Il riuso dello spazio pubblico e collettivo: opportunità e non criticità. I casi di Catania e Paternò

Sempre più spesso siamo chiamati a prendere delle decisioni sulle strategie di riuso del patrimonio edilizio esistente o sulla riconversione d’uso dei suoli. In particolare, quella parte di risorse – architetture e vuoti urbani – che sono state prodotte dal dopoguerra in poi e che hanno perso – per varie ragioni – la loro utilità.

Principalmente per degrado, per obsolescenza tecnologica, per mutate condizioni di mercato, per una riduzione di utenze e per modifiche nei protocolli operativi, che spesso coincidono con la digitalizzazione della pubblica amministrazione e più in generale dell’intera società.

Uno dei temi del futuro prossimo – relativamente alle politiche di trasformazione dello spazio urbano – è proprio la riconversione dei grandi contenitori pubblici: ospedali, tribunali, caserme, palazzi governativi, relitti e ruderi urbani. Senza dimenticare i grandi centri commerciali (che meriterebbero un approfondimento più specifico). Contenitori – tutti questi – che possono essere sia storici che moderni.

Nei giorni scorsi si è parlato dell’ex palazzo delle poste di Catania che, secondo le previsioni, dovrà essere demolito per realizzare la nuova sede degli uffici giudiziari. Anche per gli ospedali della città metropolitana si pone lo stesso problema: da una parte l’entrata in esercizio dei nuovi presidi ospedalieri (nuovi, innovativi e accessibili, ma fuori la città) e dall’altra lo svuotamento dei vecchi ospedali o il drastico depotenziamento delle strutture sanitarie periferiche: Paternò per fare un esempio.

Il tema impone almeno due domande. Quale funzione si vuole dare agli edifici – storici e non – che vengono abbandonati e le modalità di trasformazione degli stessi. Ma vorrei porre l’attenzione a una terza questione: le implicazioni economiche che tali scelte determinano nel tessuto commerciale, immobiliare e sociale.

La funzione più ricorrente, attribuita a ogni contenitore abbandonato è di solito quella museale. Ma si capisce subito che questo è solo un modo per non dire nulla e rimandare tutto alle future generazioni. Se facessimo un museo per ogni contenitore abbandonato avremmo una città di soli musei, privi delle pre-condizioni necessarie per la loro fruizione.

La funzione “museo” di qualcosa, insieme all’azione “riqualificazione urbana” sono le soluzioni più usate dagli studenti delle scuole di architettura, ingegneria e pianificazione e in questo senso andrebbero fatti degli aggiustamenti.

Le modalità trasformative sono più codificate ma certe volte prevale una certa pigrizia intellettuale che ci spinge a sostenere la “demolizione e ricostruzione” che non sempre è auspicabile, sia per il valore culturale dei manufatti e sia per l’opportunità economica complessiva (demolire significa anche smaltire). Che poi se dovessimo applicare questo principio ovunque, dovremmo demolire i tre/quarti della città di Catania – pubblica e privata, se pensiamo alla città, dagli anni ’50 in poi, per ragioni sismiche. Quindi, forse è necessario affinare nuove modalità di recupero – ove possibile per l’architettura moderna – che siano più sostenibili. Chissà se l’ex palazzo delle Poste di viale africa potrà essere un laboratorio di studio in tal senso.

E veniamo alla questione economica. E’ facile spostare un tribunale da una parte all’altra della città, oppure un ospedale. Ma cosa succede nelle zone adiacenti? Che fine fanno le caffetterie, le cartolerie, i negozi in genere; che valore avranno gli immobili – improvvisamente deprezzati. Quale sarà l’appetibilità urbana di un’area svuotata del suo storico catalizzatore? Ci saranno risorse economiche per compensare? Sono domande a cui dovremmo dare una risposta almeno in termini di strategie complessive e di partecipazione ai processi trasformativi. Non è facile, ma far finta di niente non serve a nessuno.

Prendiamo ad esempio il caso dell’ospedale di Paternò. Un enorme pachiderma che da anni viene svuotato a causa di molti fattori – politici e sanitari. Circondato da diverse aree appetibili per la trasformazione, lungo un sistema di viabilità a scala territoriale e potenzialmente vicino alla linea della futura metropolitana.

Forse sarebbe utile aprire un confronto – tra la politica, l’azienda sanitaria, l’università, le professioni e la città – per verificare le condizioni ottimali di trasformazione. Localizzare un centro di eccellenza sanitaria con una specializzazione universitaria: attrezzata con una foresteria, per i parenti dei pazienti e gli studenti, riconvertendo tutto in un campus, sarebbe un’idea da esplorare. Considerare il sistema sanitario con i suoi contenitori – dismessi o depotenziati – un tema di sviluppo per una città, sarebbe un salto di qualità nella gestione delle politiche urbane.

E sempre restando nel settore sanitario: cosa succederà dei presidi del Santa Marta e Vittorio Emanuele di Catania? Musei? O sarebbe meglio considerare questi contenitori come parte di una strategia di rete, dove si possano introdurre nuove funzioni: incubatori, alloggi per anziani, laboratori culturali per i giovani, spazi collettivi dedicate all’arte in gestione alle associazioni per la musica, il teatro e il cinema, oppure alloggi popolari e mercati coperti (senza la paura di essere dissacranti, considerato le esperienze europee in tal senso) e dove è possibile restituire alla natura i suoli occupati. Lavorando con i privati, singoli e organizzati. Insomma serve una strategia di sistema e una visione economica complessiva. Come sempre, puntare l’attenzione sull’oggetto singolo può non bastare. Serve anche una certa maturità e una giusta dose di innovazione da parte della politica che ha la responsabilità di questi processi.

Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

1 Comment

  1. L’ex Albergo Sicilia è un pachiderma, che meriterebbe subito la demolizione, e magari una volta demolito, nello spazio dove sorge si potrebbe allargare il Giardino Moncada. Poi ci sarebbe anche la questione del Velodromo, sul quale per l’ennesima volta è calato il silenzio e non si parla più di recuperare la struttura per convertirla in un palazzetto dello sport, visto che quello di via Bologna è piccolo e inadeguato per una cittadina di quasi 50 mila abitanti. Sicuramente è un problema di fondi che non ci sono, ma ancor di più pesa l’assenza di volontà politica, perché se ci fosse, i soldi si potrebbero reperire…

    Comunque, il SS Salvatore non deve chiudere, anzi va ripotenziato, in primis con il ripristino del punto nascite.

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