Progettare con cura: i nuovi architetti ripartono dai luoghi dimenticati

Progettare con cura: i nuovi architetti ripartono dai luoghi dimenticati

Esiste ancora una scuola di architettura che insegna a prendersi cura dei luoghi prima ancora che a progettare edifici. È questa la sensazione che emerge osservando i lavori dei Laboratori di progettazione architettonica di Michele Sbacchi e Fabio Guarrera.

La mostra finale dei progetti – presentati ad Agrigento – è incoraggiante per il futuro dell’architettura. Si sono conclusi i Laboratori di progettazione architettonica 1 e 2 e gli studenti hanno presentato alla comunità il loro lavoro. A Villa Genuardi, all’interno del Corso di laurea in Architettura e Progetto del Costruito del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo, si sono svolti gli esami finali con il contributo critico di architetti siciliani.
I temi scelti, la scala del progetto e le modalità della rappresentazione sono gli elementi più evidenti di un progetto didattico riconoscibile e utile. Sbacchi e Guarrera esplorano ancora una volta quell’architettura urbana e rurale che ricorre spesso nelle nostre città e nelle nostre campagne. Manufatti diruti, abbandonati, residuali. Porzioni di città o antiche masserie. Il progetto come strumento di misura, di verifica. La grammatica proposta è quella della cura, della ricucitura, del gesto essenziale per rigenerare un oggetto destinato all’oblio.

I due corsi hanno in comune l’approccio: etico, sostenibile, pratico. Edifici in muratura o intelaiati, inseriti in un tessuto urbano minore, decentrato, marginale. Oggetti che sono stati dimenticati e che hanno bisogno di un’idea per rivivere. L’abaco del progetto esplora il tema della sottrazione, dell’aggiunta, dell’adiacenza, della sovrapposizione, anche attraverso l’inserimento di piccoli manufatti che hanno lo scopo di generare lo spazio pubblico e privato.
Lontano dai grandi temi della scala monumentale. Nessuna casa per artisti, nessuna invenzione eccentrica. Una sobrietà tematica che rieduca lo sguardo alla città reale. Quel gesto quotidiano che impone ai futuri architetti di risolvere problemi per la gente comune, per committenti che non dispongono di ingenti risorse finanziarie, in quella parte di territorio caratterizzata da relitti sparsi, sia storici sia moderni.

I corsi dei due docenti corrono in parallelo: l’uno seguendo un piano di ricerca condiviso con altri laboratori, il secondo esplorando la poesia del disegno di architettura. Nessun fronzolo rappresentativo, nessuna scenografia monumentale. Piante, prospetti e sezioni, con un plastico di studio che accompagna la narrazione. Bianco e nero, pulito, a matita e china. Fogli tutti uguali. Un modo di raccontare che esalta l’idea, il processo, la sintassi e la grammatica dell’architettura.
Sono i lavori di studenti del primo e del secondo anno, forse ancora impregnati di quella ingenuità che li rende veri, sinceri, autentici. Nessun tentativo di enfatizzare. Solo progetto di architettura, nella sua forma più onesta. I progetti rivoluzionano gli spazi, ne cambiano le gerarchie, inseriscono nuove funzioni, aprono lo spazio verso dimensioni inattese. I lavori proposti restituiscono quella dialettica del progetto che sembra perduta. Infinite soluzioni per uno stesso manufatto. La linea di coerenza che la docenza impone è l’approccio, la finalità, l’empatia. Se c’è una critica, è che non sono visibili i travagli degli studenti, le contraddizioni che precedono il risultato finale. Quasi un imbarazzo a mostrare la brutta copia dei ragionamenti, quella parte affascinante del progetto che afferisce al suo gattonamento. È il peccato veniale che si concede ai giovani studenti, i quali apprezzeranno più avanti gli schizzi scomposti e preliminari di un progetto.

Michele Sbacchi continua quella ricerca che, a partire dalle campagne urbane, lo porta a esplorare l’architettura come strumento per mitigare i cambiamenti climatici. Le cisterne, le aree umide, diventano strategie per “aggiustare” il paesaggio, per generare nuovi paesaggi, ma con una ricaduta che, pur includendo la poesia, propone soluzioni realistiche. Questa sua visione delle modalità di recupero del patrimonio storico delle città, includendo residenza, giardino e riserva idrica, è affascinante. Siamo curiosi di vedere i risultati. E quella delicata attenzione per i biotopi minori, quelli che nessuno vede. È incoraggiante sapere che, in quella scuola di architettura che ha nobili origini come quella di Palermo, si continua a fare ricerca.
Fabio Guarrera è un esploratore della grammatica dell’architettura. Il suo sguardo colto e attento alla cosmologia rurale ci riporta al progetto ancestrale dei nostri padri, quello sapiente dei contadini. Ma la sua ossessione nei confronti della didattica del progetto e della misura dello spazio ci ricorda i grandi protagonisti dell’architettura come Álvaro Siza e Giancarlo De Carlo. La dimensione intellettuale che propone ai suoi studenti è incoraggiante. L’architetto non è solo tecnocrazia, padronanza della materia: è anche studioso e ricercatore. In questo senso l’esperienza dei laboratori è utilissima.

Ma l’incontro, il confronto, la discussione e la verifica dei progetti tra docenti, studenti e ospiti sono il cuore della didattica. La ricerca dell’etica nei processi, la misura dello spazio e l’empatia della professione diventano componenti essenziali della proposta formativa. Per queste ragioni c’è speranza. L’architettura deve ritrovare le ragioni della propria utilità, la sua dimensione democratica, uscendo dai salottini sterili e stilistici.
L’architettura torna così a essere un servizio reso alla comunità. Non un esercizio di linguaggio, ma un dispositivo capace di migliorare la qualità della vita quotidiana, di ricostruire relazioni tra persone, paesaggio e memoria.

Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.