L’“Urlo” di Munch e l’angoscia del presente: uno specchio dell’umanità sull’orlo del baratro

L'“Urlo” di Munch e l'angoscia del presente: uno specchio dell'umanità sull'orlo del baratro

L’“Urlo” di Munch non è solo un quadro: è uno specchio. E non uno di quelli che ti restituiscono l’immagine filtrata e levigata, ma uno che ti guarda dritto negli occhi e ti dice: “Sì, sei tu. Quello che non sa più dove mettere le mani.” In un mondo che sembra sussultare ad ogni alba, e non per l’emozione, quell’urlo ci riguarda più che mai.
Periodicamente, per un motivo preciso o per puro caso, mi ritrovo davanti all’“Urlo” di Edvard Munch, dipinto, presumo, in una giornata in cui nulla gli era andato per il verso giusto. Lo incontro nei libri, nei corridoi dei musei, sulle tazze da colazione e, più spesso di quanto vorrei, nei miei pensieri. Da ragazzo mi incuriosiva, lo osservavo come un oggetto misterioso che promette rivelazioni e magari anche qualche brivido estetico. Da adulto mi affascinava: mi spingeva a decifrarne il significato, a cercare nel volto sfigurato una verità che mi riguardasse. Ora, in età più avanzata, non cerco più spiegazioni: mi basta la sensazione. Quella sensazione di angoscia che Munch stesso deve aver provato nel momento in cui ha iniziato a dipingere. E che, a distanza di oltre un secolo, continua a parlarci con una forza disarmante. Senza chiedere permesso.

I critici d’arte, che in genere sanno tutto e anche qualcosa in più, ci dicono che Munch non ha dipinto un uomo che urla, ma un uomo che ascolta l’urlo della natura. Un urlo cosmico, che attraversa il cielo rosso sangue e si insinua nell’anima. “Sentii un urlo attraversare la natura”, scrisse l’artista nel suo diario. Ecco, io credo che quell’urlo sia diventato, nel tempo, il nostro. Quello di chi si sveglia una mattina, guarda fuori dalla finestra, come si fa di solito, e invece scopre l’abisso. Non quello metafisico, che almeno ha il fascino della filosofia, ma quello reale: fatto di guerre, di instabilità, di paure che non avevamo previsto e che ora bussano alla porta con insistenza. E che entrano senza nemmeno suonare il campanello.
Mi capita spesso di pensare a cosa abbiano provato le persone minimamente avvedute alla vigilia dell’ultimo conflitto mondiale. Immagino che molti di loro guardarono quell’immagine e vi si riconobbero. L’urlo di Munch come specchio dell’umanità sull’orlo del baratro. E oggi, in questo presente che sembra oscillare tra il surreale e il tragicomico, con punte di grottesco, quell’urlo torna a farsi sentire. L’uomo occidentale, abituato a una certa comodità esistenziale e a caffè serviti con la schiuma perfetta, scopre improvvisamente che il mondo non è più quello del giorno prima. Che il futuro non è garantito e forse nemmeno il presente. Che l’abisso non è una metafora, ma una possibilità. E neanche troppo remota. Diciamo, a portata di click.
E allora urla. O forse ascolta. O forse, come me, si ferma, si appoggia alla ringhiera della propria coscienza e cerca di capire. E in quel momento, se ha fortuna, intravede una luce. Lontana, fioca, ma reale. Una speranza che non consola, ma orienta. Come scriveva Camus, con quella sua eleganza da pensatore che non ha mai ceduto al melodramma: “Nel bel mezzo dell’inverno, ho scoperto che dentro di me c’era un’estate invincibile.”

In fondo, come direbbe un vecchio pensionato, intento a giocare a carte con gli amici, con un sorriso amaro e un bicchiere di vino in mano: “Bell’affare davvero, questo vivere.” “Ma è l’unico che abbiamo” risponde un altro mentre mette giù l’asso di briscola. E se l’urlo ci sveglia, allora ben venga. Purché, dopo aver urlato, si abbia il coraggio di guardare avanti. Anche solo per sperare. Anche solo per cercare quella luce che per ora non si accende perché l’umanità ha dimenticato di pagare la bolletta. Anche solo per ricordare che, nonostante la luce si sia spenta, siamo ancora qui. E che l’arte, quando è vera, non ci consola: ci accompagna. Con discrezione. E con un certo stile. Che non guasta mai. Soprattutto quando il resto del mondo sembra vestito male.
E allora sì, urliamo. O ascoltiamo. O semplicemente fermiamoci, come Munch, davanti a quel cielo che sembra esplodere, e chiediamoci se tutto questo abbia ancora un senso. Forse no. O forse il senso è proprio nel continuare a cercarlo, anche quando il mondo ci risponde con un silenzio assordante.

Perché l’estate invincibile di Camus non è una perturbazione meteorologica, ma una postura interiore. È il gesto ostinato di chi, pur sapendo che il cielo può diventare rosso sangue, continua a camminare. Magari con passo incerto, magari con qualche smorfia di disappunto, ma cammina. E magari, ogni tanto, si concede anche una pausa caffè. Senza schiuma. Perché la macchina si è rotta. E il mondo pure.
Perché in fondo, come direbbe un vecchio immaginario zio saggio e un po’ cinico: “La vita è un affare complicato, ma non è detto che sia un cattivo investimento.” E tanto ci basta. E se il futuro si diverte a cambiare i programmi all’ultimo minuto la nostra ironica ostinazione ci farà dire: “Va bene, il mondo è complicato. Ma è pur sempre il nostro.” Ed è proprio lì, in quella consapevolezza un po’ incerta e un po’ sorridente, che si nasconde la nostra “estate invincibile”.

Riguardo l'autore Massimo Gangemi

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