Uruk, dalla città coltivata alla città costruita: la cultura contadina generatrice delle nostre comunità

Quello che vi propongo è un diverso modo di osservare la città, a partire dalla sue genesi, ripartendo da lontano, anzi dalla lontanissima civiltà dei Sumeri, quando a Uruk, nasceva la civiltà.

Abitiamo luoghi che chiamiamo città. Lo facciamo da secoli. Viviamo dentro paesaggi complessi in cui le relazioni, le connessioni, le gerarchie sono stratificate, sottese, certe volte invisibili.

Dentro questi luoghi – le città – abbiamo collocato ogni nostra funzione umana e consolidata l’idea che oltre esiste uno spazio naturale o addomesticato (chiamato natura o campagna) che aspetta solo di essere conquistato. In questo senso ciò che abbiamo perso è il significato profondo della “campagna”, intesa come parte della città e quindi funzionale alla sua stessa esistenza. Abbiamo, tra l’altro, frainteso il significato di complessità urbana e la sua origine, pensando ad una contrapposizione tra cultura urbana e cultura agricola.

Alla prima abbiamo dato il compito di rappresentare la modernità e il futuro e alla seconda – la campagna – il compito di rappresentare l’arcaismo e il passato. Almeno questo è quello che si percepisce nelle terre del sud, dove il contadino, il coltivatore è considerato – sul piano sociale e culturale – una figura marginale.

Un diverso modo di leggere il rapporto tra città e campagna – a partire dalla sua origine – ci restituisce un nuovo punto di osservazione. Lo studio della prima città della Mesopotamia – Uruk – che propone Mario Liverani (storico delle religioni e archeologo), offre uno scenario – inedito per il cittadino moderno – che rimette al centro, il contadino e l’agricoltura, come protagonisti della “rivoluzione urbana” e dell’origine della complessità. In pratica all’origine dello stato e della moderna società (quella dei cittadini) c’è l’agricoltura, l’innovazione tecnologica ad essa collegata e un modello economico “templare” – a conduzione centralizzata e familiare – che doveva gestire l’eccedenza produttiva.

In pratica la città, come la conosciamo noi oggi, nasce dall’eccedenza produttiva della bassa Mesopotamia del IV secolo a.C. dovuta a una modifica di tecnica colturale (dal piccolo campo familiare al campo lungo a gestione collettiva): dall’introduzione dell’aratro a trazione animale; dall’invenzione di macchinari per la mietitura e dall’esigenza di coordinare e organizzare la redistribuzione del raccolto, l’orzo in particolare. Quindi agricoltura, industria ed economia, ovviamente i “non coltivatori” (specialisti) e l’élite politica- religiosa si sono posti come “organizzatori” del processo, proponendo una teologia politica e una teologia religiosa a supporto. Il Re-Sacerdote (magazziniere) costituisce, insieme al Contadino e agli Specialisti (contabili, costruttori di templi, ceramisti, ecc.) il sistema tripolare alla base della società complessa che genera la città come modello urbano.

La città e la civiltà, compresa la nascita della scrittura e della matematica, devono tutto all’agricoltura, sia sul piano organizzativo che sul piano della forma urbana (geometria) e i Sumeri sono stati determinanti (quel territorio che oggi chiamiamo Iraq).

E’ questo il paradigma che propone Mario Liverani (che insegna Storia del Vicino Oriente antico, all’Università “La Sapienza” di Roma). Appare in questo senso utile, cominciare a parlare sempre più, di Città Coltivata e Città Costruita, come unicum culturale e spaziale, diverso dal paesaggio naturale. Città (costruita e coltivata) e Natura diventano due paesaggi che dialogano attraverso la narrazione, lo sguardo, l’attraversamento, la liturgia del “romanticismo”. Quello che proponiamo, è una diversa modalità di osservazione.

Lo studio di Mario Liverani, pone l’accento – non solo sull’agricoltura – ma anche alla pastorizia e individua nell’orzo e nella lana (industria tessile) i due prodotti – in eccedenza – che determinano l’avvio della rivoluzione urbana. La centralità e la monumentalità del tempio-palazzo, circondato dagli alloggi dei non specialisti, rispetto alle abitazioni dei contadini, è funzionale a rendere visibile – sul piano spaziale – la tripolarità e la complessità della società della Mesopotamia del IV sec. a.C.. A raccordare questi spazi e a renderli interconnessi, si realizzano i mercati-piazza, le vie processionali sacre. Nasce la città. E se l’orzo è il prodotto propulsore della nostra civiltà, il mais è quello delle Americhe e il riso dell’Estremo oriente. I processi, pur traslati nel tempo sono molto simili.

Si determina in questo senso una società complessa, fatta di rapporti funzionali e simbolici. L’élite politico-religiosa, può acquisire le eccedenze – per gestirne la ridistribuzione – in virtù di un potere coercitivo a carattere religioso e non militare. La ridistribuzione può avvenire sotto forma di razioni alimentari o sotto forma di servizi pubblici collettivi. Nasce il proto-stato e la possibilità di conservare l’orzo e la lana, per un certo periodo (nel tempio-magazzino), determina la necessità di organizzare, l’intera società a questo scopo con specializzazioni produttive; cosa che non succede nei territori (equatore) dove si raccolgono prodotti deperibili (per esempio, banane che non possono essere conservate, e quindi determinare complessità sociali). Verrebbe da dire che la città nasce da un’eccedenza agricola e dalla necessità di conservarla in un magazzino.

Questa riflessione ridetermina un certo modo di percepire il contadino, l’artigiano, il contabile e il magazziniere (tempio-sacerdote). Ci offre la possibilità di apprezzare alcune parti della nostra società e capirne l’importanza sul piano economico e antropologico. Ci stimola a indagare nella storia delle nostre valli, dei nostri distretti agricoli, della nostra cultura contadina, come generatrice delle nostre comunità. Ritornare alla terra in modo innovativo ma consapevoli della matrice originaria e dei significati teologici. Ricollocare – nella complessità urbana – il concetto di spazio simbolico e spazio funzionale. Il valore delle connessioni tra le parti e il senso della “ridistribuzione” di servizi e risorse. Che significa offrire opportunità alla città, ai cittadini, per realizzare l’Allegoria del Buono e Cattivo Governo e i loro effetti in Città e in Campagna – come esprime mirabilmente l’opera di Ambrogio Lorenzetti del 1338.

 

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Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

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