Sentieri, è la natura che dà forma alla città

La storia dell’uomo è anche la storia della forma della città. Le ragioni che determinano la fondazione, la metamorfosi, lo sviluppo – sia della città costruita che di quella coltivata – sono da ricercare nella natura. Il primo passo per comprendere l’armatura urbana, la sua essenza, è capirne i nessi con gli innumerevoli elementi che l’hanno costituita: giaciture, insenature, orientamenti, emergenze, storie, fratture, scorrimenti. L’acqua è certamente il punto di partenza di una possibile esplorazione. A partire dalle sue forme, dalle modalità di captazione e distribuzione. Da dove viene, verso dove va, come arriva. Un reticolo di condutture, di pozzi, di sorgenti e di fontane. Seguire il sentiero dell’acqua, capirne la sua forma, dalla sorgente fino alla “città”.

La terra ci offre altre tracce, la terra ci mostra una storia diversa: una pianura, un declivio, una roccia, una magia che fa sgorgare da sotto la terra il fuoco. L’uomo si lascia guidare, si lascia condurre verso forme dell’abitare che diventano parte della natura stessa. Come una faglia sismica che genera spesso un camminamento. Lo genera perché essa non incoraggia la natura a insediare la vegetazione e sputa pietrame dalle sue profondità come per apparecchiare un possibile manto stradale. Un pragmatismo estremo. Come le case che si allineano lungo un corso d’acqua o come i sentieri che collegano le città lontane che usano le ombre dell’alba o del tramonto per guardarsi e diventare stelle comete da seguire verso il senso del divino.

La natura modella la forma della città, anche nel tempo, anche quando invade prepotentemente la città. Un terremoto, una colata lavica, un’inondazione. L’acqua, il fuoco, la terra e l’aria. La natura esprime dolcemente e violentemente le sue condizioni. L’uomo cerca di coglierne le tracce, le indicazioni, almeno fin quando il suo rapporto con la natura è in equilibrio.

L’uomo costruisce sulla natura, la invade e ne sfrutta le risorse; lo fa lasciandosi guidare almeno fino alla rivoluzione industriale, più o meno. Poi succede qualcosa e perdiamo la memoria di questo rapporto. Come impazziti, guidati dal delirio di onnipotenza, violentiamo ogni luogo, senza fidarci dei luoghi e di come sono stati trasformati nel tempo, dimenticando persino la loro sacralità che non era impedimento a fare (trasformare) ma guida nell’ottimizzare l’azione antropica.

La cosa più tragica è la perdita di memoria, la non capacità di comprendere il perché delle cose. Come se ogni pietra, ogni simbolo, ogni forma sia fine a se stessa; cancellando la capacità di leggere le pietre come documenti, le forme come significati e le relazioni come narrazione. Allora lo studio della città e quindi della civiltà diventa un muoversi senza meta, senza mappa, senza un fine.

Per questo motivo, è sempre più utile riattivare la lettura multiscalare e interdisciplinare della forma della città, studiando la tettonica, la vulcanologia, l’idraulica, la pedologia, le religioni, per comprendere la profondità della storia dell’uomo e della natura, che lo ha accolto. Una visione stereoscopica nel tempo e nello spazio. Quale poteva essere la forma della natura duemila anni fa? Perché gli uomini si sono stanziati proprio qui? Cosa vedevano da questo luogo guardando verso l’orizzonte? Come vivevano? Come e dove si relazionavano con altri insediamenti? La ricerca storica deve guardare in questa direzione. Costruire reti di conoscenza e condivisione. Sovrapponendo ‘layers’ diversi, coinvolgendo più discipline. Ma servono risorse, impegno, determinazione e obiettivi condivisi. Serve la cultura dello “svelamento”, contro quella del “nascondimento”. La natura modella la città ed essa stessa modella la natura (diversamente). Così nasce un sentiero, un camminamento, una relazione, un luogo sacro. Cosi nasce la città, come una sosta tra due luoghi: da dove veniamo e verso dove andiamo, in mezzo, noi abitiamo.

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Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

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