibattito. “È questo atteggiamento, più che qualsiasi differenza di opinione, a indebolire il tessuto civile di una società”.
