E’ appena uscito in libreria, per i tipi della Garzanti, L’incartatrice di arance, romanzo di Barbara Bellomo.
Un romanzo che tesse un raccordo tra le arance tarocco, la città di Catania nei primi anni del Novecento e tre donne, molto diverse tra loro ma, per questo, complementari. Rosina, Concetta ed Elisa rappresentano tre modi diversi di essere donne in quel momento in Sicilia, di essere legate ai tempi, ai pregiudizi e ai sentimenti, tre modi diversi di reagire.
Che cosa fa pensare di più alla Sicilia dell’immagine delle arance? Che cosa rappresenta, nell’immaginario collettivo, il frutto dell’arancia, rotonda, rossa, succulenta e profumata, se non il simbolo della Sicilia? E quale qualità è la più ricercata come specifico prodotto siciliano?
Il tarocco, l’arancia rossa carica di vitamine. Il romanzo di Barbara Bellomo risale, attraverso qualche aneddoto e una leggenda, alle radici della scelta di questo nome, una curiosità poco conosciuta anche nella stessa regione, anche nella Piana di Catania, dove questo frutto matura e prende il colore così intenso, grazie alle escursioni termiche tipiche di questo territorio, rivelandoci la libera associazione di idee che ha portato gli agricoltori a denominare le loro arance appunto tarocco.
«Era la terra dei cafoni e dei galantuomini,
coppole e mantelle nere,
era il Sud dell’osso, era un uovo, un pugno di farina,
un pezzo di lardo.»
Leggiamo questa citazione in apertura del libro e dal riferimento capiamo subito che la definizione data dal poeta Franco Arminio riguarda anche la Sicilia di Barbara Bellomo che è l’anima di questo romanzo.
Al centro della vicenda c’è Rosetta, una ragazza di quindici anni, fragile, insicura, spaventata dalla vita, che vive col padre e che lavora a un banco della pescheria, a Catania. Lei serve le olive e le sistema sul bancone mescolandole col peperoncino e il prezzemolo, in bella mostra con un gusto estetico che richiama i clienti. Siamo nel 1906 e la Sicilia sta vivendo molte trasformazioni.
Rosetta è un personaggio creato dalla fantasia della Bellomo, ma attorno a lei ruotano personaggi storici che, non solo sono veramente esistiti, ma hanno contribuito a dare una identità alla città del Sud, già da allora tanto moderna per certi aspetti e tanto conservatrice per altri.
Prima fra tutti Concetta Campione, una donna imprenditrice e benefattrice che si lega a doppio filo con la giovane Rosetta, un filo fatto di compassione per la sorte della ragazza (orfana di madre, figlia di pescatore e priva di mezzi di sostentamento) e di una ferma volontà di combattere le ingiustizie.
Nella prefazione la scrittrice ci avverte che il “personaggio di Concetta è ispirato alla persona realmente esistita di Concetta Campione”
E’ chiaro, dunque, che l’intenzione di partenza era quella di rendere omaggio a un personaggio poco conosciuto ma molto importante per la città.
Una serie di eventi tristi e feroci, ma anche un innamoramento e un atto di consapevolezza e di ribellione, faranno maturare la protagonista che, lentamente, sarà costretta a diventare forte e determinata, coraggiosa, e portatrice di identità. Attraverso la sua vicenda personale, l’autrice affronta temi universali come l’emancipazione, il peso delle tradizioni, il valore della memoria e il desiderio di autodeterminazione.
L’identità di Rosetta è l’identità di una città. Della Catania di inizio Novecento la Bellomo ci suggerisce tutto: architettura, leggende, storia, personaggi, strade, luoghi, credenze, cultura e sotto-cultura, in un riflesso costante dove la grande storia nazionale e culturale arriva indirettamente. Così sono citati eventi come la lotta della prima donna avvocato portata avanti per essere accettata nell’ordine: la torinese Lidia Pӧet. E ancora, viene citato lo scandalo che provocò la messa in scena di Casa di bambola di Ibsen. E poi la riflessione sulla recente annessione della Sicilia all’Italia “chi la voleva in Sicilia l’Unità d’Italia?” A un ceto sociale e culturale più elevato appartiene Elisa, ragazza costretta ad ubbidire a regole che le vengono imposte, figura speculare a quella della protagonista, per questo centrale nella dinamica della narrazione.
La Bellomo ci racconta di una città che dimostra subito l’ambizione di diventare industriale, di mettere in relazione la tradizione di un’economia agricola fatta di latifondisti e un nuovo spirito di cambiamento anche nei sistemi di produzione e commercializzazione.
In questo affresco generale, le arance del titolo, con il loro profumo che quasi si percepisce leggendo, sono un elemento ricorrente, non sono solo un riferimento geografico e culturale, ma assumono un significato quasi poetico, simbolo di ciclicità, radicie anche novità.
Così come era nuovo il sistema di avvolgere le arance, incartarle, per impedire la diffusione delle muffe, tanti altri elementi di novità sono presenti nella vicenda di Rosetta e di Concetta Campione. Rosetta ha un segreto che vuole comprendere, si mette sulla strada per cercare le sue vere radici seguendo un indizio che le ha consegnato la madre in punto di morte. Un topos letterario classico: la ricerca di una metà di un gioiello per rintracciare una paternità non conosciuta. Ma il finale sarà sorprendente.
L’incartatrice di arance è un romanzo che avvolge il lettore con la stessa delicatezza e cura del gesto evocato nel titolo: quello di incartare, proteggere, custodire; è un romanzo che esalta i contrasti di questa terra e dei personaggi, femminili prima di tutto ma anche maschili, alcuni rudi e violenti, altri rassegnati al loro destino, altri poetici e sognatori, tutti carichi di memoria e di pregiudizi, di sogni e di doveri, di ribellioni e di accettazioni.
Tanti i riferimenti che il lettore può cogliere dal panorama letterario a lungo frequentato da Barbara Bellomo. La narrazione corale, la presenza di termini dialettali, proverbi e anacoluti, il punto di vista dal basso, ci fanno immediatamente pensare alla scrittura di Verga. I conflitti sociali e le differenze tra un popolo destinato alla fame o alla migrazione e una nobiltà distante e fredda, isolata in privilegi antichi, ci fanno pensare a De Roberto. E poi la scena di Rosetta che mangia l’arancia, perché solo quella ha da mangiare e la gusta con la fame di chi ha lo stomaco vuoto, non può che farci pensare a Vittorini, con la sua scena delle arance in Conversazione in Sicilia.
La scrittura della Bellomo è elegante e coinvolgente: ricca di dettagli sensoriali, riesce a trasportare il lettore nei luoghi e nelle atmosfere del racconto. I paesaggi siciliani emergono vividi, così come le dinamiche sociali e familiari, descritte con sensibilità e profondità psicologica, con simpatia e delicatezza ma senza scorciatoie scontate.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è la capacità di bilanciare introspezione e narrazione, senza mai appesantire il ritmo, ma con grande grazia. La storia, mentre ci svela segreti e rivelazioni, scorre fluida, ma lascia spazio alla riflessione, invitando il lettore a soffermarsi sulle scelte dei personaggi e sulle loro conseguenze. Non è solo la storia di una donna ma di donne e uomini, alcuni malvagi, altri buoni, alcuni destinati alla sconfitta altri alla ricerca, alcuni alla rinascita, un po’ come la storia della nostra terra.
“Si scica fino a terra e si sale a vedere le stelle. È questa la regola della nostra esistenza. A periodi bui ne seguono altri fortunati e luminosi.”

