Catania, Tondo Gioieni: dalla Fontana zampillano polemiche

Sembra che nulla sia stato lasciato al caso. Ancora una volta scoppiano i Vespri, ma stavolta a Catania. Il rivestimento del muraglione di cemento armato – in prossimità di quello che era Tondo Gioieni – ha scatenato la rivolta dei nobili dell’isola.
Intellettuali, gente comune, frequentatori dei social e in particolare alcuni specialisti, si sono divertiti a fare tiro a bersaglio nei confronti di un intervento che – per collocazione, per significato e per tempistica – si prestava a subire il giudizio universale.
Si è letto di tutto (ovviamente sui social, dove tutti possono scrivere protetti da uno schermo). Nella sostanza l’intervento serviva a ridefinire una porzione di muro ciclopico – terminale prospettico di via Etnea – con un rivestimento (e qui tutti diventati esperti di storia dell’architettura e del design), la riorganizzazione dei sistemi di gestione delle acque piovane e il ridisegno della viabilità.
Pare che per le ultime due questioni si siano risolte le criticità (almeno sembra), mentre sulla vicenda rivestimento tutto è andato storto.
 
In aiuto dei difensori dell’opera (sempre riferito al rivestimento) sono intervenuti: l’illuminazione notturna, la calura che ha fatto apprezzare gli spruzzi d’acqua, la mania dei selfie ovunque e comunque, il tempo che passa e tutto aggiusta, la superstizione (già si lanciano monete augurali), l’orgoglio ferito dei catanesi (ingiuriati da quelli di Palermo), la consapevolezza che era più un attacco al candidato sindaco uscente che a quello entrante e poi l’idea che assomiglia alla fontana del ristorante, dove abbiamo festeggiato la prima comunione.
Insomma, dopo il 10 giugno tutto si aggiusta.
 
Per i detrattori – che vedo affievolirsi – lo scenario è diverso. Da una parte gli esperti per mestiere: architetti, design, critici dell’arte e intellettuali e dall’altra quelli che si mettono in fila a lanciare pietre, non sapendo a chi le stanno scagliando.
In mezzo l’architetto progettista, il sindaco committente, l’impresa esecutrice e l’intera città che rischiava di essere linciata se non si allineava con l’urlo alla Vittorio Sgarbi: capra, capra, capra.
 
Mettiamo in chiaro alcune cose: in un contesto culturale come quello siciliano, dove l’architettura contemporanea di qualità, fatica ad essere compresa e accettata e dove gli architetti soffrono per far valere le ragioni della modernità in ogni città, appare strano (e sospetto) che a scatenare le prime critiche (dai toni crudi, accessi e offensivi) siano soggetti che non usano la stessa modalità di denuncia nelle loro comunità di appartenenza.
In un contesto in cui si parla spesso di deontologia, si registra un accanimento verbale – troppo sintetico nella forma – che rischia di generare un modus pericoloso per tutti.
Chi progetta e realizza opere di architettura rischia di essere ghigliottinato nella pubblica piazza per molto meno. Meglio riportare il confronto nel solco della mitezza e dell’argomentazione culturale.
Da una parte sosteniamo la partecipazione dal basso e dall’altro critichiamo la signora “Concetta” che non la pensa come noi (oppure usiamo la signora Maria per sostenere le nostre idee, ma fin quando le sostiene, in caso contrario le facciamo gli auguri e andiamo via).
Credo che al di là della questione pre-elettorale (che hanno inciso sui vespri) – o della liquidità del pensiero di massa, influenzato da qualunque notizia sensazionalistica che urla invece di argomentare – dobbiamo farci qualche domanda.
 
Per esempio, quale è il modello collettivo di bellezza (non solo a Catania, ma in tutte le città siciliane)?
Oppure, un opera d’arte o d’architettura collettiva, rappresenta la stessa collettività o il suo rappresentante?
E per finire, quale è il rapporto tra storia e modernità e se questo rapporto è unico?
 
Sto volutamente escludendo la dimensione della Firmitas e dell’Utilitas dell’opera, che per certi versi non emerge dai social (a parte qualche cenno). Mi concentro sulla Venustas – intesa come attitudine soggettiva ad esprimere giudizi estetici su tutto ciò che ci circonda.
 
In primis, la nostra formazione artistico-estetica si ferma al neoclassicismo.
Per apprezzare l’arte a partire dalle avanguardie storiche, bisogna aver fatto un bel salto in avanti, oltre il XIX secolo, cosa che pochi hanno l’opportunità di fare (e qui la scuola ha delle responsabilità).
Chissà se – tra i detrattori della fontana – qualcuno conosce il dadaismo e l’opera ready-made, Fontana realizzata dall’artista Marcel Duchamp nel 1917. Sarei curioso di sapere – tra il Monumento funebre a Maria Cristina d’Austria di Antonio Canova e l’opera precedente – cosa avrebbero preferito gli esperti dei social. (chi ha creduto di essere a capo dei modernisti in questi giorni, deve ricredersi, loro avrebbero voluto Canova e non Michelangelo).
E se pensiamo al rapporto tra il Davide di Michelangelo, i Medici e la città di Firenze comprendiamo, che ogni uomo di potere, sente l’esigenza di rappresentare se stesso, attraverso l’arte e l’architettura. Certo, stiamo parlando dei Medici o di François Mitterrand che lascia a Parigi un’opera come la piramide del Louvre.
 
Ovviamente a ogni città, in ogni tempo, il suo principe. Dobbiamo quindi guardare in alto per poter competere con i grandi (vediPericle che ci ha lasciato l’acropoli di Atene). Tutti hanno però lasciato opere relative al loro tempo, quindi contemporanee e non falsi storici. Un mecenatismo culturale di qualità, che andrebbe ripreso.
 
Deduciamo che il rapporto tra storia e modernità – nel caso della fontana di Tondo Gioieni – non è risolto o se vogliamo, afferisce a un tempo che non c’è più. Cioè afferisce a un significato che non è più attuale. Si può disquisire sul valore formale e figurale, sul rapporto tra opera e paesaggio e come questa lo modifichi (sembra inconsapevolmente) . Si può disquisire sul valore dei materiali – locali o non – anche se oggi viviamo nell’era dei glo-local e gli architetti e design lo sanno.
 
Insomma, se in un negozio vediamo esposta una sedia in stile Luigi XIV, non diciamo che è schifosa, che è disgustosa, che sembra un orinatoio, che è testimonianza del sottosviluppo culturale del rivenditore e che proviamo vergogna per quella comunità. Semmai non la compriamo.
 
Personalmente non ho gradito l’opera ma riconosco che è conforme al prevalente gusto estetico della nostra società, che fa riferimento a progetti analoghi come piazza teatro Massimo a Catania e piazza Duomo ad Acireale (e non ricordo lo stesso accanimento); che l’ha progettata un architetto per conto di un committente che ha avuto il potere di imporla alla collettività, e se non piace o piacerà, probabilmente la stessa collettività non gli riconoscerà meriti. E se ciò avvenisse sarebbe un gesto di grande civiltà e di speranza. Architettura e ideologia, questo ci manca. Architettura e coraggio, questo ci manca. Spesso, ci si “flette” di fronte al potere e non si educa la collettività (chi non ha peccato scagli la prima pietra).
Credo che al contrario di quanto qualcuno ha scritto, la città di Catania – coscientemente o incoscientemente – ha discusso del rapporto tra arte, comunicazione e potere. Diceva il poeta d’Inessa, “gridare non ha senso”. Che si riconduca il dibattito nel solco della mitezza culturale e della sostanza disciplinare. 
 
Se si vuole approfondire consiglio: Architettura e Felicità, di Alain de Botton, Guanda 2006

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Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

3 Comments

  1. Egr. Sig. Finocchiaro vedo che a spada tratta lei è sceso in campo quale paladino di Bianco. Il problema è alla base. Non esistendo oggi un’architettura qualificante, oggi purtroppo non si fa neppure “edilizia”, sarebbe stato meglio trattare il muro con un intervento minimo e non così invasivo. L’Architettura nasce per migliorare un luogo e non per peggiorare le condizioni. È stato un caso consegnarlo qualche giorno prima delle elezioni o no? Ritengo comunque che qualche viticolo lo abbia perso. Altra cosa assurda, sperpero di denaro, anzi denaro gettato nell’immondizia sono quelle piazzettine realizzate a C.so Martiri della Libertà. Si rende conto che se in effetti dovesse partire il progetto redatto dall’Arch. Cucinella, in uno scenario che dovrebbe vedere lavori ben diversi oltre che di notevole mole, quei due “sputi” consegnati alla città che senso hanno? Anche il mio cirneco, dissentirebbe di ciò. Simbolicamente è come se avessero messo un cerotto ad un ferito gravissimo, da sottoporre ad interventi chirurgici massivo. Sono passati oltre 60 anni, proprio adesso Enzo doveva adoperarsi. Spero vivamente che la magistratura possa intervenire e se del caso qualche esposto sarebbe giusto produrlo. Lei ha ben consigliato dei testi da leggere e fatto esempi lodevoli, ma ciò non basta a discolpa del suo sindaco, della giunta tutta e di chi ha permesso queste nefandezze. L’Architettura è ormai morta da tempo e forse solo gli eventi naturali potranno cancellare il bel rivestimento e la bella fontana. Per il meraviglioso verde verticale, secondo solo al bosco verticale di Boeri, a Milano, così come ha detto il sindaco e l’assessore (spero che la prossima volta prima di certe non veritiere affermazioni chiedano a qualcuno competente) ci penserà il nostro clima, non appena il sistema d’irrigazione comincerà a non funzionare più. D’altronde grandi opere hanno bisogno di grande manutenzione e come precisato dallo stesso Bianco “afferma il falso chi dice che fontanella e rivestimento sia costato parecchio” per questo risultato sono stati spesi appena 430.000 euro oltre IVA ed altri oneri. Meno male, per così poco non ci dobbiamo in effetti lamentare. Comunque parole al vento. Arch. Luigi Costantino

  2. Caro collega, Luigi Costantino. Mi dispiace deluderti ma l’articolo non era a favore di Bianco. Non era a favore di nessuno. Tentava di riflettere proprio sullo scarto tra memoria e modernità e sulla (i)responsabilità dell’architettura nella definizione del paesaggio urbano. Forse l’equivoco nasce dall’aver denunciato le modalità del dibattito che mi sono apparse – faziosamente da stadio. Compromesse dalla campagna elettorale. Non votavo a Catania, non ho condiviso l’intervento (e ne ho speigato le mie ragioni), non appartengo all’area politica di Bianco e quindi deduco che il tuo giudizio è annebiato da una rabbia (che posso comprendere) ma non giustifica la tua conclusione sintetica. Anche su Boeri avrei qualcosa di dire ma non mi sembra questa la sede adatta. Mi dispiace per averti deluso. Ma per formazione culturale non infierisco sugli sconfitti e credo che sia necessario chiudere questa campagna elettorale. Bianco ha perso, vedrai che tondo gioieni sarà presto dimenticato.

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