Cosa significa davvero essere scrittori oggi? È solo una questione di ispirazione o c’è dietro un lavoro fatto di organizzazione, studio e un po’ di sana ostinazione? L’abbiamo scoperto incontrando Marilena Barbagallo, una ragazza adranita che ha trasformato il sogno dei diari segreti di una bambina in una solida realtà impregnata delle sue radici territoriali.
Il percorso di Marilena non è stato una linea retta tracciata tra libri e studi umanistici, ma un bivio tra logica e sentimento. «In realtà ho sempre desiderato studiare materie umanistiche e anche alle superiori volevo fare il classico», racconta, ricordando come le resistenze dei professori e la necessità di una scelta pratica l’abbiano spinta verso la gestione delle imprese turistiche. «All’università avrei voluto fare Lettere, è sempre stata la mia attitudine, però avevo bisogno di una scelta più pratica a livello lavorativo.»
Una scelta logica, dunque, ma che non ha mai spento quella che lei stessa definisce un’ossessione che si faceva già sentire durante le spiegazioni dei professori: «Ho scelto Economia e gestione delle imprese turistiche come naturale prosieguo del mio percorso di studi liceale, una scelta più logica che di sentimento. Nonostante ciò a livello relazionale la scuola e l’università sono stati i periodi più belli della mia vita. Quando mi sono laureata ho continuato il percorso con l’economia ma poi è arrivata la scrittura. A lezione, invece di prendere appunti, scrivevo il mio romanzo… una volta mi ha beccato la professoressa e meno male che non mi ha chiesto cosa stessi scrivendo, perché essendo molto “focose” le cose che scrivo sarebbe stata una figuraccia pessima».
In quel momento, scrivere non era ancora un mestiere riconosciuto, ma un atto di resistenza che faticava a trovare legittimazione.
D’altronde, quella di Marilena è un’attitudine che trova le sue radici in un tempo in cui l’evasione non passava attraverso uno schermo, ma attraverso la carta. «Se oggi regalano i tablet, prima regalavano cose su cui potevi scrivere a mano», ricorda, rievocando l’immagine di una ragazzina che riempiva il carrello della spesa con i libri presi dai totem del supermercato, a volte anche solo per il semplice piacere di farlo. I diari ricevuti ai compleanni diventavano contenitori di pensieri, canzoni e frammenti di vita quotidiana, ma anche cronache semiserie condivise con le amiche tra i banchi di scuola. «Avevo un diario su cui disegnavo le scenette di episodi della nostra vita… anche qui siamo state sgamate. Una volta la professoressa l’ha aperto su una pagina un po’ equivoca».
Un archivio di memoria che però, in un momento di crisi adolescenziale, è andato perduto. «In una fase drammatica ho distrutto tutti questi diari».
Eppure, quella bambina non è mai sparita del tutto: «Di lei c’è qualcosa ancora oggi, perché uno scrittore si porta con sé uno zaino di ricordi ed esperienze che è come la borsa di Mary Poppins: sembra piccola, ma in realtà è sempre piena di qualcosa che scalpita e che vuole venire fuori».
Ma il bagaglio di Marilena non è fatto solo di carta e penna. Prima che le parole occupassero tutto lo spazio, c’erano la danza e la recitazione, arti fisiche che hanno lasciato un’impronta indelebile nel suo modo di narrare: «In particolare la danza è una cosa che mi è mancata molto e che ho sostituito con la scrittura, sono forme d’arte completamente diverse ma che mi appagano allo stesso modo: se prima mi esprimevo con il corpo, ora mi esprimo con le parole».
La recitazione le ha insegnato a scavare dentro il personaggio, a studiarne il vissuto per portarlo in scena con verità: «Ho studiato molto i classici grazie al teatro, come Shakespeare. È qualcosa che ha arricchito il mio bagaglio culturale più di quanto abbia mai fatto spesso la scuola». Un’eredità che esplode anche nella sua comunicazione digitale: «La recitazione mi ha aiutato nel modo che ho di promuovermi sui social, creando scenette divertenti e molto teatrali.»
«Mi piace molto sperimentare. A volte ho bisogno di soffrire e di fare soffrire i miei personaggi, è una cosa che mi appaga», confessa Marilena, spiegando come il genere letterario sia una conseguenza diretta della psicologia dei suoi protagonisti. Se il personaggio nasce cupo, la storia non può che scivolare nelle tinte del dark romance. Ed è qui che si gioca la sfida più ardua: rendere attraente ciò che nella realtà risulterebbe respingente: «Il fulcro del genere è rendere affascinanti dei personaggi tossici, sbagliati, antieroi di cui difficilmente ci si innamorerebbe nella vita reale». Spesso questi “oscuri” affrontano un’evoluzione interna così radicale e positiva da spingere chi legge a cambiare velocemente idea sul loro conto. «Lo si fa in un modo non realistico», precisa, affidandosi alla maturità di un pubblico che sa dove finisce la realtà e inizia la finzione.
La libertà creativa di Marilena nasce spesso da una struttura quasi teatrale: «Parto super organizzata, con uno scheletro e dei personaggi pronti a muoversi, ma poi smetto di seguire la scaletta. Gli do un palcoscenico e loro improvvisano; a volte io stessa mi stupisco di come vadano le cose». Un’autonomia dei personaggi che l’ha guidata anche nella complessità della pubblicazione indipendente: «La sfida più difficile è stata farmi conoscere. La fortuna è arrivata al quarto romanzo, grazie a un passaparola di cui inizialmente non mi ero nemmeno accorta».
In quegli anni, il mestiere di scrivere significava anche farsi carico dell’intera filiera produttiva. Marilena è stata e a volte ancora è editrice e distributrice di sé stessa, curando ogni dettaglio, dalle spedizioni dei libri firmati fino alle box regalo per i lettori. «Con l’auto pubblicazione gestisco tutto io. Avere una casa editrice alle spalle ti rende la vita decisamente più semplice dal punto di vista organizzativo».
Il legame con la propria terra non è solo una questione di coordinate geografiche, ma una linfa che scorre nella sua anima: «La mia sicilianità c’è sempre e a volte mi prendo anche delle licenze letterarie, mettendo espressioni tipicamente sicule in bocca a personaggi francesi per esempio». Sei romanzi ambientati a Catania, uno a Pantelleria, il nome di Adrano che diventa un magico anagramma: la Sicilia è uno degli l’epicentri della sua creatività. Spesso anche una presenza funzionale: «Ci tengo a portare le mie origini nei miei scritti, che si tratti del personaggio Etna o di riferimenti alla mafia necessari alla storia».
Una rivendicazione di identità che si estende anche al genere del romance che troppo spesso è vittima di un pregiudizio intellettuale che lo relega alla “serie B”: «Penso che tutti i generi abbiano la loro dignità. Chi definisce il romance di serie B spesso non lo conosce affatto». In ogni caso, Marilena vede nel dibattito un’opportunità di crescita: «A me le critiche piacciono, perché un argomento che diventa un bersaglio finisce inevitabilmente sotto la luce dei riflettori. E poi, bisogna essere onesti: spesso sono proprio le vendite del romance a permettere alle case editrici di sostenere e pubblicare altri generi più di nicchia».
Il successo, però, non ha mai cambiato le coordinate geografiche della sua anima. Esiste una sorta di leggenda metropolitana secondo cui un autore debba necessariamente gravitare attorno ai grandi centri editoriali, tra Milano e Roma. Marilena smentisce questo cliché: «C’è questa idea che uno scrittore debba vivere in una grande città; se fosse per me, vivrei in campagna». Una dimensione intima che le permette di guardare lontano, verso sogni che ancora attendono di essere realizzati: «Mi piacerebbe vedere un mio libro al cinema o, meglio ancora, in una serie TV. La serialità permetterebbe di approfondire meglio le sfumature dei miei racconti, ma è un traguardo difficile che purtroppo non dipende solo da me».
La conferma di aver imboccato la strada giusta arriva da due direzioni opposte, ma allo stesso modo necessarie. C’è il lato emotivo, capace di curare ferite fisiche: «Mi arrivano messaggi di lettori che lottano contro malattie difficili e mi dicono che i miei libri li stanno aiutando a superare quei momenti». E poi c’è il lato della consapevolezza professionale, quello più “freddo” ma altrettanto fondamentale: «È ciò che mi permette di dedicarmi a tempo pieno alla scrittura; oggi scrivo romanzi perché, grazie a loro, posso vivere di questo».
Il percorso di Marilena Barbagallo restituisce l’immagine di chi ha saputo trasformare un vagito solitario in una realtà concreta. Al di là dei numeri e dei successi, rimane la storia di una donna che ha trovato nella propria determinazione la chiave per costruire un destino diverso da quello pianificato tra i banchi di scuola.
Una dimostrazione di come la passione sia sempre capace di superare ogni confine.


Linguaggio sempre efficace, capace di cogliere l’anima delle persone. Leggere i tuoi articoli è sempre piacevole e arricchente. Bravo Dilillo.