Ritorna e si riaccende il dibattito sul futuro di una delle aree urbane di Catania più controverse. Collocata tra il mare e la città storica, nodo cruciale tra le direttrici principali del sistema urbano alle diverse scale. Adiacente alla stazione ferroviaria e a quella metropolitana, costituisce un’opportunità di rigenerazione (come piace dire di questi tempi) mai risolta, ormai da decenni.
A dire il vero, da Giacomo Leone, passando per Massimiliano Fuksas fino a Mario Cucinella – solo per citare i più recenti – ci sono stati diversi tentativi per disegnare questo pezzo di città, senza mai trovare una soluzione applicata, solo disegni – affascinanti – di come si possa immaginare questo spazio cerniera, questo vuoto urbano che assume sempre più il ruolo dell’incompiuto.
Nel frattempo, si sono sovrapposte (ai disegni) anche altre ipotesi sul suo possibile utilizzo o sulle modalità di governo: dall’idea di Zaira Dato di destinare l’area a spazio interconfessionale a quelle sul coinvolgimento più attivo degli abitanti di Pietro Ivan Maravigna. Non sono certamente le sole riflessioni presenti sul campo ma oggi, insieme a tante altre, costituiscono una letteratura copiosa e purtroppo sterile.
Una cosa è certa, in questo dibattito, spesso accademico, l’assente ingiustificato è la proprietà. Nel senso che, a fronte di accordi, programmi, volumetrie concesse, disegni dalle firme prestigiose e tanto altro non ha mai realizzato nulla. C’è da chiedersi se i piani di cui si discute ancora oggi sono attuativi e operativi, se sono ancora in vigore oppure se scaduti, come ogni piano di lottizzazione o di permesso a costruire. Perché se fosse così il tema della discussione cambia.
Forse il vero nodo è che la/le proprietà non hanno mai avuto le risorse per realizzare quanto previsto o sperato. E che il vero obiettivo è vendere a qualcuno i terreni, a chiunque. Se fosse così la discussione dovrebbe spostarsi in un’altra direzione: quali funzioni accogliere, chi deve realizzarli e con quali modalità. Domande dalla forte connotazione culturale e che avrebbero come baricentro l’interesse pubblico, il coinvolgimento dei cittadini e un disegno urbano governato dal governo cittadino.
Non si tratta più di concedere ai privati rendite promesse in passato ma pensare a come rigenerare una parte importantedella città sul piano delle strategie complessive. A partire dal recepimento delle risorse finanziarie, dalla necessità di offrire alla città metropolitana di Catania un’occasione per fare quel salto di qualità che le manca ancora per essere a pieno titolo una grande e attrattiva città europea che guarda in particolare il Mediterraneo.
In questo senso, è opportuno ragionare su alcune questioni che possono reindirizzare il dibattito attuale per orientarlo verso un modus diverso di pianificare. Qualunque progetto si pensi, deve ricucire le parti contrapposte della città e non collocarsi come un’astronave atopica. Siamo sicuri che abbiamo ancora bisogno di spazio commerciali e residenziali (che sulla carta creano reddito)? Sono ancora attuali e legittime, le aspettative dei proprietari, infarcite di pareri legali senza fine? Se il loro scopo è vendere (legittimo) e la città rischia di dover pagare un prezzo alto per le sue indecisioni urbanistiche, le parti devono incontrarsi e pensare a soluzioni reciprocamente convenienti ma nello stesso tempo,attuative nel breve tempo.
E se quel pezzo di città diventasse lo spazio per creare la Biennale del Mediterraneo? Se il disegno urbano prevedesse di vendere ai Paese partecipanti i lotti per realizzare i padiglioni espositivi, direttamente collegati con ferrovie, autostrade, aeroporti e metropolitana? Se le attività commerciali, espositive, dei servizi, fossero solo complementari e il tema principale fosse quello del parco della cultura, con parcheggi e aree a verde (di interesse pubblico)? Il modello che intravedo è quello usato a Etnapolis da Antonio Pogliese, l’inventore di città. Un modello di gestione che allinea le forme architettoniche con quelle amministrative. Il vero tema, per Corso Martiri della Libertà è il modello di gestioneche deve anticipare e governare il disegno urbano e architettonico. Per dirla semplice, è l’economista che disegna l’area e l’architetto realizza il progetto. È dura di digerire ma le città sono pianificate da team di economisti e sociologi che guardano il mercato, la gente, le necessità e le opportunità. È duro da accettare ma serve un cambio di paradigma.
La realtà è che siamo ingessati, alla ricerca del nuovo nome di archistar che sblocchi tutto per non sbloccare nulla. Abbiamo bisogno di un piano che preveda la compartimentazione degli interventi, che guardi le aree adiacenti, che pensi che inserire o non inserire funzioni nell’area significa anche desertificare o meno il resto della città. Non si può inserire un nuovo cuore nell’organismo urbano senza prevedere le possibili conseguenze o i rigetti. E la città, lo diciamo da tempo, non è solo quella perimetrata dal nuovo PUG ma è più ampia e arriva oltre il perimetro di quella percepita.
Se si ripartisse dal disegno urbano alla scala architettonica, non da soli, ma insieme alla gente? Il focus non possono essere solo i proprietari dell’area, gli avvocati e i Consiglieri Comunali, ma l’intera città.

