Paternò, dopo lo scioglimento per mafia: città spaesata e in cerca di credibilità in vista del voto 2028

Paternò, dopo lo scioglimento per mafia: città spaesata e in cerca di credibilità in vista del voto 2028

C’è un modo efficace per definire il Romanticismo, attraverso un’allegoria: il mare all’orizzonte sembra piatto e calmo,ma nelle sue profondità è pieno di tempeste, di turbamenti e mulinelli. Questa visione ricorda perfettamente l’opera Il Monaco in riva al mare, un dipinto del pittore romantico tedesco Caspar David Friedrich realizzato tra il 1808 e il 1810 e conservato all’Alte Nationalgalerie di Berlino. E questa metafora descrive l’atmosfera prevalente che si percepisce nella città di Paternò, ormai da mesi e sicuramente per altri anni, dentro i labirinti della politica.

Dopo lo scioglimento per infiltrazioni mafiose di sindaco, giunta e consiglio comunale di qualche mese fa, la città si interroga, cerca le ragioni del degrado complessivo, tenta di trovare il perimetro di questa condizione con la speranza di svoltare, di cambiare passo. Siamo di fronte a una fase delicata in cui il cittadino è spaesato, disorientato. È consapevole delle criticità e intuisce perfettamente il nesso con la classe politica ma è confuso dalla persistenza, nel dibattito politico, di alcuni personaggi protagonisti della disfatta.

Montano sottotraccia i santoni dell’antipolitica, di quelli che sbucano all’improvviso come venuti da Marte. Emergono dal passato i dinosauri; come papaveri in primavera sbocciano giovani, tecnici, sacrestani, e altre mille specie sociopolitiche. Un’adunata collettiva degna di un concerto rock. Tutti con ricette, soluzioni, formule e la – legittima – pretesa di essere le persone giuste al momento giusto per salvare la città. Tutti insieme costituiscono un laboratorio sperimentale necessario per ridefinire l’organigramma di governo. È proprio da questa diversità e da come riusciranno a metabolizzare se stessi che uscirà una, due o tre proposte da proporre alla verifica elettorale del 2028.

Rimangono da chiarire alcune cose. L’impegno in politica è servizio verso gli altri. È la nobile arte di governare un sistema complesso di risorse, opportunità, servizi, obiettivi, desideri in chiave etica e sostenibile. Non è un lavoro semplice e il curriculum conta. L’esperienza e la capacità di risolvere problemi dovrebbero essere il primo requisitosenza sottovalutare la capacità di innovare. E spesso – tra gli addetti ai lavori – si falsificano i curriculum, sovrastimando o sottostimando avversari e compagni di viaggio. Per poi creare quelle anomalie che sono sotto gli occhi di tutti: una città nel caos.

Immagino che non sia facile accettare questa descrizione perché ribalta le gerarchie attuali, mette in crisi un sistema collaudato, imbarazza molte categorie e rischia di rompere gli schemi. Ma in città, sotto traccia il dibattito è anche questo: civismo o partitismo? Pragmaticamente il partitismo, almeno per come si è presentato recentemente, è piuttosto fragile e poco credibile: non ha saputo rinnovare, non riesce ad aprirsi e propone schemi rigidi, autoreferenziali. Ma lo stesso civismo preoccupa, se si pensa a quello più recente, che poi era un finto civismo come spesso accade. Qualcuno evoca la partecipazione dal basso ma anche su quella bisogna stare attenti, spesso è solo virtuale.

Ovviamente non c’è una soluzione certa. Ma il sempre più crescente astensionismo è un segnale da non sottovalutare. La gente ha bisogno di uomini e donne capaci di analizzare, sintetizzare e produrre soluzioni. Anche se la “cortesia” è sempre nei primi posti per gradimento, il numero di buche nelle strade, la mancanza di servizi e di opportunità, e il degrado diffuso che non è più perimetrabile, possono essere un tema che il cittadino farà valere, sicuramente nella scelta del sindaco e della sua giunta. Passi per l’amico in consiglio comunale, passi per il vicino di casa o il parente ma sul sindaco e sulla giunta le regole sono diverse e non serve solo la popolarità ma anche la credibilità.

Purtroppo, siamo ancora nella fase delle contrapposizioni: anagrafiche, ereditarie, sociali, economiche. La visione della città è stereotipata, l’intelligenza artificiale ci rende tutti uguali e intelligenti. Se approfondiamo – ma non troppo – tutti propongono modelli simili. L’AI propone immagini uniformanti ma fondamentalmente forme, oggetti, mai sistemi e strategie. La differenza – per gli elettori – sarà l’etica e il modo in cui si vogliono raggiungere gli obiettivi. E quando si parla di civismo, forse si vuole solo decantare quelle tossine che si sono accumulate negli ultimi trent’anni. In questa fase sarà necessario, tranne che i partiti si rivoluzionano radicalmente.

Non meno importante in questa fase è la capacità di rileggere la storia, serve per capire cosa siamo diventati e perché.Se andiamo dal medico, l’anamnesi è il primo passo, seguito dalle analisi che determinano la diagnosi con la conseguente definizione della terapia. Elementare, funziona sul corpo umano e anche sulla città. Abbiamo colto che l’attuale crisi ha origini antiche? A partire dalla ricostruzione dei primi anni ’90. Abbiamo cercato di misurare e valutare cosa siamo, e come eravamo? (i numeri sono spietati). Abbiamo pensato ai correttivi, alle soluzioni? Oppure ripetiamo sempre gli stessi errori? E siamo ai nostri giorni. Siamo capaci di scrivere una sceneggiatura più efficace?

Il dibattito è solo una collezione variopinta di messaggi verso i cittadini oppure è un esercizio di ascolto? Stiamo costruendo su nuove fondazioni oppure sulle salinelle? Qualcuno vede fiori tra le macerie e altri, macerie in mezzo ai fiori. Non basta. Non è sufficiente. Vediamo nei prossimi mesi come la politica – oggi fluida e impalpabile – può trovare nuovi assetti. Forse non abbiamo bisogno di giovani o vecchi, di rossi o neri, di donne o uomini. Forse servono persone serie, disponibili a lavorare per gli altri. La gente è stufa e pretende l’essenziale, il giusto, la normalità, almeno per adesso e non si fida più di nessuno. Di nessun colore o casacca. Meditiamo. È finita l’era dei teatrini nelle piazze.

Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

1 Comment

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.