Pensare: ogni segno è una sinfonia sulla corteccia dell’umanità

Pensiamo, riflettiamo, costruiamo schemi, relazioni e immagini. Lo facciamo costantemente e spesso inconsapevolmente. La nostra mente ci porta altrove, oltre, persino in un tempo e uno spazio distanti dal nostro presente. Riusciamo ad immaginarci in un’isola dei Caraibi, indietro nel tempo, inventando scenari e personaggi. La nostra mente vola, s’insinua, scorre e attraversa la materia e il tempo. Il nostro corpo è quasi un vincolo che frena e impedisce l’evoluzione libera del pensiero. La gravità ci restituisce la misura delle cose.

Spesso arriviamo ad una conclusione speculativa, attraverso un percorso articolato. Generato da un’immagine, da un suono, da un ricordo. Pensiamo di sapere, pensiamo di guardare ma basta uno spostamento impercettibile di veduta e l’intero quadro cambia colore e significato. L’intuito, l’istinto, il guizzo improvviso di un’idea. Abbiamo innumerevoli realtà sotto i nostri occhi e serve anche solo un suono per ricostruire nuove forme. Scavare nella nostra memoria cosciente e scavare nel profondo spessore, della nostra esistenza inconsapevole. Cercare, indagare, rovistare, ricercare, dentro le cose fisiche e dentro il profumo della realtà.

Quando nasce il pensiero, così come lo conosciamo adesso? Quando, la nostra mente si struttura, per percepire il trascendente? Quando nasce l’idea di morte e di vita, di male e di bene, di finito e infinito?
Abbiamo lasciato – ovunque nel tempo e nello spazio – i segni del nostro pensiero umano. Lo abbiamo fatto attraversando il tempo, lungo un percorso ad ostacoli con l’unica esigenza di sopravvivere e di trasferire agli altri, una traccia di noi stessi, una testimonianza della nostra esistenza. Siamo ossessionati dall’idea di vivere e raccontare.

Abbiamo diviso il cosmo in bene e male. In ordine e disordine, in positivo e negativo, in su e giù, in bianco e nero. Abbiamo diviso il cosmo in quattro parti, lo abbiamo fatto perché il sole, con il suo cammino nel cielo, imponeva: levante e ponente, mezzogiorno e settentrione.
Il sole e la luna, hanno generato la suddivisione dello spazio e del tempo: hanno scandito giornate, mesi e determinato direzioni. L’uomo si è scoperto come parte di questo cosmo, ha cominciato a pensare, registrare e intuire per poi raccontare. Una successione infinita e ordinata di osservazioni e deduzioni. Così nasce l’Homo Sapiens. Sopravvivere e raccontare. Prima con la parola, poi con i segni che diventano scrittura, poi con le metafore e i miti, passando per la stampa e il web. L’uomo continua a sopravvivere e a raccontare se stesso.

Ha costruito città e campagne, per esercitare compiutamente le sue esigenze primarie e lo ha fatto secondo un canone, un codice, un metodo. Ha seguito la natura, le sue metamorfosi. Lo ha fatto addomesticandola o imitandola. Lo ha fatto usando un linguaggio che ha adattato, nel corso dei secoli, per dire sempre la stessa cosa. Un reticolo di frammenti sparsi, stratificati e sedimentati, che trovano una forma riconoscibile. Un cerchio, una croce, un serpente, un’aquila.

Bisogna scavare, trovare, comprendere e per farlo bisogna liberare la mente. Mettersi in discussione, navigare il dubbio e scovare nuove verità. Pensare come un visionario, guardando i segni che la storia ci ha restituiti, spesso nascosti dalla nostra stessa ignoranza e superficialità. Per fare questo è necessario condividere le tracce, svincolarsi dal noto ed esplorare ogni mare della conoscenza.

Rimane affascinante tracciare tutte le linee del pensiero. Un ricordo, una pietra, un buco nella muratura, ancora un ricordo, un disegno, un allineamento, poi un libro e una penna. Come una costellazione celeste che l’uomo riconnette per dare nuova forma e nuovo significato. Pensare, quasi una visione istantanea di ogni cosa. Un vortice di azioni velocissime – immaginifiche – che oltrepassano la nostra capacità di registrare, ma che ci portano alla fine provvisoria di un viaggio. Eureka: ho capito. E ogni segno e significato, torna a comporre una sinfonia sulla corteccia dell’umanità.

Poi ci sono i ciechi, i babbani e le mosche. Quelli che non sanno guardare, che non sanno cercare e che mai sentiranno quella sinfonia. Quelli che non salperanno mai per i mari, che avranno bisogno di un sostegno per camminare, che sapranno contare mille chicchi di grano ma non sapranno mai a cosa serve il grano.
Poi ci sono i maghi, le streghe, le ninfe, i santi, gli dei, la terra e il fuoco, l’aria e l’acqua. Poi ci sono: Talete, Socrate, Archimede, Galileo, Newton, Einstein e tanti altri “piccoli ricercatori” e se non fosse per loro, staremo ancora a contare mille chicchi di grano, pur di non sconvolgere la percezione del mondo conosciuto, perché abbiamo ancora paura di osservare e dedurre. Elementare Watson.

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Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

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