A Paternò si lavora per il PUG (ma senza la politica): i commissari straordinari battono diciotto anni di immobilismo

A Paternò si lavora per il PUG (ma senza la politica): i commissari straordinari battono diciotto anni di immobilismo

🧭 Dopo 18 anni, la città torna a progettare

Forse ci siamo. Dopo diciotto anni, si riparla di pianificazione a Paternò e pare che le condizioni ci siano per fare il grande passo. Ovviamente, per adesso è solo una speranza, ma i segnali sono incoraggianti. Anche se qualcuno storce il naso, perché non è la politica (sindaco, giunta e consiglio comunale) a gestire questo processo, ma i Commissari Straordinari. Ma è anche vero che abbiamo avuto troppo tempo per fare qualcosa e l’interesse prevalente – di tutte le lobby – era quello di non fare nulla, con malizia.

🗣️ Una novità: il confronto parte dalla comunità

In città se ne parla apertamente. Sono stati realizzati già due incontri in poco tempo, e altri sono in programma. Per la prima volta, dopo tanti anni, il confronto parte dalla comunità (associazioni di categoria, ordini professionali, ecc.) e si espande fino a trovare conferma operativa nell’azione dell’amministrazione commissariale. È solo l’inizio, ma il questionario proposto alla città per raccogliere le prime impressioni della gente – anche se generico – è un segnale positivo da cogliere e coltivare.

Se da una parte si avviano le procedure tecno-burocratiche a cura degli uffici comunali, dall’altra la città, con tutte le sue sigle rappresentative, ha il dovere di dibattere, discutere, approfondire e definire la nuova visione di questo territorio, guardando al 2035 come orizzonte progettuale. Ha il dovere di analizzare cosa non ha funzionato nei piani precedenti, le cause dell’insuccesso del PRG 2003-2008, scaduto, disatteso, storpiato e manipolato. Un piano che avrebbe dovuto risolvere il nodo del centro storico, il rilancio delle periferie incompiute, la valorizzazione del sistema agricolo-ambientale, il rilancio delle zone produttive industriali e artigianali e la riconnessione con il territorio alla scala geografica.

⚖️ Il PUG: opportunità e rischio

Il nuovo strumento di piano, il PUG, definito dalla nuova legge urbanistica della Regione Siciliana, la 19 del 2020, offre nuove opportunità operative che puntano a un approccio più strategico che statico, e questo agevola sia la formazione dello strumento sia il governo dello stesso, superando i limiti della vecchia normativa. Ma è un’arma a doppio taglio: se non si coglie il senso della norma, si rischia di fare un buco nell’acqua. La cooperazione tra governo della città, associazionismo, imprenditori e cittadini è il fulcro di questa normativa, a patto che sia gestita con rigore etico e morale, facendo prevalere il funzionalismo economico e sociale.

🌱 Oltre le ideologie: serve una visione concreta

Non possiamo più parlare di piano ideologico o di contrapposizioni partigiane. I cambiamenti climatici, la necessità di non consumare suolo, di recuperare il patrimonio storico e naturalistico, la gestione virtuosa delle risorse e la crescente domanda di inclusione e accoglienza nelle città impongono una strategia condivisa, oltre le appartenenze partitiche. La città, con le sue stratificate contraddizioni – mai risolte – non ha più bisogno di chiacchiere e rinvii, ma solo di azioni precise e risolute che rimettano al centro il disegno urbano, l’ecologia pragmatica e, soprattutto, la coerenza.

Il nuovo piano non può prescindere dalla risoluzione di una criticità cronica: la carenza del quadro delle conoscenze. Qualche volta inconsapevole, ma spesso organizzata. Abbiamo fatto finta di non sapere, ci siamo dimenticati del valore paesaggistico, archeologico, storico, idrico e funzionale. Li abbiamo evocati solo a convenienza, di tanto in tanto, quando erano utili a orientare le scelte. Abbiamo fatto finta di non sapere che l’andamento demografico era negativo, fino a registrare il 24% di abitazioni abbandonate, come certifica l’ISTAT (con dati del 2021 in continua crescita).

Oggi, più che mai, serve un nuovo modello, un paradigma urbano che inverta il declino di un territorio dalle forti potenzialità. La nuova metropolitana (con le sue due stazioni e non solo con quella di Ardizzone), l’acropoli di Hybla Major (polo culturale e storico), la ferrovia delle arance (hub per le aree industriali e artigianali), il recupero del patrimonio edilizio esistente – storico e delle periferie degli anni ’70-’80 –, la rete degli spazi sportivi, ricreativi e sociali, la rigenerazione del tessuto commerciale di prossimità, l’anello della circumvallazione come strategia della mobilità territoriale e l’intermodalità sono alcuni dei temi a cui dare risposte concrete.

Ma c’è altro, forse più importante: la necessità di fermare le aspirazioni imprenditoriali di alcune lobby che vorrebbero assestare gli ultimi colpi, utili solo a compromettere il piano della città, come per i precedenti. Finte necessità – non confortate dalle analisi demografiche ed economiche, tanto meno dalle normative vigenti (ormai tutto è scaduto, anche le furberie) – che hanno solo lo scopo di ingigantire il malessere urbano, che poi è quello che genera la fuga verso altre città. Queste risorse economiche dovrebbero rivolgere le loro attenzioni verso altro, come i servizi che mancano ovunque.

I meglio informati parlano di frettolose fughe verso le aree C1, la zona Ardizzone e altre avventure, per realizzare ancora abitazioni e supermercati. Fughe che compromettono il futuro della città, invadendo aree che hanno altre vocazioni o altri disegni urbani più sistemici. Nella legge 19/20 ci sono gli strumenti per governare i grandi progetti, e in questa direzione bisogna andare, con i concorsi d’idee e con i piani di rigenerazione: tutti strumenti utili per governare e non per violentare il territorio. Oggi serve coerenza tra ciò che si predica e ciò che si sostiene anche da dietro le quinte. Bisogna tenere gli occhi aperti: questo tempo della transizione è portatore di furbate urbanistiche e alchimie di “santoni” che galleggiano da sempre. C’è una via più semplice: basta seguire la normativa e la letteratura consolidata esistente.

Ma non possiamo ragionare sul governo del territorio se non prendiamo atto che non siamo una città murata, ma una cerniera geografica. Abbiamo il dovere (la metropolitana lo impone) di guardare dal Simeto verso l’Etna e da Catania verso le aree interne. Lo eravamo, lo abbiamo scordato; oggi dobbiamo rigenerare questa funzione strategica per mitigare un declino che ha padri e madri: nessuno è innocente.

Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

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