Dalla villa di Adrano al progetto solista, passando per i pub con gli Harvester e anni di ricerca silenziosa: Simone Caruso, in arte ‘God from the machine’, è pronto a farsi sentire.
Simone Caruso, classe 1992.
Il primo progetto musicale della sua vita da musicista a tempo pieno è ‘Mörning blood’. Il primo disco del progetto è in lavorazione ma non ha ancora un nome. Il silenzio è finito.
La genesi di Simone affonda le sue radici in una Adrano insolita ma piena di vita. “Ho sempre avuto una grande passione per il mondo della musica da quando ho memoria. In famiglia si ascoltava molta musica e io da piccolissimo mi sono subito interessato alla musica pop. Erano gli anni di Michael Jackson,erano gli anni in cui Snoop Dogg faceva le prime hit con Dr. Dre. Sono cresciuto con le musicassette”.
Il paese era un’inedita arena urbana fatta di freestyle e boombox che ha forgiato il suo sguardo musicale: “Adrano tra l’altro ha un ruolo fondamentale perché quando ero piccolo c’era una scena molto viva. C’erano tanti ragazzi interessati all’hip-hop e al rap. Si riunivano all’eco della villa e ballavano con il boombox, mettevamo le cassette con il breakbeat, si faceva freestyle. Avevo undici anni ed ero affascinato da questi ragazzi più grandi di me”. Da qui un nuovo passaggio, una mutazione. Dalla strada alla chitarra, dai beat al metal degli Harvester: “Poi sono passato crescendo alla chitarra e al metal. Ho suonato diversi anni con un gruppo ad Adrano. La band si chiamava Harvester ed era bellissimo suonare nei pub del paese. Facevamo punk e trash metal e i pezzi li scrivevo io e li arrangiavamo insieme”.
Le sue influenze sono una mappa variegata, un groviglio di fili che va dai classici del punk come “Ramones, Sex Pistols, Motörhead, Slayer”, fino a toccare i fantasmi di MTV: “Nel mio progetto ‘Mörning blood’ sono tornate molte influenze, dai Linkin Park a Eminem. È per me importante anche il black metal norvegese che porta con sé il concetto di ‘one man band’ “.
Ma Simone è un manipolatore di linguaggi artistici, un ragazzo che si approccia alla pittura e alla scrittura di poesie mentre frequenta il liceo Artistico. L’esigenza di creare qualcosa di proprio è quasi un’ossessione primordiale: “Fin da piccolo ho sempre avuto la preferenza a creare cose mie rispetto a coverizzare. Mi sono sicuramente allenato suonando pezzi di altri artisti, imitandoli, guardandoli. Ma da quando ho avuto il primo gruppo ho iniziato a scrivere le mie cose. Anche perché già da ragazzo durante gli studi del liceo artistico dipingevo i miei quadri, scrivevo poesie. Mi ha influenzato nella scrittura la lettura dei diari di Kurt Cobain e delle poesie di Jim Morrison, che mi hanno avvicinato a questo mondo. Quindi poi mettere degli accordi su ciò che scrivevo è stato un passaggio naturale. Credo più che altro che il punto focale sia fare diventare il passatempo qualcosa di concreto. Questo è avvenuto solo adesso”.
Dallo scontro tra istinto e intelletto emerge l’entità: ‘God from the machine.’ Un nome che non nasce direttamente dalla musica, ma da una tesi di laurea in fotografia e dal sostegno del collettivo catanese ‘Canecapovolto’: “Sì, questo nome nasce dalla prima mostra personale che ho fatto a Catania curata dal collettivo multimediale di artisti che si occupa di arti visive ‘Canecapovolto’. Una realtà che, anche se non tratta direttamente di musica, mi ha aiutato tanto. Da quel momento il nome è rimasto perché il concetto di ‘God from the machine’ è una cosa che ancora oggi sposo e mi rappresenta. Concetto nato mentre scrivevo la mia tesi di laurea in fotografia”.
Dietro c’è un’urgenza che scava in profondità, un bisogno di dare un’identità e uno spazio a quello che rimane nascosto. Quando chiedi a Simone cosa lo spinga davvero a generare il suo caos, la risposta è un qualcosa in continua evoluzione: “Sto cercando ancora di capirlo davvero. È una domanda a cui non c’è una risposta definitiva. Per esempio con ‘Mörning blood’ quello che mi pressa sono le paure del mondo interiore che condividiamo tutti. Delle ombre che passano dall’irrazionalità alla concretezza. Oggi c’è molta paura storicamente. Guerra, violenza, abbiamo paura di perdere pezzi di umanità a favore di un’automazione dei processi sociali, sempre più legati ad algoritmi. Paura di perdere parti di sé, paura della solitudine e anche di sé stessi, di ciò che rimane in ombra rispetto alla nostra coscienza. Per me ‘Mörning blood’ è anche un modo per comunicare con quelle ombre. Se non scendiamo a patti con esse saranno loro a governarci. Per questo quello che faccio è spesso molto istintivo”.
Se le motivazioni sono spesso oscure, il linguaggio deve essere, a suo modo, universale e mantenersi su una linea catalogabile in certi canoni: “Il genere è sempre stato molto importante per me. Dal passaggio dal genere specifico con la band fino alla sperimentazione degli anni universitari. Ora sono un po’ tornato a fare qualcosa di più accessibile, qualcosa che ha una linea che può essere condivisa. Sono rimasti il metal, il rock pesante. C’è anche molto il concetto di campionatura dei suoni e l’elettronica perché mi piace che le persone possano ballare sulla mia musica”.
Un rito che usa l’immagine horror per creare elettricità nella testa di chi assiste allo show: “Tutti hanno l’impressione che siano immagini spinte ma in realtà non ci sono mai cose esplicite. Ci sono solo dei cortocircuiti simbolici. Ho messo insieme musica e immagine perché volevo unire tutto il mio expertise e ho sempre pensato a ‘Mörning blood’ più come uno show. Nello spettacolo si esprimono tutti gli elementi che mi interessano: la mia performance fisica, il design, le luci e le immagini che ti danno una chiave di lettura per la musica. Punto a disorientare lo spettatore in modo che si trovi in uno spazio incerto. Lo spettatore deve essere forzato a creare una narrazione. Il concetto di spettatore per me è estremamente frustrante. Lo spettatore deve essere attivo. Ci sono troppi stimoli che ci passivizzano. Il feedback migliore è l’interpretazione che uno spettatore mi dà, che spesso è anche qualcosa a cui non avevo mai pensato. L’arte deve fare proprio questo, dare l’occasione alle persone di stare insieme e parlare di qualcosa in maniera critica”.
Il cuore vivo del suo progetto musicale è racchiuso nell’ossimoro del ‘Mörning blood.’ Un nome che dice luce, mattina, ma allo stesso tempo richiama al rosso del sangue. “È un’idea che mi è venuta quando abitavo a Firenze. Volevo evocare l’immagine malinconica e dolce della mattina appena iniziata, delle possibilità dell’inizio. Il sangue è l’opposto, è intenso, il sangue è vita ma ci richiama anche un po’ alla violenza. Mi piaceva un po’ unire questi due opposti, il concetto di opposti mi rappresenta poeticamente e concettualmente”.
E il pubblico? La reazione durante un’esibizione al locale adranita Thèke, il 13 marzo, è stata una sorpresa per Simone: “La musica deve essere divisiva secondo me. Su ‘Mörning blood’ le reazioni sono state anche inaspettatamente positive. La serata al Thèke mi ha fatto rendere conto che le persone hanno percepito che dietro c’era un discorso anche se non era il loro genere preferito. Mi è piaciuto che mi abbiano fatto tante domande sul significato del lavoro e che fossero sinceramente interessate”.
La libertà costa e Simone ha deciso di sacrificare l’infelice stabilità per la gioiosa incertezza del suono: “Ho corso il rischio di lasciare un lavoro sicuro. Una posizione molto buona. Però in qualche modo sentivo che mancava qualcosa. Sentivo che dovevo fare un sacrificio e prendere una scelta ben precisa. Sono tornato qui e ora ho il mio disco in produzione”. Una scelta che lo ha riportato alle radici dove il primo atto di ‘Mörning blood’ sta prendendo forma: “Voler fare musica di lavoro non è tutto rose e fiori. È un lavoro duro e incerto. Sono in una posizione scomoda ma che mi permette di esprimermi. ‘Mörning blood’ è un fresh start. Nato in un periodo di transizione. La fine dell’adolescenza e il passaggio alla vita adulta. L’energia di ‘Mörning blood’ nasce anche dalla frizione che questo passaggio crea”.
Se chiedi a un “terrorista dei generi” su quale pellicola avrebbe voluto mettere lo zampino, la risposta parla di anni ’80 e poi viene fuori nella furia del contemporaneo. “Gli horror sono importantissimi per me. Mi viene in mente la saga di Nightmare. Ho ascoltato tantissimo il disco del primo film, con la sua atmosfera rarefatta e inquietante. Allo stesso tempo penso a dei film che hanno ispirato ‘Mörning blood’ e sono quelli di Gaspar Noè. Tra tutti ‘Climax’. Fondamentale perché collega la cultura elettronica, rave, alla tragedia greca. Aspetto tragico della musica che mi ha ispirato tantissimo”.
Ma non c’è arte senza il rischio di uscire fuori dagli schemi: “In tutto c’è un limite. Fare le cose sulla soglia del limite è dove si raggiunge la grandezza. Dove si raggiunge il tutto per tutto. Lo stesso nella musica. Rischiare di non essere capito. Creare scompiglio. Il limite per definizione è ciò che gli artisti abitano. Ricevono dalla realtà e ampliano questa stessa”.
Ma quando è avvenuto il corto circuito finale? Il momento della rivelazione si è consumato dietro una scrivania, impregnato dal forte desiderio di esistere davvero. “La cosa che mi ha smosso di più è stata la frizione della vita quotidiana da adulto. Ero seduto in ufficio e qualcosa si è manifestata dentro me. Un po’ come un senso di guarigione. Ho pensato che dovevo prendermi cura di me. E prendermi cura di me significava prendere questa scelta. Guarire dalla vita che mi era stata imposta dall’alto”.
‘Mörning blood’ significa anche un atto di coraggio contro la normalità. È il sangue vitale che torna a scorrere dove gli algoritmi avevano creato un vuoto. Simone Caruso fa musica per guarire e ci ricorda che l’unica vera tragedia è restare prigionieri di una vita che non ci appartiene: “Il messaggio che voglio lasciare a tutti è avere il coraggio di essere liberi.”
