La storia insegna.
Mentre gli storici ricostruiscono, ricompongono, trovano i nessi tra i documenti e gli avvenimenti. La riflessione di oggi è sulla consapevolezza che si è chiusa una fase importante della storiografia di Paternò. Quale eredità portiamo nel futuro? Cosa hanno lasciato gli studiosi dei decenni passati? Carte, documenti, pubblicazioni che messe insieme posso costituire un patrimonio utile a continuare il viaggio verso la conoscenza.
Non si tratta di monumentalizzare i personaggi ma di rileggere con attenzione i loro studi, rendendoli più fruibili alle future generazioni ed estrapolare da essi i tratti che possono essere più utili alla storiografia moderna. Un lavoro complesso di rilettura e verifica di quelle conclusioni che oggi sembrano a tratti più fragili e nello stesso tempo funzionali a capire i contesti della loro produzione.
Un lavoro che meriterebbe l’impegno di nuovi storici. Giovani studiosi. Magari legati al mondo accademico. Ma dove sono? Chi prenderà in mano l’eredità del passato? Colonna, Bellia, Napoli, Savasta, Di Matteo, Cunsolo, Rapisarda, Conti, Fallica, Chisari e Virgillito. Un esercito di studiosi che dal 1700 fino a ieri hanno prodotto, presentato, costruito –a torto o a ragione – la storia locale di questa comunità.
Le recenti scoperte, gli ultimi ritrovamenti, gli studi più recenti stanno determinando un nuovo scenario, una geografia diversa da quella consolidata. Una storia che andrebbe riscritta daccapo. Le tracce del passato riemergono, le linee tracciate sbiadiscono. In qualche caso bisogna ricominciare da zero o selezionare solo una parte di ciò che sappiamo. Chi avrà la voglia di studiare ancora, senza condizionamenti e pregiudizi? Il rischio, in una fase di povertà intellettuale, privati di quelle icone ormai spente, ci riduciamo a celebrarle come statue inanimate.
La vera lezione che ereditiamo da questi studiosi locali di storia patria è la passione per la ricerca, la voglia di sapere, la curiosità verso nuove scoperte. È questa l’eredità di cui disponiamo, l’impegno alla ricerca e non al nascondimento o peggio ancora al plagio o alla ridondanza acritica di ciò che pensiamo di sapere. L’eredità non sono solo gli scritti ma la necessità di andare avanti con altri studi, con altre ipotesi. Dobbiamo celebrare l’esempio, promuovendo la ricerca e non nasconderci dietro postulati provvisori.
Le forme dell’acqua, del fuoco, delle relazioni, del paesaggio e del lavoro sono il territorio della ricerca ancora da esplorare. Il patrimonio archeologico ancora sommerso e quello conservato nei musei di tutto il mondo sono il campo d’azione ancora da scoprire. Gli archivi, le carte, i documenti, sepolti di polvere sono la nuova frontiera della ricerca che solo oggi appare visibile a tutti. Siamo nell’era digitale e dell’IA e gli storici del passato non avevano questi strumenti così potenti. Ma hanno consegnato a noi le molliche di pane di pollicino, trovato delle vie, vive o morte.
Gli storici devono trovare nuove strade, perseguire un metodo multidisciplinare, a partire dalla storia del paesaggio e della città. Ridisegnare le relazioni, uscire dal confort zone di quello che crediamo di sapere o vogliamo sapere per inerpicarci nell’ignoto. Non è facile, è più semplice riscrivere quello che già sappiamo, copiare i documenti noti(nascondendo ogni possibile variante). Ma soprattutto è necessario andare oltre il perimetro geografico, oltre il visibile, oltre il riconosciuto. Perché il quadro delle conoscenze è in continua evoluzione e con esso le storie che si determinano.
L’università ha un ruolo determinante, quello di incoraggiare e incubare le ricerche – innovative e non contemplative –degli studenti, in particolare quelli di questo territorio. Bisogna facilitare la ricerca potenziando la biblioteca comunale e l’archivio storico (magari unificandolo nella stessa sede) digitalizzando e implementando le collezioni. Investire nella ricerca storica, in questa città, l’antica Hybla Major, oggi Paternò, è il più importante atto politico e cultural del nostro tempo. Una città che si è persa, che non ha identità, che ha dimenticato la sua essenza ha bisogno di ripartire dalla storia, dalla conoscenza di tutta la sua storia non solo da quella celebrata maliziosamente per nascondere l’altra.
Il caso del monastero di Santa Maria la Scala e la sua via d’accesso, l’acquedotto di Dionisio sotto l’acropoli, il santuaio delle Salinelle e le innumerevoli tracce di storia nascoste o storpiate come la Venere di Perri (?), gli argenti di Paternò a Berlino, le monete di Hyla Major a Londra, e ancora i reperti conservati ad Adrano, Catania e Siracusa gridano vendetta. Un patrimonio che è nascosto da un velo di omertà. Servono tre cose presto: gli scavi archeologici dell’acropoli, un museo archeologico e un piano di ricerca da condividere con le università.
Chi sono i nuovi storici che ereditano questo compito da quelli che celebriamo? Chi è capace di esplorare e non ricopiare? Storici, non copisti. Studiosi non tombaroli. Ma serve una consapevolezza politica, una capacità di avviare questi processi. Saremo capaci? Oppure torneremo a nascondere le tracce sotto le nostre case come sempre? La storia insegna che dalla fine del 1700, qualcuno si porte le nostre cose altrove, privandoci dell’identità. Abbiamo finalmente le prove. Servono poco i misteri e le gelosie. Serve condivisione e apertura mentale. Ma la politica deve fare una scelta, senza avere paura. La vera eredità non è conservare il passato, ma continuare a interrogarlo.

