Era inevitabile che prima o poi la terra a Niscemi franasse. Non potevano esserci dubbi: dalla sua fondazione nel 1624 – da parte del principe Branciforti – fino a oggi, è un susseguirsi di cronache, tutte simili, che evidenziano la fragilità del piano di giacitura della città, che domina la valle del Gela. I Greci e i Romani non pensarono di fondare alcuna città in questo luogo, pur essendo parte di un antico tragitto che collegava Agrigento a Messina, quella che nel Medioevo fu chiamata Fabaria, afferente alla famiglia delle vie Francigene. Una linea che definisce uno spazio sacro, lungo il cui corso sono presenti acque e fenomeni vulcanici secondari che hanno come baricentro le “Salinelle” di Paternò, l’antica Hybla Major, insieme a Lentini.
Argille, sabbie, terre sensibili all’acqua e alla meccanica. Una città storica che si mostra vulnerabile e insicura, in particolare nella sua porzione sud-occidentale, dove si interrompono le trame del tessuto urbano settecentesco. Il principe aveva immaginato un’estensione più misurata, ma le città crescono, in estensione e in altezza; crescono dopo la morte dei loro fondatori, perdendo la memoria costruttiva, sfidando la natura, come una torre di Babele orizzontale.
Ma non è solo la città a sprofondare: le immagini aeree ci offrono uno scenario diffuso di cedimenti nelle campagne, prive di boschi, spesso abbandonate e incolte, prive di quella manutenzione che i contadini dedicavano alla terra per preservarla dall’ira di Tifeo, il titano che si muove sotto la Sicilia. La natura ha un suo ecosistema che garantisce equilibrio e governa le trasformazioni con metamorfosi lente, che chiamiamo paesaggio.
L’uomo e i cambiamenti climatici sono parte di questo scenario complesso, che andrebbe letto attraverso una visione più ampia, non solo geologica e politica. Gli elementi che contribuiscono alla definizione delle possibili cause e delle auspicate soluzioni sono da ricercare in molte discipline, spesso relegate a ruoli marginali o secondari. Tenerle tutte allo stesso tavolo della discussione eviterebbe inciampi futuri, come quelli già registrati dopo la frana degli anni ’90 del XX secolo.
Oggi, nell’emergenza, la ricerca forsennata delle responsabilità, rimbalzata tra enti e figure protagoniste di oggi e di ieri, sembra la strategia dello struzzo. La priorità è il ristoro degli abitanti, la necessità di dare un tetto sicuro a chi sta perdendo la casa e la serenità. L’emergenza è salvare le persone e la loro identità. Il crollo di una casa è un trauma: non scompare solo uno spazio fisico, ma l’essenza stessa della nostra vita. Se ne vanno i ricordi e con loro gli oggetti che li rappresentano, anche quelli più insignificanti, come una foto, una sedia, il letto di sempre. È quell’atlante di cose “inutili” che rappresentano la nostra anima. Queste spariscono per sempre e diventano narrazione orale, preghiere silenziose, malinconie nelle pause del tramonto della vita.
Sembra di rivedere una scena del memorabile film “Il nome della rosa”, di Jean-Jacques Annaud tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Eco, dove la torre brucia e il Monaco Guglielmo salva i libri tra le fiamme, perché testimoni della nostra civiltà, portatori di sapere. A Niscemi ci sono luoghi e beni che afferiscono alla memoria collettiva: chiese e palazzi antichi, affreschi, arredi sacri, opere pittoriche e scultoree, percorsi, liturgie e le biblioteche. Anche loro necessitano di essere salvati, senza attendere la prossima estensione della linea rossa che la Protezione Civile potrebbe determinare da un momento all’altro. Serve che scenda in campo una squadra di Protezione Civile dei Beni Culturali. È necessario avviare subito una rapida campagna di rilievi per creare almeno gli inventari. L’uso di droni e scanner potrebbe velocizzare le procedure per mettere in sicurezza almeno la memoria e trasferire il patrimonio artistico in luoghi sicuri per una custodia provvisoria.
Nel frattempo, il dibattito si sposta sul modello da utilizzare per ricollocare chi ha perso la casa. Si invocano le New Town, rese celebri a L’Aquila dopo il terremoto, ma questo modello operativo convince poco. Si guarda con attenzione ad altri possibili scenari: il recupero delle abitazioni abbandonate del centro storico, per esempio; l’utilizzo di spazi urbani residuali e interstiziali, spesso irrisolti dall’urbanistica spontanea. Delocalizzare, inteso come spostare la città altrove, sembra uno slogan troppo forte, una finta soluzione. Il centro della discussione deve restare il progetto, misurato e ponderato. La frenesia non produce buoni risultati.
Bisogna ripartire dal ripristino delle vie di accesso, a cominciare da quella ferroviaria (Catania–Gela), ferma dal 2011 e, lungo il suo tracciato, localizzare gli eventuali nuovi interventi, anche per realizzare le “case parcheggio”, utili alla gestione dei cantieri di lungo periodo. Cosa succederà più avanti? In questo momento possiamo solo evocare ricordi e testimonianze. Il Cretto di Burri è un’immagine emblematica sul futuro delle aree dismesse e rinaturalizzate; le città di nuova fondazione post-terremoto di fine Seicento sono un esempio possibile, da contestualizzare; la prima ricostruzione di Gibellina è un incubo da evitare, come quello dell’Aquila. Un tavolo composto da urbanisti, geologi, agronomi, architetti, artisti, idraulici, sociologi, storici, archeologi, giornalisti e informatici (e anche politici) potrebbe, insieme ai cittadini, ridefinire la nuova Niscemi. Questo non significa inventarne una ex novo, ma governarne la metamorfosi, facendone un laboratorio inclusivo. Adattabilità, resilienza e restanza: per ritrovare un nuovo patto tra uomo e natura, guidato dall’etica e non dalle tensioni utilitaristiche dello sciacallo.
