Preferenze sì, preferenze no. Ne inventano una al giorno per disorientare cittadini e indurli a disertare le urne. Come se, alle elezioni ultime del 22 settembre 2022, la percentuale dei non votanti fosse del 3,6% anziché quella effettiva del 36,09%. Di più,sommando le schede bianche e nulle, l’astensionismo ha toccatoquasi il 40%. Se un elettore su tre ha deciso di non recarsi alle urne, un motivo ci sarà. O no? Chi dovrebbe occup
rsi di recuperare il fenomeno, lo zio Paperone, sempiterno personaggio di Walt Disney, mollando dollari per convincere gli aventi diritto al voto ad adempiere al proprio diritto-dovere, oppure la colpa ricade sul destino cinico e baro?
No, va detto con chiarezza ai lettori, l’antipolitica, ovvero l’astensionismo è andato a braccetto con lo stravolgimento della legge elettorale, ricordate il porcellum?, varata nel 2005 fu dichiarata incostituzionale nel 2014, lo stesso proponente Roberto Calderoli la definì una porcata. Ci volevano nove anni perché la Corte Costituzionale si accorgesse delle violazioni della carta fondativa della Repubblica? Ma non finì lì, in quanto la legge successiva, il Rosatellum, depurata dalle assurdità anticostituzionali, contenute nella precedente, riuscì nell’intento di rendere permanente l’abolizione delle preferenze, violando ancor di più il dettato, la lettera e lo spirito dell’ordinamento. Naturalmente, tutti, in seno ai partiti prevedevano, successivamente hanno constatato, il disamoramento dei cittadini per la politica, soprattutto per il voto. Ma volevano esattamente raggiungere questo scopo. Hanno perseguito lucidamente ildisegno per governare il Senato e la Camera dei deputati senza doversi confrontare, non tanto con l’opposizione, quanto con chi all’interno del proprio partito voleva assolvere al ruolo di eletto dal popolo con dignità e senza delegare all’esecutivo, come avviene ormai da diversi anni, l’intera gestione del Paese. Insomma, se agli elettori è stato negato il diritto di indicare chi in Parlamento dovesse rappresentarli, a sua volta, a senatori e deputati è stato sottratto, conservato solamente sul piano formale, a questo sono servite le legge delega, in uno con il concetto applicato dell’urgenza, il compito di indicare le linee guida su materie come sanità, istruzione, pensioni, occupazione, ricerca, università e via di seguito.
D’accordo, le argomentazioni costruite intorno a questa impalcatura, confezionate nel corso di tre decenni dai vertici dei partiti, oggi, quelli al governo, ieri, i precedenti, hanno sempre riguardato la governabilità. Secondo il copione ancora in voga, la frammentazione del dibattito interno a ciascuna formazione politica, coniugata alla dialettica parlamentare tra i partiti, comprensiva del voto segreto, rendeva impossibile la sintesi. Secondo questa impostazione, il Paese andava alla deriva. Naturalmente è una bugia, l’hanno capito gli elettori italiani pur reagendo in modo differente, il 40% talmente imbufalito dadisertare la cabina elettorale o imbrattare la scheda, mentre il 60%, turandosi il naso va lo stesso a votare. Perché l’assunto non sembri un’asserzione gratuita, le preferenze sono indispensabili per rappresentare in Parlamento le esigenze di gruppi sociali e di zone del territorio, altrimenti abbandonate, accade esattamente in Meridione con l’esodo dei giovani verso il Settentrione e l’estero. Di più, chi si candida per ruoli di vertice in politica non può spegnere il telefonino e, soprattutto, deve dimostrare di governare prima della nazione il proprio partito. Privare i cittadini delle loro prerogative, andando contro la Costituzione, per agevolare il proprio potere personale non solo è una stupidaggine, costituisce una colpa grave, rispetto alla quale, prima o dopo, si paga, dazio. Non quello di Trump, tassa imposta più che a detrimento dell’esportatore, a danno degli stessi americani, bensì il prezzo, già sborsato dalla premier Meloni, in occasione della sconfitta al referendum sulla giustizia. Ora, se la coazione a ripetere è una caratteristica dell’uomo, per il politico la duttilità costituisce la dote essenziale per assolvere ai propri compiti. Guai a ripetere l’errore più di una volta. E, invece, l’impressione attuale è proprio questa di non avere tesaurizzato la lezione per l’attuale capo del governo. Lo sostiene lo stesso ex-sindaco di Roma, prima, collega di partito, Gianni Alemanno, il quale ha commentato al riguardo della modifica della legge elettorale, voluta e perseguita da Giorgia Meloni, la volontà della premier di sostenere il suo disegno, senza mollare. A ripetere lo stesso concetto, l’ostinazioneappare a tante persone una dote. In questo caso costituirebbe l’anticamera di una sconfitta epocale, qualora la mobilitazione di quella fascia di elettori, naturali disertori delle urne, si convincesse del disegno farlocco della Meloni, consistente nel concedere qualche preferenza, due, con il capolista bloccato, cioè nominato dai capipartito, in cambio di essere indicata come presidente del consiglio. Per di più, avere mani libere in Parlamento per determinare senza confronto d’aula, nel senso di aggirare la boa della maggioranza qualificata, intesa dal costituente in direzione dell’obbligo di accordo tra schieramenti contrapposti, ai fini di eleggere il presidente della repubblica.
Ma veniamo alla sintesi dei punti fondamentali previsti dal Melonellum, la legge fortemente voluta dall’attuale presidente del consiglio, approvata il 16 luglio scorso dalla Camera, nei prossimi giorni al vaglio del Senato. Sotto la voce, premio di governabilità, chi supererà il 42% dei voti, la coalizione più verisimilmente del singolo partito, avrà il corrispettivo di 70 seggi aggiuntivi a quelli conquistati alla Camera e 35 al Senato. Tradotto in chiaro, se la Meloni vincesse le elezioni, avrà mano libera per accedere alla presidenza della repubblica senza discutere con le opposizionidella propria candidatura. In seconda battuta, saranno eliminati i collegi uninominali, previsti nella legge precedente, il Rosatellum, mantenendo il sistema delle liste bloccate, prive di preferenze. Sulla scheda elettorale sarà predisposta l’indicazione della nomina della presidente del consiglio, naturalmente, Giorgia Meloni per il centro destra, onde evitare qualsiasi discorso di avvicendamento nell’ambito della medesima coalizione. Per le circoscrizioni estere, saranno ridotte da quattro a due, mentre per i cittadini fuoridalla propria sede di residenza da almeno nove mesi, purché abbiano richiesto la registrazione nell’apposito albo entro il 31 dicembre di ogni anno, oppure entro 30 giorni dal trasferimento,avranno diritto al voto nel comune di domicilio.
Seppure in pillole, si è provato a dare ai lettori l’idea di massima delle novità previste dal Melonellum, definito così, naturalmente,in quanto tagliato a misura per le esigenze dell’attuale premier, la quale, come sempre accaduto, è più astuta rispetto ai suoi alleati, in quanto, pure lei necessitata a selezionare i deputati di Fratelli d’Italia, in funzione della fedeltà alla propria persona, tramite la sorella, Arianna, a capo del partito, ha tirato fuori il coniglio dal cilindro, presentando l’emendamento, bocciato nei giorni scorsi dal Parlamento, contenente, nel diritto dell’elettore, l’indicazione del nominativo del candidato, grazie all’alternanza di genere nel caso di preferenze plurime. Ha vinto di nuovo la palude, ha dichiarato la Meloni, nel solito social network, divenuto l’unico addetto stampa di politici e governanti, in coincidenza del diniegopatito. A esaminare la semantica, un nemico esterno ha preclusoalla premier la vittoria a tutto campo. Cosa significa? Alla prima donna a capo del governo italiano è stato impedito, il tocco finale a completamento del capolavoro elettorale, contenuto nella legge di riforma del voto, ovverosia l’espressione di un paio di preferenze atte a catturare il massimo del consenso tra i cittadini votanti, dopo trent’anni di astinenza. Esattamente tre decenni sono passati da quando gli italiani subiscono il diktat dei capi partito, veri padroni del Parlamento. Con intuito politico da leader, alla Meloni era passato in testa di mascherare i due obiettivi personali contenuti nella legge in parola, la sua riconferma come presidente del consiglio, il premio di maggioranza per mettersi in condizione di essere eletta, alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella,alla presidenza della repubblica, con il concedere il contentino delle preferenze elargite ai cittadini, avocando comunque a sé, come agli altri capi partito, la selezione dei capilista in ogni circoscrizione e il rimanente dei deputati e senatori. Roba da premio Nobel per la politica della presa in giro, altroché, come da lei proposto, lo stesso riconoscimento a Trump, in quanto promotore di pace. Puah!
Peraltro come dichiarato da Riccardo Molinari, capo gruppo alla Camera della Lega, la bocciatura dell’emendamento non ha privato la Meloni dei due obiettivi, celati solo a chi non li vuole vedere, la sua riconferma nel ruolo di capo del governo e la prossima elezione a capo dello stato, le ha solamente tolto una quantità imprecisata di voti. Proprio di questo ha paura la Meloni della eventuale mobilitazione di quella porzione di 40% di non votanti, una aliquota imprecisata di costoro, accorrendo, nelle prossime elezioni politiche, alle urne potrebbero determinare la sconfitta della coalizione da lei capeggiata. È già accaduto al referendum per la riforma della giustizia. Ma sul fronte interno, la congiura silenziosa, secondo alcuni, è già in atto, giacché il fenomeno Vannacci, costringerà la Giorgia de’ noantri a trattare con Futuro nazionale per tornare a governare l’Italia. E, quindi, a quale prezzo l’ex-generale aderirà all’alleanza di centro-destra? Ma, soprattutto, se questo accadesse come si comporterà Forza Italia? Ancora, la Lega accetterà l’entrata di Vannacci, a dire di Salvini il traditore, in seno al cartello della governance?
