Per fare un tavolo ci vuole il fiore. E per risolvere un problema bisogna cercarne le cause
Per fare un tavolo ci vuole il legno e per fare il legno ci vuole l’albero, e così via. Era il testo di una canzone di tanti anni fa che trovava nel fiore il suo centro, l’origine delle cose. Ma era anche un suggerimento per sperimentare la logica, la capacità di collocare nella giusta relazione cause ed effetti, per comprendere il cosmo.
Ma veniamo al dunque.
I lavoratori stagionali rappresentano, oggi, una grande criticità e, allo stesso tempo, una grande opportunità. Per la sicurezza e l’ordine pubblico possono costituire un problema; per gli imprenditori agricoli e per l’indotto rappresentano invece una risorsa. Questa descrizione è necessariamente sintetica, ma è meglio partire da qui per comprendere la questione.
Se un datore di lavoro, in qualunque settore produttivo, ha bisogno di manodopera, cerca gli operai, li assume dopo averne verificato le competenze e la regolarità dei documenti e, dopo un certo periodo di lavoro, li retribuisce. Talvolta nel compenso sono previsti buoni pasto e, nei casi più evoluti, anche un alloggio o persino un mezzo aziendale.
Nessuna comunità penserebbe mai di sostituirsi al datore di lavoro per garantire vitto e alloggio ai propri dipendenti. Anche perché gli utili della produzione spettano all’impresa e non alla comunità. Così avviene nell’edilizia, nell’industria e nelle altre filiere produttive.
In passato il tema dell’ospitalità dei lavoratori fuori sede veniva affrontato dai proprietari terrieri o dagli industriali attraverso strategie sostenibili. Si andava dalla realizzazione di alloggi comuni vicino alle fabbriche fino alle grandi masserie agricole che ospitavano i lavoratori stagionali provenienti dalle città e destinati a vivere nelle campagne per diversi mesi.
In quest’ultimo caso, i piccoli manufatti in pietra che oggi costituiscono una costellazione di architetture rurali sparse nei nostri paesaggi di pianura e di montagna erano destinati a ospitare i lavoratori, spesso interi nuclei familiari. I contadini e i braccianti, talvolta accompagnati dalle loro famiglie, lasciavano le proprie case in città per trasferirsi nei fondi agricoli durante le lavorazioni stagionali. Nei poderi trovavano l’acqua, gli animali e tutto ciò che era necessario per vivere. Tutto a spese del proprietario fondiario.
Il paesaggio del nostro territorio conserva ancora i segni straordinari di questa testimonianza di civiltà. Lungo le strade che collegavano i fondi agricoli sorgevano anche altari, edicole votive e piccole chiese, affinché vi fosse spazio non solo per il lavoro ma anche per il riposo e la spiritualità della domenica. Oggi questo patrimonio è spesso abbandonato oppure occupato dai lavoratori stagionali meno fortunati. Gli stagionali — preferisco chiamarli così piuttosto che extracomunitari — sono troppo spesso lasciati soli. Utilizzati quando servono e privi di una reale assunzione di responsabilità da parte di chi trae beneficio dal loro lavoro. Magari non tutti, magari non sempre, magari non ovunque, ma quanto basta per fare esplodere a Paternò un caso che si trascina ormai da troppi anni.
Un caso emblematico, quasi surreale, nel quale la comunità è chiamata a sostituirsi al datore di lavoro per offrire vitto e alloggio.Una cosa è fornire risposte emergenziali: questa si chiama solidarietà. Un’altra è sostituirsi ai privati inadempienti per garantire quella dignità che ogni lavoratore deve vedere riconosciuta.
Il punto, allora, non è dove collocare i lavoratori stagionali — per esempio nell’ex Albergo Sicilia — ma chiarire che, se serve manodopera, e serve, essa deve essere trattata responsabilmente come avviene in tutti gli altri settori produttivi. Ciò significa offrire alloggi a prezzi calmierati, o gratuitamente quando necessario, garantire buoni pasto, mezzi per raggiungere i luoghi di lavoro e una retribuzione congrua.
Se tutto questo altera significativamente i costi di produzione, allora bisogna intervenire su altri segmenti della filiera, come avviene in Spagna, dove si agisce anche sui costi della logistica e del trasporto. Occorre inoltre sollecitare la politica affinché introduca benefici fiscali, razionalizzi i costi generali e riduca il peso delle spese energetiche e idriche. Sarebbe utile coordinare campagne di promozione delle filiere, sviluppare strategie di marketing mirate e incentivare l’autoproduzione e l’export. Insomma, come per molte altre questioni, manca una vera politica economica dell’agricoltura e della gestione delle risorse idriche. E invece cosa facciamo? Risparmiamo sui lavoratori che, trattati come macchine senz’anima, finiscono per rompersi come si rompe un motore. E quando un motore si rompe, il danno coinvolge tutti. Il resto lo conosciamo.
Poi arrivano i salvatori della patria, quelli che di mestiere sfruttano le pieghe di questi processi complessi per ricavarne vantaggi, soffermandosi soltanto su una parte del problema. I flussi migratori non si possono fermare, ma si possono governare e regolarizzare nel rispetto della dignità di tutti. In questa città i cosiddetti “clan indigeni locali” — così come sono stati recentemente definiti da un gruppo di “alieni” — sono probabilmente più confusi che razzisti. Hanno semplicemente compreso che c’è qualcosa che non torna, perché troppi alieni spuntano come funghi in città: chi per candidarsi, chi per raccontarci la nostra storia, spesso scritta da loro stessi.
Riordiniamo allora le idee. Se serve un piano di emergenza che ponga rimedio a chi non svolge il proprio dovere e ciò significa garantire un tetto e un pasto caldo, la città ha già dimostrato di esserci. E la proposta di utilizzare l’ex falegnameria di via Verga appare più semplice e concreta di quanto si pensi. Qui i volontari possono convergere con pari dignità, senza fotografie celebrative e senza protagonismi.
Se serve un piano di riordino, allora a un tavolo tecnico dovrebbero sedere innanzitutto i proprietari dei fondi agricoli e gli operatori della filiera, non i volontari. Se serve una funzione per un edificio o per un’area urbana, esiste uno strumento che si chiama Piano Urbanistico Generale. Inutile aggiungere altro. Se serve un alieno per riflettere insieme sulla città, lo si può invitare. Per le autocandidature, invece, no grazie. A meno che qualcuno non lo abbia già fatto, come fecero gli Achei con il cavallo di Troia. E qui torniamo alla mitologia greca, a Polifemo, Penelope e Ulisse. Ma questa è un’altra storia.
Qualche volta ho la sensazione che la città di Paternò soffra di un misterioso complesso di inferiorità nei confronti dell’accento continentale o straniero. E quando prova a ribellarsi, viene liquidata come un semplice “clan indigeno locale”. Troppo facile così. Un tempo arrivavano i politici delle città più grandi, da Palermo o da Roma. Oggi arrivano eserciti di associazioni, talvolta portatrici di interessi economici, che si presentano come interpreti esclusivi della democrazia e della legalità. Cambiano le forme, ma il rischio è sempre lo stesso: la colonizzazione.
Una comunità non deve limitarsi a gestire le emergenze generate da altri; deve individuare le cause dei problemi, attribuire correttamente le responsabilità e decidere autonomamente il proprio modello di sviluppo.
