Teatro, allo ‘Stabile’ di Catania due attori e mille ruoli per Decadenze di Berkoff: nella sala ‘Futura’

Teatro, allo ‘Stabile’ di Catania due attori e mille ruoli per Decadenze di Berkoff: nella sala ‘Futura’

Il Teatro Stabile di Catania, quest’anno raddoppia l’offerta per il pubblico catanese e ha aperto un nuovo spazio teatrale, una piccola sala che ha recuperato e rinnovato (in via Macallè), chiamandola Teatro Futura; una definizione che ci sembra ben augurale per tutti: il Teatro, la città e il pubblico.

Nella sala Futura è andato in scena giorno 20 novembre uno spettacolo nuovo e sorprendente, una vera performance per due attori che, da soli, si sono contesi (è il caso di dirlo) il palcoscenico dando prova di maturato mestiere: Alice Sgroi e Francesco Bernava.

Una storia moderna (il testo è del 1981), che mette a fuoco le debolezze (infinite) dell’umanità, le fragilità della coppia, le crisi delle coscienze, le isterie dell’individuo, l’enorme difficoltà delle relazioni interpersonali.

Quattro personaggi sono disegnati dalla penna di Berkoff, ma egli stesso indicò che dovessero essere interpretati da due soli attori, in uno scambio di ruoli che si alternano fra donne, mogli, mariti e amanti. Amanti famelici di sesso, droga e alcool, che si cannibalizzano a vicenda. Si amano famelicamente e si odiano in una spirale abissale che porta i due doppi verso le loro infime decadenze.
E’ molto difficile dare una definizione di questo spettacolo che sta a metà tra il teatro di parola e la performance attoriale a tutto tondo. Senza alcun dubbio la parola è sovrana, una parola sciorinata attraverso versi che hanno una loro “identità linguistica ricercata e mai banale”, dei versi costruiti con una tale potenza di narrazione che diventano scenici, assumono essi stessi una forma concreta su uno spazio vuoto, caratterizzato soltanto da macchie di colore e di luce che costruiscono un luogo dentro al quale si muovono i due doppi personaggi.

Ma questa parola così scolpita nella metrica densa e colorita, a tratti volgare, a tratti sublime, richiede un’interpretazione da grandi performer. E questo sono Alice Sgroi e Francesco Bernava nello spettacolo messo in scena al Teatro Stabile. Sono naturali nella loro forzatura, delicati nella loro isteria. Si muovono, mimano, ballano, creano, gesticolano e proiettano attorno a sé ambienti e circostanze oggettivamente non presenti sulla scena ma evocati dalla loro presenza. Si percepisce la grande fatica fisica e mentale che un testo di questa portata richiede agli interpreti e si percepisce uno studio e una ricerca approfondita per entrare e uscire dai personaggi doppi, per declamare versi che non lasciano spazio al respiro, per incarnare una femminilità e una mascolinità esasperati, molto caratterizzati, ma autentici.
Operazione molto difficile, con una struttura drammatica che è una vera e propria raffica d’artiglieria di racconto e dialogo, una metrica velocissima e martellante, un testo rock carico di assonanze e suggestioni foniche, rese magistralmente anche dai traduttori.

C’è una sintonia perfetta,

orchestrata dalla regia di Giovanni Arezzo, fra i due attori, una sensualità prorompente nella loro fisicità che richiama costantemente al bisogno feroce di essere amati, bisogno che è di tutti noi. Per questo si crea una coincidenza, una corrispondenza tangibile tra ciò che accade sulla scena, anzi ciò che la parola fa accadere, e il pubblico che abbandona ogni falso pudore per comprendere quel desiderio così gridato, così aperto e manifesto, così erotico.
Un altro elemento costruisce metaforicamente la scena e il passaggio da una coppia all’altra: un intervento musicale che come un sipario, come un cambio di quinte sullo sfondo, sposta il dialogo verso l’altra faccia del doppio. Questo accompagnamento musicale, in un mix tra rock e beat, archi e elettronica, è affidato alla creazione originale di Orazio Magrì; le luci, che hanno lo stesso ruolo della musica, sono di Simone Raimondo e i costumi, di Garzia Cassetti, che accompagnano i movimenti e le trasformazioni, nel personaggio femminile, hanno un valore simbolico, come macchie di colore che suggeriscono l’atmosfera beat e l’eccessività del tutto.
La performance parla di noi, il testo, che andrebbe ascoltato più volte per coglierne ogni sfumatura, parla a noi e parla oggi più che mai “della necessità del Teatro che è l’unico luogo all’interno del quale possiamo riuscire a guardarci allo specchio” (note di regia)

Per le ragioni che abbiamo detto questo spettacolo è stato premiato con un riconoscimento che il Teatro Stabile di Catania, quest’anno per la prima volta, ha voluto attribuire alle migliori proposte teatrali dell’anno con la bellissima iniziativa “Catania premia Catania 2020” che ha l’obiettivo di riconoscere il valore e l’impegno delle tante compagnie che operano nel territorio catanese e che lo arricchiscono culturalmente con proposte sempre nuove o tante forme di sperimentazione.

DECADENZE. Performance tratta dal testo di Steven Berkoff, traduzione di Giuseppe Monfridi e Carlotta Clerici. Con Alice Sgroi e Francesco Bernava, regia e adattamento di Giovanni Arezzo, produzione Mezzaria teatro.

Riguardo l'autore Loredana Pitino

Mater, magistra, mulier. Cresciuta dentro il Teatro Bellini che considerava il suo personale parco giochi. Appassionata di teatro e cinema, un tempo aspirante attrice, affamata di tutto quello che è arte e rappresentazione perché la vita è teatro e possiamo capirla solo con la lente della finzione. Docente maieutica. Malinconica come Pessoa, sognatrice come Fellini, cinica come Flaiano. Sempre in cammino, sempre senza meta. Illuminista, prof-letaria.

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