Quando parliamo di Olimpiadi invernali, di ghiaccio e di freddo, tutti pensano subito alle medaglie e ai cronometri che si fermano sul millesimo di secondo. In pochi si soffermano però sul fatto che dietro quei corpi perfetti c’è un ingranaggio invisibile e fragilissimo: la mente. Ed è qui che entra in gioco un nome che porta con sé l’orgoglio di Biancavilla: quello dello psicologo e psicoterapeuta Alessio Leotta, chiamato in causa come figura di sostegno alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 tenutesi dal 6 al 22 febbraio.
Il punto di partenza è un’eccellenza: l’ospedale Niguarda di Milano. È lui il capofila, la mente organizzativa che ha accreditato le figure mediche destinate al supporto olimpico. Il campo di battaglia? Tre policlinici geograficamente strategici: Milano, Livigno e Bormio.
“Nel nostro ambulatorio eravamo in 17 professionisti — spiega Alessio —. C’era di tutto: dallo psicologo al dentista. Eravamo lì per gli atleti ma anche per le famiglie olimpiche e per gli interi staff”. Quindici psicologi in totale, pronti a turnare una settimana alla volta, coprendo l’arco temporale che va dalle Olimpiadi alle Paralimpiadi. Una presenza costante che non ha mai tralasciato l’importanza della mente.
Ma come ci si sente quando squilla il telefono e dall’altra parte c’è il sogno olimpico? Alessio ci ha risposto molto sinceramente: “All’inizio non ci ho creduto, credevo fosse uno scherzo”. Non c’è tempo per i dubbi, solo un aut-aut: destinazione Livigno, una settimana, prendere o lasciare. “È stata una grande emozione che ho realizzato dopo, vedendo la cerimonia di apertura dei giochi. È stato quasi un carico eccessivo perché all’inizio mi sentivo inadeguato”. Poi, la consapevolezza del professionista che rimette in ordine i pensieri: “Ho riflettuto e ho pensato che stavo semplicemente andando a fare il mio lavoro, ma in un nuovo ambiente… in una nuova grande realtà”.
Una grande realtà dove il confine tra trionfo e abisso è sottile e tagliente come una lama. Perché a volte la mente dice “no” anche se il corpo urla “sì”? Per Alessio sono senza dubbio un’unità inscindibile: “Mente e corpo viaggiano insieme. Come questi atleti educano il proprio corpo, devono al pari allenare la propria mente e le proprie emozioni.” Dopotutto non sono supereroi ma soltanto ragazzi con milioni di occhi puntati addosso: “Sono dei giovanissimi che si portano sulle spalle una nazione… è un carico enorme per un brevissimo tempo in cui devono dare il massimo”.
E quando quel massimo non basta? Quando l’obiettivo di un’intera vita sfuma in un istante? “È difficile”, ammette Alessio, ma è anche qui che nasce il miracolo della resilienza. “Ho visto le qualificazioni alla finale della campionessa cinese di freestyle, Eileen Gu. A un terzo della sua discesa, mentre dominava, è caduta”. Un momento che avrebbe distrutto molti ma non lei. “È riuscita a qualificarsi e ha vinto la medaglia d’oro. Nonostante la pressione è stata capace di rimettersi in gioco e mettere a frutto tutte le fatiche passate”.
Ma la vita olimpica è fatta anche di incontri che accadono quando l’atleta torna uomo. Alessio lo racconta con meraviglia: “Mi è capitato di festeggiare e parlare una sera con il campione di freestyle svizzero Noè Roth, ho scoperto la bellezza del clima olimpico. Lì capisci come la gioia prende il sopravvento su tutto… momenti di leggerezza e felicità che contornano la tensione della competizione”.
E poi ci sono quei riti collettivi che sembrano magici per chi li osserva da fuori: “Nel freestyle femminile ho visto i fan club statunitense e cinese che alzavano su le maglie, tiravano fuori le bandierine. JUn vero e proprio rituale… è stato bellissimo festeggiare insieme a loro ed essere inclusi”. Non è solo tifo: è una liturgia pagana dove ci si ritrova, improvvisamente, parte integrante di un ingranaggio mondiale.
Ma la vera domanda, quella che scava sotto la divisa e arriva all’anima è come ci si sente quando i riflettori si spengono e si è costretti a tornare a casa: “Sono tornato molto più carico e consapevole. Ho scoperto la bellezza di lavorare in quell’equipe, è come essere fuori dal mondo. Come quando in passato i contrasti si fermavano grazie allo sport olimpionico. Un meraviglioso clima di tranquillità e serenità…tutto questo mi ha arricchito a livello umano e professionale”. Un ritorno fatto di consapevolezze nuove, di una pace trovata paradossalmente nel cuore del furore della competizione.
E la responsabilità? Quanto può essere difficile avere tra le mani la mente di chi potrebbe scrivere la storia dello sport? “Questa è stata una delle cose che mi ha angosciato quando ho realizzato che sarei andato lì», confessa Alessio. Un’angoscia che però si dissolve. “È svanita perché non è un carico che da professionista sento: semplicemente lì hai davanti una persona come tutte le altre da aiutare”. Spariscono i titoli, spariscono le vittorie. Resta l’uomo.
E a volte l’uomo, anche quello più potente, si rivela nella sua estrema fragilità. Alessio ricorda un episodio che gli è rimasto particolarmente impresso: “Abbiamo aiutato il presidente della federazione cinese che era caduto frantumandosi un dente, ho visto negli occhi di questa persona la gioia di essere aiutato da tutti noi». In quel momento c’era solo gratitudine pura. “Ci ha detto che eravamo stati splendidi, che aveva avuto molta paura ma che si era sentito subito accolto da tutti e ci ha ringraziato in ogni modo. Il suo volto lo porterò sempre con me”.
Se gli atleti soffrono della sindrome post-gara, lo psicologo non è immune al vuoto che lascia lo spegnimento dei riflettori: “Il ritorno è stato bruttissimo. Vivere e muoversi lì in un clima completamente diverso mi ha creato una depressione-post legata anche al realizzare che quella è stata una bellissima esperienza che porterò nel cuore”. Dalle vette di Livigno al ritorno alla quotidianità: uno stacco violento.
Ma le Olimpiadi sono fatte anche di piccoli oggetti, di feticci che diventano ricordi. Frammenti di vita scambiati. “La cosa divertente è che durante le Olimpiadi si scambiano le spille. I una continua ricerca di spillette… era un modo carino per essere ripagati”. Spille scambiate con i volontari, simboli di tanti mondi diversi che si incontrano. E poi i regali pieni di gratitudine: “Quando ho fatto parte dello staff del gruppo dell’atleta cinese Eileen Gu mi hanno regalato una bandierina”. Fino ad arrivare all’aspetto più goliardico e chiacchierato dei Giochi: “E poi i mitici preservativi, erano un pezzo pregiato. Si spiega perché ne sono stati smistati così tanti!” 10.000 pezzi iniziali esauriti in appena tre giorni ma oltre la goliardia, la distribuzione di preservativi alle olimpiadi è una consuetudine presente dal 1988 per promuovere la salute pubblica.
Tuttavia, anche gli psicologi hanno bisogno di un porto sicuro. Per Alessio, la risposta ha un nome e un cognome: “Ho avuto la mia responsabile a fianco, la dottoressa Tamara Rabà dell’ospedale Niguarda, responsabile del gruppo psicologico. Ci ha aiutato anche e soprattutto dal punto di vista mentale, è stato fondamentale averla vicino”. Un supporto nel supporto, una rete di sicurezza che allontana l’enorme abisso della pressione olimpica.
E quando tutto finisce e rimangono solo i ricordi, qual è l’immagine che resta impressa nella mente? Per Alessio è un ritorno al silenzio della montagna. “Lo chalet che mi hanno assegnato per dormire, molto particolare e tipico. Ti svegliavi al mattino tra lupi e neve altissima!” Un’immagine quasi ancestrale, sospesa nel tempo, in contrasto perfetto con la frenesia delle gare.
A giochi fatti, Alessio ha messo nero su bianco l’essenza di quei giorni. La professione che diventa emozione: “Fin dal mio arrivo è stato possibile percepire con grande intensità il particolare clima umano e professionale che caratterizzava un evento olimpico. L’atmosfera era permeata da entusiasmo, collaborazione e senso di appartenenza per un’esperienza unica. Questo spirito era evidente non solo tra i membri dello staff medico e sanitario ma anche in città e lungo le piste, dove l’interazione tra atleti, operatori, volontari e tifosi contribuiva a creare un ambiente positivo e motivante”. Alessio è andato oltre, diventando il baricentro emotivo di molti: “Durante il mio periodo lì, la cosa che ho fatto extra — ma autorizzato dalla responsabile del PPI di Livigno — è stata offrire supporto psicologico a tutto lo staff medico. Sono venuti diversi professionisti da me. Un’altra cosa bella è stata quella di condividere la gioia che avevamo tutti, concludendo con un’ipnosi di gruppo dove abbiamo messo nelle nostre emozioni questa esperienza e questo forte senso di coesione, collaborazione e orgoglio personale che avevamo dentro. È una cosa che ci ha unito molto. Noi psicologi siamo un po’ la realtà che ha unito tutti. Un clima di entusiasmo che ha lasciato in tutti noi un ricordo significativo e una rinnovata consapevolezza del supporto psicologico anche nei contesti sanitari operativi”.
Oltre i muscoli, oltre il ghiaccio e la paura, c’è la mente. Un pezzo di quella mente olimpica, da oggi, parla anche la lingua del nostro territorio. Una lingua fatta di quella straordinaria capacità di restare umani, soprattutto quando il mondo intero è lì che ti guarda mentre provi a toccare il cielo.

