Scenario Pubblico, eccellenza catanese: Nello Calabrò racconta il “Miracolo” della danza contemporanea in Sicilia

Scenario Pubblico, eccellenza catanese: Nello Calabrò racconta il "Miracolo" della danza contemporanea in Sicilia

Salti. Sudore. Slanci verso l’impossibile. La danza contemporanea non è solo caos ma dietro il movimento c’è un segno concettuale. Il pensiero. La parola. La storia che cerca la carne. Dietro il gesto c’è la drammaturgia.

Scenario Pubblico a Catania, sede della Compagnia Zappalà Danza, è uno dei quattro centri nazionali di produzione della danza riconosciuti dal Ministero della Cultura. Nato nel 2002 nel centro storico catanese, la struttura ha rappresentato il primo esempio in Italia di centro coreografico internazionale. Oltre a questa storica specificità, dal 2022 Scenario Pubblico è stato formalmente riconosciuto come Centro di Rilevante Interesse Nazionale per la Danza (CRID), consolidando il suo ruolo di grande macchina collettiva e di eccellenza nel panorama internazionale. Il cuore pulsante di questo miracolo artistico è Roberto Zappalà, direttore artistico e coreografo che ha fondato la Compagnia Zappalà danza nel 1990 a Catania, realizzando solo per quest’ultima oltre ottantacinque creazioni. Il suo stile coreografico, nato da anni di ricerca sul movimento insieme ai suoi danzatori, è il linguaggio “MoDem”, cioè Movimento Democratico, una firma che possiede una sua ben precisa e unica identità. Accanto a lui, dal 2001, opera una figura altrettanto fondamentale: il drammaturgo Nello Calabrò che con una formazione solida alle spalle divisa tra la laurea al DAMS di Bologna con una tesi sul sonoro nel cinema di Sergio Leone e il diploma in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, è la mente teorica e l’ancora concettuale della compagnia, il traduttore dell’astrazione del movimento in struttura narrativa.
Il Corriere Etneo ha incontrato Nello Calabrò in occasione dell’incontro di chiusura del progetto di alternanza scuola lavoro “Il corpo insegna” presso il liceo delle scienze umane ‘Mario Rapisardi’ di Santa Maria di Licodia, diretto dalla dottoressa Maria Grazia D’Amico. Il progetto curato dalla professoressa Giuseppina Rasà ha coinvolto in due anni più di cento studenti.

L’origine del legame tra Nello Calabrò, Roberto Zappalà e Scenario Pubblico affonda le sue radici in un incontro casuale: “Ho conosciuto Roberto grazie a un amico comune, un architetto che lo è stato anche per Scenario Pubblico. Sapeva che Roberto aveva bisogno di un regista per un video che voleva utilizzare in un suo spettacolo. Io avevo girato un video per uno spettacolo teatrale che esordiva al Piccolo Teatro a Catania e Roberto l’ha visto e gli è piaciuto molto. Da qui è nato tutto. Nel primo spettacolo in cui abbiamo collaborato nel 2001 intitolato ‘Mediterraneo e le antiche sponde del futuro’ la parte relativa al video per motivi tecnici si è modificata in drammaturgia e quindi testo e situazioni sceniche. Una collaborazione che se all’inizio era più saltuaria, oggi ormai si è trasformata in un rapporto di profondo rispetto e amicizia.”
Questo filo si intreccia inevitabilmente con un percorso personale dominato da una grandissima passione: “La mia formazione è fondamentalmente cinematografica. Fin da piccolo ritagliavo gli articoli di giornale sul cinema. Non so precisamente perché lo facessi. Mi sono iscritto al DAMS a Bologna e mi sono laureato in storia del cinema e poi ho frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma diplomandomi in regia. Avrei dovuto fare il mio primo film, avevo vinto anche un premio chiamato ‘Articolo 18’ che lo Stato dava alle opere prime. Il film non è andato in porto e nell’attesa è nata la mia collaborazione con Roberto. Per tanti anni ho continuato a fare documentari. Ora ho girato il mio primo vero film. Mancano gli ultimi dettagli. Un film indipendente che si intitola ‘Un Fortissimo Furore.’ Vedremo che percorso avrà.”
Un immaginario che si è nutrito nel tempo di stimoli visivi e teatrali straordinari: “Per un periodo leggevo il mondo attorno a me attraverso il cinema. Quando ero giovane tutto partiva dal cinema. Per quanto riguarda il teatro mi piace molto Ariane Mnouchkinez, francese, del Théâtre du Soleil. Mi fa impazzire anche il polacco Tadeusz Kantor. Ma quello che mi ha folgorato davvero sono gli spettacoli di Pina Bausch.”
Eppure, essere drammaturghi, significa anche fare i conti con alcune inquietudini e paure: “Una cosa che mi inquietava all’inizio era quando i danzatori dicevano le mie parole. Perché i danzatori non devono recitare ma dire. Ci stavo male e mi creava disagio. Da autore mi chiedevo perché parlassero. Poi negli anni mi sono abituato. Ora mi chiedo sempre prima dell’impatto con il pubblico se quello che ho creato verrà apprezzato. Dubbi e paure ci sono sempre. Anche il grande Ingmar Bergman ha raccontato che alla prima dei suoi spettacoli persino a ottant’anni vomitava. Io cerco di essere il più distaccato possibile anche se è difficile. Mi sono spesso sentito ‘invidioso’ dei danzatori. Mai escluso ma sempre grato per assistere a ciò che vedo e all’espressione della libertà dei corpi. Il rapporto che io e Roberto abbiamo con i danzatori è ormai di amicizia.”

Una sensibilità totale, che si riversa nell’arte senza lasciare spazio a ego e rigidità: “La musica mi appassiona tantissimo. A volte se sento un brano musicale che mi suscita delle emozioni profonde penso che vorrei fare un film solo per metterci quella musica. Sono onnivoro nel cibo come nella musica. Tutto ciò che mi suscita emozioni mi piace. Se mi arriva va benissimo. Essere onnivori sotto questo punto di vista è positivo a mio parere. È normale dover rinunciare a qualcosa nella creazione ma è un rinunciare che non arriva mai all’improvviso. Quello che si produce è molto più di ciò che viene messo in scena. All’inizio si buttano giù una serie di idee ma poi alcuni aspetti vengono abbandonati. E ciò che viene scartato ci fa capire quanto è importante quello che rimane. In questo senso gli scarti sono importanti. Io dico sempre che non sono un drammaturgo della danza ma della Compagnia Zappalà Danza. Lavorando con un coreografo in questo ambito non ho un ego. Non mi importa se dopo aver scritto venti righe il danzatore ne dice tre perché voglio adattarmi all’idea del vero autore che in questo caso è Roberto. Tutto viene fatto a favore dello spettacolo.”
Il legame con il territorio è invece una radice da riscoprire continuamente attraverso lo sguardo esterno: “Catania mi piace tantissimo. Credo che però per apprezzare davvero un posto bisogna vivere in altri. C’è bisogno di un confronto con la diversità per apprezzare le cose.”

Una stabilità professionale che si intreccia con le aspirazioni cinematografiche che rimangono passione profonda: “Il mio desiderio sono sempre i film. Finire questo e sperare di farne altri. Scrivere sceneggiature. Poi ovviamente sono davvero soddisfatto di lavorare con Roberto. La compagnia è ormai internazionale e sempre in crescendo anche se i miei sogni rimangono quelli cinematografici.”
Il processo creativo si struttura seguendo stimoli esterni e ispirazioni personali ben precise: “A volte è una commissione. Un ente pubblico come un teatro commissiona un’opera. La maggior parte però sono idee di Roberto che possono nascere dalla fascinazione per un’opera musicale per esempio. Tutto nasce da progetti, uno per esempio è stato Re-mapping Sicily, cioè rimappare la Sicilia con il linguaggio della danza contemporanea. Al cui interno ci sono spettacoli come quello su Agata. Lavorare su aspetti della sicilianità ma non in senso folkloristico. Qualcosa che vada bene per tutti con i linguaggi della danza contemporanea. Un altro progetto è Instrument 1. I protagonisti erano gli strumenti musicali. Lavorava su come attraverso il gesto in Sicilia si vedono certi rapporti di forza. Quindi spesso la compagnia lavora su progetti. Alcuni più limitati altri in continua espansione. Per esempio i nostri ultimi due spettacoli: uno nasce dalla fascinazione di Roberto per una musica di David Lang, compositore contemporaneo. Lo spettacolo si chiama Corpi Liturgici. L’altro, Brothers to Brothers, nasce dopo aver visto uno spettacolo di musicisti giapponesi. Colpito dalla visceralità delle percussioni e dei tamburi che gli hanno ricordato l’Etna. Ha cercato quindi di mettere insieme monte Fuji e Etna.”

Il successo di questo percorso non si misura però solo sul palcoscenico ma anche nella risposta profonda di una città che ha dovuto imparare un linguaggio completamente nuovo: “Il merito di Roberto è la capacità di costruire un pubblico. Ora quando si parla di danza contemporanea a Catania si sa cos’è. Roberto ha creato un movimento rispetto a quello che è un modo di fare teatro contemporaneo con la danza. Lo si vede con il F.I.C. – Focolaio di Infezione Creativa, un festival arrivato alla sua settima edizione che mette insieme tante espressioni artistiche contemporanee. Spesso Roberto fa persino degli incontri gratuiti nei teatri per mostrare il proprio linguaggio coreografico. Nel suo caso il MoDem, che ha formalizzato scrivendoci dei libri e che mostra con i suoi danzatori storici anche gratuitamente, come dicevo. Il pubblico di Scenario è un bellissimo pubblico, ma che si è costruito negli anni, perché bisogna formarsi per apprezzare certe cose. Nel Sud Italia un posto come Scenario Pubblico non esiste. Per la formazione che fa, per il fatto di essere sempre aperto a tutti; e farlo a Catania non era facile perché la presenza della danza contemporanea era inesistente in città. Ciò ha necessitato anni di lavoro e impegno.”
Dietro le quinte e la sacralità della scena emergono piccole-grandi abitudini e presenze collettive che simboleggiano l’unione spirituale di tutti: “Di Roberto mi fa sorridere che a ogni spettacolo entra in scena e bacia il palcoscenico. I danzatori hanno una loro personalità, sono spesso molto giovani e hanno bisogno di essere indirizzati. Tutti hanno una loro ritualità. Una cosa carina dellacompagnia è la presenza di un panda, un piccolo panda che è diventato la loro mascotte portafortuna.”

Davanti all’immersione nel lavoro coreografico di Roberto, sorge una curiosità che si traduce in una domanda diretta: se fossi un danzatore, quale spettacolo ti sarebbe piaciuto interpretare? “Mi sarebbe piaciuto interpretare lo spettacolo su Agata, ma anche un altro spettacolo di Roberto che si chiama ‘Trilogia’ basato su tre grandi composizioni musicali di Debussy, Stravinskij e Ravel.”
A questo punto, la curiosità si sposta sulla gestione della tensione e sul rapporto viscerale, tra i danzatori sul palco e chi li osserva dalla platea: “Io sono tranquillo perché poi divento uno spettatore. Alla prima assoluta la tensione c’è, soprattutto perché spesso è in teatri grandi. I danzatori alla fine vogliono solo riposarsi e mangiare, perché fanno un lavoro davvero faticoso e meritano tutta la gratificazione e l’applauso finale. A Scenario si ha il pubblico vicino; infatti, il danzatore è spesso anche infastidito da uno schermo di telefono acceso. Una cosa che dà oggettivamente fastidio, qualcosa che fa male allo spettacolo.”
E uno spettacolo di grande successo? Un momento di svolta per la compagnia? “Uno spartiacque è sicuramente lo spettacolo su Agata, perché è stato fatto a Parigi al Théâtre de la Ville. Siamo stati la prima compagnia di danza contemporanea italiana in quel teatro. Uno spartiacque anche a livello storico e di riconoscimento nazionale e internazionale. Inizialmente la compagnia pagava la distanza. I critici, i gestori di teatri e festival non si spostavano per venire a Catania. Ora non è più così, data l’importanza che ha raggiunto la compagnia.”
Infine, una domanda intima: c’è stato un momento preciso in cui hai capito davvero di amare quello che fai? “Non c’è stato un momento specifico, ma c’è stato un momento in cui, quando andavo a Scenario, ero contento di farlo. All’inizio non era così. Sicuramente c’è stato un prima e un dopo.”

Nello Calabrò: intimamente un regista che ha incontrato il mondo della danza, trattandolo con maestria, rispetto e dignità. Una mente pura nel suo lavoro, totalmente priva di ego. L’amore per il cinema rimane lì, un fortissimo furore pronto a manifestarsi presto in tutto il suo splendore. Ma il miracolo, a Catania, è compiuto. Il pensiero ha trovato il suo corpo. E grazie all’incontro con una personalità straordinariamente coraggiosa e capace come Roberto Zappalà, Scenario Pubblico danza con tutta la sua forza.

Riguardo l'autore Federico Dilillo

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