Nel tempo e nel suo scorrere, le due voci narranti del romanzo La guardiana, edito da Garzanti, creatura di Caterina Battilocchio, narratrice di acuta sensibilità, consegnato al tribunale della letteratura dopo lunga gestazione, dialogano tra loro, custodi di due epoche diverse, suscitando emozioni vibranti, malgrado intermediate dal segno della scrittura, sicuramente strumento ritardato rispetto al contatto visivo e/o fisico. Ecco, se il tempo, a ripercorrerlo, genera reminiscenza, al riguardo il genio francese per antonomasia, quel Marcel Proust, ha già lasciato ai posteri l’assoluto capolavoro, l’emozione, liberata dal pulviscolo, o, meglio, dall’accumulo di esso, irrompe all’orizzonte con i suoi colori variopinti, necessariamente digradanti nell’incalzare verso il nulla (… il tempo porta via le cose e le persone, gioia mia, bisogna accettarlo, suggerisce nonna Tita alla nipote Mora, a esergo del fluire della vita).
Chi volesse regalare alla protagonista, Mora Bensanti, una rosa, prima legga il romanzo, soltanto dopo scelga il fiore adatto a un omaggio impegnativo per la circostanza da celebrare e la varietà da selezionare, tenendo conto delle indicazioni della stessa Mora, accluse all’inizio di ogni capitolo a rendere la morfologia della specie e le refluenze sugli anfratti dell’anima.
Con una scrittura affilata, dove la coincidenza tra parola e significato è la costante, il ritmo s’impenna in tratti dove l’addensamento semantico orienta il climax sempre contraddistinto da sentimenti, nient’affatto da delitti o da fughe rocambolesche, sorprendendo il lettore, un lampo nel buio delle tenebre della postmodernità. Nel suo incedere, Mora, la prima delle due voci narranti, sbozza il presente, e nello sfogliarlo e nel segmentarlo, lo netta dalle scorie del percorso obbligato del pensiero unico, in cui lo status symbol ancor prima di apparire all’orizzonte si dissolve sul terreno del dispiegarsi dell’esistenzadi Mora Bensanti. Nell’alternarsi dei capitoli, il secondo io-narrante, Margherita, del quale si tacerà il ruolo nell’intreccio per lasciare ai lettori il piacere della scoperta, coglie nei ricordi delle atrocità commesse dal fascismo la disumanizzazione dell’uomo, sfuggita a tanti storici e sconosciuta ai diversi attuali evocatori del Ventennio. Nell’economia del romanzo la figura di Eugenio, anche di costui non declineremo la relazione di congruitànell’ambito della narrazione, con il suo altruismo, coniugato alla dolcezza, si contrappone alla condotta di massa, indotta nella popolazione dalla ossessionante propaganda della dittatura fascista, in direzione del sistematico annientamento dell’uomo, in favore del primato dello stato. Chiunque, portatore non soltanto di idee diverse quanto di atteggiamenti non in linea con la dottrina politica del regime, andava eliminato, tra i tanti Giacomo Matteotti e Giovanni Amendola. Alla massa dei cittadini, trasformati in automi con l’annullamento delle libertà individuali e collettive, le leggi in vigore obbligavano all’odio razziale, alla discriminante nella sfera sessuale, a una condotta quotidiana conforme ai parametri di adesione alla dittatura, coercitivi nel lavoro quanto nel tempo libero, insomma pervasivi in ogni angolo della vita privata, sottoposta all’occhiuta vigilanza dell’Ovra, la polizia segreta. Nella condotta, negli atteggiamenti, nelle fortune e nelle disgrazie, Eugenio assolve al compito del distruttore dell’epica fascista. In assenza di discorsi. Solamente con il gesto, con la tolleranza, con la comprensione, con l’innata generosità, seppellirà da solo, sotto una montagna di comportamenti contrari,la violenza ideologica, psicologica e sociale della dittatura di Mussolini.
Per rendere l’idea delle difficoltà di creare un personaggio totalmente mite, il riferimento va al già citato Eugenio del La guardiana, basterebbe rileggere nel carteggio di Fëdor Dostoevskij la lettera inviata all’amico, Apollon Majkov, nel 1867, in costanza della dettatura alla moglie del L’idiota, nel volere rappresentare un uomo assolutamente buono, un personaggio incarnazione della più assoluta positività, sostenne si trattasse di impresa fuori dai modelli dell’impianto letterario tradizionale. Poi, con il suo L’idiota violò il canone. In questa prospettiva la figura di Eugenio contiene in sé movenze implicite, in re ipsa, sì, appunto, con l’agire rende immorale, ridicola,violenta, tirannica, suprematista ante litteram, l’allora decantata etica fascista.
Con il suo romanzo, La guardiana, Caterina Battilocchio si colloca nell’alveo della tradizione della letteratura memoir o della memoria, ovvero, in quel luogo del profondo, dove la commozione accompagna gli impulsi del cuore, riscattando la crudeltà degli spazi ibridi dell’esistenza, quelli incontrollati e incontrollabili, in condizione di travolgere il passato nello spazio di qualche secondo. Ma si fermasse qui la semantica della narrazione, mancherebbe l’obiettivo, felicemente raggiunto, di contrapporre al presente popolato da ombre sfuggenti la consistenza di figure di vividezza unica, travalicante gli anni e le epoche.
Del gradimento del pubblico si è avuto riscontro grazie alla lettura collettiva, interna al circolo Sostiene Tertulia, nel nome, l’omaggio dedicato in condivisione ad Antonio Tabucchi e a quel caffè-libreria, un tempo luogo di ritrovo di pensieri, di libri, di persone, di fianco del Teatro Massimo Bellini, a Catania. Nella percezione collettiva, pur sempre nutrita dai gusti individuali, è emersa costantemente la freschezza e la profondità della vicenda narrata. Una colorazione a tinte forti per rendere consapevolel’attualità.
Nel La guardiana, fin dalla copertina, nel titolo, emerge la polisemia del segno, in uno con la pluralità dei significati, a caratterizzare, grazie alla molteplicità delle voci e degli atteggiamenti dei diversi personaggi, la libertà intesa come bene prezioso dell’individuo nel contesto della libera circolazione di idee, di esistenze, di destini.
E, a proposito di colte osservazioni, Nadia Terranova nella bandella apposta a sigillo del La guardiana, lei, scrittrice sobria, attenta agli sviluppi della narrativa, cauta nelle critiche e parca nelle lodi, indica nel romanzo della Battilocchio un potente omaggio alla forza delle storie, operato nel travolgente trascinamento dei lettori in quella zona buia tra la vita e la morte, accendendo come piccoli miracoli tutte le luci possibili.
Se l’orecchio, quanto l’istinto, altrettanto l’esperienza, non tradiscono, della Battilocchio sentiremo ancora parlare. Soprattutto, ci si augura di leggerne di storie da lei raccontate con il piglio dello scavo, quel tratto di penna, da solo in grado di caratterizzare i personaggi; mentre il bulino, di pavesiana memoria, leviga la parola fino a renderla, nella sua autenticità, ditale musicalità tanto somigliante alla nenia.
