Teatro, allo Stabile di Catania le laceranti confessioni delle ‘donne in guerra’: strepitoso il cast

Teatro, allo Stabile di Catania le laceranti confessioni delle ‘donne in guerra’: strepitoso il cast

Al Teatro Stabile di Catania riparte la stagione con più entusiasmo, più fiducia, nuovi progetti.

La rinnovata sfida è portata avanti dalla direttrice Laura Sicignano che non si è mai arresa alle restrizioni covid e anche l’anno scorso, prima della ripresa autunnale dei contagi, aveva proposto un cartellone ricco e vario. Poi la chiusura e quei progetti sembravano crollati. Anche se non del tutto, perché alcuni spettacoli sono stati realizzati ugualmente e mandati in streaming. Quel palcoscenico, che è stato calpestato negli anni dai più grandi attori e registi della storia del teatro catanese e italiano, non è mai rimasto vuoto e silenzioso.
Adesso si può ripartire, teatri e cinema possono tornare alla capienza del 100%, e il Teatro Stabile ha già pronto un nuovo cartellone fitto di proposte di ogni genere e raddoppia con una nuova sala che verrà inaugurata a breve, la sala Futura.

Il primo spettacolo -in scena in questi giorni fino al 29 del mese, è un testo della stessa Sicignano, che ne cura anche la regia, scritto in collaborazione con Alessandra Vannucci, che viene riallestito a Catania con un nuovo (strepitoso) cast dopo i premi ottenuti in Italia e all’estero (menzione al premio Ubu)- racconta la storie di sei donne italiane nei drammatici e dolorosi anni dal ’43 al 45, gli anni della Guerra civile: Donne in guerra.

Prima di tutto lo spettacolo è innovativo e particolarmente coinvolgente perché la regista ha stravolto la stessa sala del Teatro, spostando la platea e gli spettatori che in un primo momento vengono accompagnati, da maschere in abiti e acconciature anni Quaranta, sul palcoscenico dove comincia la storia e poi sono fatti sedere in uno spazio scenico che scavalca la tradizionale quarta parete di separazione tra gli attori e gli spettatori. Ci si trova, così, coinvolti fisicamente ed emotivamente nel racconto che piano piano prende corpo, anzi sei corpi.

Le donne in guerra ci raccontano la loro storia come in tante laceranti confessioni, come in monologhi che portano indietro nel tempo, in quegli anni atroci per l’Italia, quando, dopo l’armistizio, iniziò la fase più crudele e disumana della Seconda guerra mondiale, una guerra che le donne -ce lo dicono a gran voce le protagoniste- non hanno voluto e non vogliono mai, perché “le donne non fanno la guerra”, anzi dichiarano “guerra alla guerra”.

C’è Irene, fanciulla candida e semplice, che sembra farneticare parole evangeliche e preghiere smisurate, disperate, che subisce una feroce violenza da parte dei nazisti e lei, come un cristo sulla croce, urla e chiede al suo dio di allontanare da sé questo dolore.
C’è la Signora De Negri, piccolo borghese abituata agli agi di una condizione sociale rassicurante e comoda, che vedrà stravolta la sua vita da eventi luttuosi per tutti, rastrellamenti e vendette personali, una resa dei conti che fu più crudele della stessa guerra.
C’è Maria, che farà l’operaia in fabbrica perché il marito è lontano, in Germania, e da sola deve cercare di sopravvivere. Diventerà una militante nella fabbrica occupata per difendere il lavoro dallo sfruttamento e per difendere le donne dalla sperequazione per cui venivano pagate la metà degli uomini. Verrà deportata su uno di quei treni piombati, destinazione ignota: la morte.
C’è Anita, una partigiana, staffetta abile nel mercato nero, antifascista, che canta sempre la melodia di Bella ciao e ha perso il suo compagno di battaglie e amore della sua vita. Diventerà assassina uccidendo un tedesco, da sola, scaricandogli addosso tutto il caricatore per la rabbia e per quel senso di abbandono e solitudine, per avere perso il suo sogno d’amore e di libertà.

E c’è la fascista, Milena, nata da un padre anarchico socialista, scappata dal suo paese, Bassano del Grappa e giunta a Roma per conoscere il suo idolo, il duce ed entrare come ausiliaria nelle milizie fasciste per combattere per il suo ideale: la Patria. Subirà la vendetta dei partigiani, quella forma di giustizia incontrollata che segnò il momento della disfatta fascista. Lei, la più sconfitta di tutte, griderà la sua paura, la sua angoscia, cercando la mamma prima del momento finale, mostrando tutta la fragilità che nella vita aveva occultato dietro l’esaltazione e il fanatismo del regime.
Infine, c’è Zaira, la levatrice, anziana e saggia, amica di tante, dolce guida per le donne che partorivano e per i bambini appena nati. Lei sarà la sacerdotessa di un rito sacro e funesto, dovrà accompagnare i morti verso il loro ultimo viaggio e, in un passo straziante, ricorderà uno per uno gli uomini, i bambini, le donne alle quali aveva chiuso gli occhi perché la morte chiede rispetto, i corpi si devono spogliare e lavare, i bambini si devono cullare, per l’ultima volta.

L’atmosfera che la Sicignano ha saputo creare è quella di tanta letteratura e cinema neorealista e memorialista (subito alla mente vengono le pagine di Renata Viganò, di Beppe Fenoglio, e anche il recente, bellissimo, Mara di Ritanna Armeni); ma qui, a teatro, è tutto più vero, più carnale, più forte emotivamente perché ci si trova seduti davanti a un binario, metafora del viaggio della vita, ma anche reale scenario di quel momento, di quei viaggi per fuggire, per aiutare, per andare a morire. E attorno a quel binario, con le luci soffuse e queste donne che come spettri raccontano la loro storia, il loro dramma, il nostro dramma di italiani che non devono dimenticare, si fa terribile, toccante, emozionante, devastante. Il linguaggio ricercato dall’autrice è scarno, diretto, molto duro perché mai edulcorato, calibrato con equilibrio su ogni personaggio.

Una testimonianza dura, necessaria oggi più che mai, sulla guerra, sulla follia degli uomini, sull’umanità, sull’innocenza delle donne, diventate vittime e capri sacrificali.
Non dimenticar le mie parole…. cantano sottovoce le sei donne mentre ricordano, raccontano, rivivono per noi le loro tragedie. Per noi che non dovremmo dimenticare, mai.
Le sei donne sono sei straordinarie attrici, tutte magnifiche, tutte potenti, delicate, forti, deboli, disperate, innamorate, sognatrici. Federica Carruba Toscano, Isabella Giacobbe, Leda Kreider, Carmen Panarello e poi la tenerissima Barbara Giordano (che ha calpestato quel palcoscenico sin da ragazzina, figlia d’arte) che col suo pancino della dolce attesa, così vera, porta sulla scena davvero tutta se stessa. Per ultimo Egle Doria, attrice tragica, di quella tragicità greca, inesorabile, con uno sguardo che ti fissa e ti entra dentro, la sua voce profonda, timbrica che comincia a vibrare fino alle lacrime, le sue e le nostre. Piangono davvero le attrici sulla scena, scoppia un applauso fragoroso, malgrado il pubblico contingentato, sul finale, catartico per questa opera di testimonianza emozionante.
Molto curati i costumi realizzati dal laboratorio di scenografia del Teatro Stabile.

FOTO DI ANTONIO PARRINELLO

Riguardo l'autore Loredana Pitino

Mater, magistra, mulier. Cresciuta dentro il Teatro Bellini che considerava il suo personale parco giochi. Appassionata di teatro e cinema, un tempo aspirante attrice, affamata di tutto quello che è arte e rappresentazione perché la vita è teatro e possiamo capirla solo con la lente della finzione. Docente maieutica. Malinconica come Pessoa, sognatrice come Fellini, cinica come Flaiano. Sempre in cammino, sempre senza meta. Illuminista, prof-letaria.

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