Notizie, truffe e sorveglianza: come il Grande Fratello è penetrato nella sfera sessuale e nella cronaca

Notizie, truffe e sorveglianza: come il Grande Fratello è penetrato nella sfera sessuale e nella cronaca

Nelle spire del grande fratello.

Con la magistratura impegnata negli ultimi mesi a occuparsi, in numerose occasioni, di dati informatici trafugati e diffusi su reti di dossieraggio, a causa, ma non soltanto, di funzionari e impiegati infedeli, operanti all’interno delle istituzioni, si è preso atto dell’emergenza intercettazioni. In ultimo, in ordine di tempo, l’indagine della procura di Napoli ha stimato in 730 mila gli accessi abusivi nei sistemi informatici della polizia, in due anni. Senza contare, le inchieste denominate Squadra fiore e Equalize, avviate dai giudici milanesi, per individuare la rete di cyber spionaggio, in violazione delle banche dati dell’Inps e dell’Agenzia delle entrate, ordita da fiduciari dei servizi segreti di stato, da imprenditori e da componenti delle forze dell’ordine. Non si ferma qui la canea, giacché, sempre recentemente, la procura di Roma ha dovuto occuparsi di presunti, attacchi informatici al server del garante per la protezione dei dati personali. Comunque, a conferma dell’esigenza di mettere a tacere la libera stampa, quella pronta a denunciare le violazioni, in chiaro i rischi derivanti dall’invasione della tecnologia nella vita privata dei cittadini ignari, la direzione distrettuale antimafia di Lecce ha indagato un pirata del web tarantino colpevole di avere effettuato minacce ritorsive a 72 testate giornalistiche, dopo avere bucato il sistema informatico di ciascun periodico. Se questi sono gli elementi resi noti in cronaca, resta da stabilire da cosa è generato il proliferare del fenomeno dell’intrusione ormai talmente diffuso da inquinare in profondità l’attività pubblica e l’intimità, non soltanto degli italiani, bensì di chiunque al mondo. Nell’esaminare la propaganda dispiegata per consentire la penetrazione del Grande Fratello nella quotidianità sociale, si proverà ad analizzare il passaggio dalla sfera sessuale, usata da esca per attrarre il grande pubblico, per risalire alla distopia descritta nel romanzo 1984 di George Orwell, pubblicato nel 1949, nel quale la proiezione, successivamente rivelatesi reale di controllare impressioni, pensieri e tendenze di ciascun individuo, si sarebbe manifestata, oggi, nel 2026, a distanza di quasi ottant’anni, di bruciante concretezza.

A riprova dell’affermazione, nel fermarsi alle notizie di cronaca, oggi più di ieri, esiste il pericolo di istupidirsi. Perché? ci si domanderà. In funzione della mancata individuazione del processo di formazione dei fatti. Se, i mass-media, nel veicolare l’informativa di personaggi spiati, aggiungono l’aggettivo famosi, intanto mutilano la dinamica, circoscrivendo a pochi noti la vicenda, per sopraggiunta non spiegano il meccanismo di penetrazione dei database, se quelli violati appartengono alle banche o agli enti pubblici. Procedendo con ordine gioverebbe rivolgere ai lettori il quesito se, quando e come, hanno mai ricevuto tentativi di truffe online. Con esito scontato, in quanto affermativo nella risposta, si tenterà di stabilire se questi sedicenti hacker non abbiano comprato dalle centrali ufficiali di gestione dei social network la lista degli utenti oppure se si tratta di sottrazione dolosa delle informazioni dai sistemi, essi siano privati o pubblici. E, magari ci si fermasse a questo. Purtroppo no. Quando per citare il colosso Meta, segnatamente Facebook, una delle società della multinazionale, domanda al fruitore dei servizi,se desidera pagare il suo accesso, in subordine la permanenza nel social network, sta in sostanza presentando al cliente l’alternativa, se retribuire il servizio per evitare di essere spiato oppure se preferisce, suo malgrado, subire lo scippo dei dati personali per essere venduti a chiunque li paghi, dalle normali aziende pubblicitarie ai truffatori, essi siano delinquenti, o sottrattori dell’identità, oramai solo digitale, in quanto, senza accorgercene, lo stato civico di riconoscimento personale, ovvero i dati anagrafici, l’antica carta d’identità, coincide con quello dello smartphone, del computer. A guardare oltre la superficie, si dovrà constatare come avere acquisito il profilo su Facebook, vale lo stesso per WhatsApp, corrisponde ad avere concesso la propria identità ai gestori dell’applicazione selezionata. Leggendo con cura il quesito si noterà qual è il vero dilemma, se i dati dell’utente debbano essere custoditi esclusivamente da uno dei colossi del web richiedente l’autorizzazione, appunto Meta, o se possano essere venduti a soggetti terzi. A quel punto, con l’adesione a Facebook il passaggio del profilo personale all’acquisizione di privati è già avvenuto. All’impegno, ovvero alla parola delcolosso statunitense con sede a Menlo Park in California è affidata la custodia. Diventa legittimo domandarsi se, pagando, i tanti operatori addetti ai relais di Facebook o di WhatsAppdifenderanno davvero i dati anagrafici dei clienti, conservati nell’archivio online? Oppure, gridando al lupo, al lupo, dichiareranno di avere patito il furto. Nel rispetto della legalità, quale, quella statunitense o quella europea?, distinguendo tra le generalità, le preferenze, i gusti, le esigenze di acquisto, nelle alte sfere dei colossi del web si potrebbe decidere di vendere i profili degli utenti a imprese commerciali? Fermarsi qui è d’obbligo, giacché il prossimo passo condurrebbe a società pirata mascherate dietro sigle mercantili, interessate all’acquisto per indirizzare il voto o i consumi di massa.

Naturalmente, questo articolo del Corriere etneo, quotidiano rispettoso delle esigenze individuali dei cittadini, può, al più, mettere in guardia, allertare la pubblica opinione, mentre l’approfondimento sul tema specifico è demandato a strumenti di studio specialistici, comunque capaci di suggerire regolamentazioni complessive e, nello stesso tempo peculiare, dei meccanismi dell’avanzante e sempre più spregiudicata tecnologia, la quale, sia detto a chiare lettere, non tollera e non vuole alcuna regolamentazione. Perché? In quanto i guadagni in miliardi di dollari sarebbero decurtati delle quote di cessione a centinaia di società siano esse di sorveglianza o di acquisizione delle informazioni personali dei clienti, non esclusi associazioni a delinquere, proliferanti in diverse applicazioni di messaggistica e VoIP (voce tramite protocollo internet), segnatamente e apparentemente gratuite per i fruitori. Considerato il celebre adagio sempre meno propagandato: se non stai pagando per un prodotto, il prodotto sei tu. Detto fuori dai denti, non esiste nessun social network, che non ceda per una montagna di denaro, a chiunque disposto ad acquistare a suono di milioni di dollari i dati personali degli utenti. Di più, chiunque accetti di entrare in X, Instagram, Facebook, Tik Tok, Telegram, WhatsApp, YouTube sarà monitorato nell’arco delle 24 ore. Anzi, qualcuno tra i più attenti se ne sarà accorto, qualora si provedesse a spegnere il telefonino, i modelli tecnologicamente avanzati avvertono, ancora per poco, l’utente del fatto sia tracciabile malgrado lo spegnimento. Tra qualche mese si andrà oltre, la scheda telefonica non sarà più estraibile. In chiaro, se il cittadino accetta di usare lo smartphone, godrà, in senso ironico, del privilegio di essere tracciato di prepotenza dai capitalisti digitali di Google, Amazon, Apple e chi più ne ha più ne metta.

Esiste rimedio a questo strapotere della plutocrazia tecnologica? O meglio, nel considerare costoro, Cristiano Amon, Larry Page, Sergey Brin, Sundar Pichai, Peter Thiel o Jeff Bezos, in compagnia dei tanti altri colleghi imprenditori della oligarchia dei magnati dell’algoritmo e della intelligenza artificiale, Tim Cook o Jensen Huang, senza citare l’onnipresente Elon Musk, proiettati a prendere in mano le redini dei destini del mondo, abolendo la democrazia, meglio la politica, in favore della tecnologia guidata da loro stessi, si arriverà a una mobilitazione delle volontà collettive dei popoli per evitare la catastrofe, con il pianeta amministrato dalle macchine, nei fatti pilotate dai nuovi padroni del globo? Non si tratta di una prospettiva futuribile. È già in atto nell’istante in cui dell’incombente disastro si parla in questa sede. Ma tornando al nostro iniziale quesito, il grande fratello, è ancora una novità, una conquista della postmodernità oppure una minaccia alla stessa convivenza pacifica sulla terra? A considerare, in coda, il documento stilato dal dicastero della difesa, Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva, presentato nel novembre dello scorso anno, si può ipotizzare il proposito del ministro, Guido Crosetto, di affrontare il tema del conflitto postmoderno sotto il profilo essenzialmente del furto dei dati, dell’inserimento, attraverso i social network, delle manipolazioni del voto popolare, delle fake news, elaborate per alterare la percezione dei cittadini, compromettenti per la sicurezza nazionale, ma conseguentemente rovinoso per i destini individuali. Naturalmente in questo elenco, la distinzione della sottrazione dei dati sensibili, se effettuata da nemici esterni o da operatori interni, infedeli, non produce una diversità di conseguenze. Va fermata, scongiurando la intrusione nella vita pubblica quanto in quella privata dei distruttori dell’umanità.
Prima si prenderà coscienza collettiva della spada di Damocle sospesa sui destini del pianeta, su quelli di noi cittadini del mondo e maggiore sarà l’opportunità di fermare la deriva.

FOTO Egor Vikhrev su Unsplash

Riguardo l'autore Angelo Mattone

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