Hybla Major, Paternò, Valle del Simeto: il nome come destino di un territorio

Hybla Major, Paternò, Valle del Simeto: il nome come destino di un territorio

«I luoghi non abitano soltanto la terra; abitano anche le parole con cui vengono chiamati. Finché quel territorio fu Hybla Major, ogni pietra sembrava rispondere a una storia, ogni strada conduceva a una memoria, ogni profilo dell’acropoli trovava posto in un racconto antico. Poi quel luogo prese il nome di Paternò e oggi viene sempre più spesso ricondotto alla Valle del Simeto. Nulla cambiò nei campi, nelle case, nei corsi d’acqua. Eppure, qualcosa si spostò. Il nuovo nome allargava l’orizzonte, ma rendeva più sfumato il volto. Dove prima c’era una città con la sua voce, appariva adesso un paesaggio senza centro, una geografia più vasta e meno riconoscibile. Le stesse cose continuavano a esistere, ma raccontavano una storia diversa. Perché i nomi non sono etichette appese ai luoghi: sono lenti attraverso cui li guardiamo. E quando cambia il nome, spesso non cambia il luogo, ma il significato che gli attribuiamo.»

Questo frammento, ispirato a Le città invisibili di Italo Calvino e adattato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, può fungere da introduzione a una riflessione sull’identità dei luoghi e sul potere della toponomastica.” Questa riflessione non riguarda soltanto la letteratura o la filosofia del linguaggio. Essa produce effetti concreti nelle politiche territoriali e nelle rappresentazioni istituzionali dei luoghi.”
Valle o città, collina o acropoli? La narrazione di un luogo, la sua descrizione e quindi la sua percezione dipendono dal nome che gli attribuiamo o che condividiamo con la sua comunità. La toponomastica non è soltanto un atto amministrativo o una necessità logistica, ma un vero e proprio racconto. Spesso vie e piazze cambiano nome, ed è utile lasciare in evidenza anche la denominazione più antica, per conservare la memoria di quel luogo. L’inconsapevolezza consuma spesso questi giacimenti di memoria e ne stravolge le storie, in nome di una modernità che talvolta si distingue per superficialità.
Il paesaggio è uno spazio complesso che sedimenta, stratifica e conserva da millenni, e i nomi che ha collezionato rappresentano il segno evidente di questa continua metamorfosi. Tuteliamo i monumenti e conserviamo le opere artistiche, ma dovremmo proteggere anche i toponimi. Il pericolo di perdere una traccia millenaria come via Scala Vecchia, sepolta dalla speculazione edilizia e dalla burocrazia, la cancellazione di diverse denominazioni di vie e piazze — come via delle Croci, oggi via Gaudio —, l’abitudine di chiamare “collina storica” quella che fu l’acropoli di Hybla Major e, più recentemente, la tendenza a spostare il baricentro narrativo verso la Valle del Simeto a discapito della città di Paternò, possono determinare un’anomalia nella percezione dei luoghi da parte degli stessi abitanti e, ancor più, degli osservatori esterni.

Nessuna battaglia ideologica o personalistica. È tuttavia evidente che, se cambiamo il nome delle cose, cambiamo anche il modo in cui esse vengono percepite e spostiamo altrove l’attenzione. Se nel Piano Paesaggistico della Città Metropolitana di Catania Paternò è riconosciuta come una città di fondazione medievale e se, nello stesso strumento di pianificazione e in altri piani sovraordinati, non compare quasi mai la toponomastica antica — come invece avviene per realtà quali Centuripe, Adrano, Lentini e Catania —, una ragione esiste. Essa risiede nella tendenza a reinterpretare e indirizzare la narrazione del territorio secondo prospettive differenti, modellando i nomi in funzione di rappresentazioni più utili ad altri scopi.
Una città come Hybla Major-Paternò, insediata sul versante etneo e per molti aspetti assimilabile ad Adrano, si trova oggi inserita in una nuova narrazione: quella “Simetina”. Un termine che ha avuto senso, forse, quando molti si opposero alla realizzazione del termovalorizzatore, ma che oggi appare meno aderente alla realtà storica e geografica della città. Paternò è una cerniera geografica millenaria che governa contemporaneamente l’area etnea e il bacino idrografico del Simeto. È stata crocevia di popoli, eserciti, commercianti e sacerdoti; uno dei principali nodi della Sicilia orientale. Vertice della doppia triangolazione Centuripe-Adrano-Hybla Major-Paternò e Lentini-Catania, appartiene a due sistemi territoriali che hanno come direttrici naturali l’Etna, Palermo, Siracusa, Agrigento e Messina. Oggi questa armatura della mobilità coincide, in larga misura, con gli antichi tracciati della via Fabaria e della via Antonina.

La storia, il paesaggio, gli uomini e gli dèi restituiscono una rappresentazione diversa da quella che oggi tende ad affermarsi. Una rappresentazione più complessa e articolata. Non possiamo escludere che parte della narrazione contemporanea riguardi un tempo preciso, il Medioevo, e uno spazio ben individuato, la valle. Tuttavia, la continua marginalizzazione di altri tempi e di altri luoghi — generatori e protagonisti della storia del territorio — rischia di cancellare progressivamente, nella pratica quotidiana e nella memoria delle nuove generazioni, la consapevolezza di una storia più ampia.
Il quartiere Fossa Creta, forse denominato in passato Galermi, è un indicatore di funzione e di memoria. Ne conosciamo davvero le ragioni e i significati? Possono questi dati condizionare la percezione dei luoghi? Quanti conoscono oggi la storia di questi spazi? Se domani decidessimo di collocare strade o palazzi su questi tracciati o in queste aree, non faremmo altro che cancellare una parte della storia della città, non della valle.

Non si tratta di contrapporre città e territorio, ma di prendere atto che il lessico geografico utilizzato per identificare i luoghi possiede un valore culturale inestimabile e che è in corso un processo di sostituzione linguistica che non sempre coincide con la percezione della comunità. Tra qualche anno ricorderemo l’ex Macello e non la Fonte Maimonide, e di conseguenza l’antica sorgente scomparirà dalla memoria collettiva. Come tante altre cose: strade, contrade, quartieri.
Occorre allargare lo spettro delle attenzioni politiche, culturali e sociali verso la città, che possiede una fitta rete di relazioni con il territorio circostante, e non concentrarsi esclusivamente su una valle che ha in larga parte perduto la sua vocazione agricola originaria, spesso abbandonata, per trasformarsi in una rappresentazione astratta di comunità e appartenenza. Una rappresentazione che rischia di parlare più a chi osserva il territorio dall’esterno che a chi lo vive quotidianamente come cittadino o come agricoltore.

Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

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