Non toccate l’ex Albergo Sicilia”: a Paternò si riaccende la battaglia

Non toccate l'ex Albergo Sicilia": a Paternò si riaccende la battaglia

Si riaccende il dibattito sul futuro dell’ex Albergo Sicilia a Paternò.

Per l’ennesima volta si riparla di questo spazio abbandonato che si trova, suo malgrado, al centro di una disputa folle.

Prima di entrare nel vivo della questione è utile fare alcune precisazioni.

L’edificio è di proprietà della Città Metropolitana di Catania, che da molti anni se ne vuole disfare. Invece di pensare a un rilancio della struttura, la inserisce nell’elenco del patrimonio da dismettere. Non è un desiderio recente: ormai da decenni tutti provano a venderlo a qualcuno. Nel piano strategico della stessa Città Metropolitana, la dismissione dell’ex albergo è l’unica strategia prevista per il territorio di Paternò. Sono sicuro che non c’è bisogno di commentare: cosa ha fatto la politica negli ultimi 12 anni? Cosa ha proposto? Chi era presente ai tavoli “partecipativi” mentre si decideva per la morte di questo edificio e del suo territorio? Nessuno. Dico nessuno. Sindaci, assessori, consiglieri comunali e associazioni assenti.
Altra questione: l’edificio, realizzato nel 1958, quindi da più di 68 anni, è stato progettato dall’architetto Alfio Fallica, una delle figure più importanti nel panorama dell’architettura etnea e nazionale, presente, con le sue opere, nell’Enciclopedia Treccani, autore, tra l’altro, anche dell’attuale ospedale paternese SS. Salvatore. Un edificio che non solo potrebbe essere vincolato come opera di architettura, ma che, per la sua collocazione urbana e paesaggistica, è uno spazio di pregio che si presta ad accogliere funzioni direzionali, ricettive e formative. Quest’architettura è circondata dal giardino storico Moncada, con cui è strettamente connessa, e da uno spazio agricolo di pregio ricco di condotte idriche storiche. Vicino all’attuale stazione degli autobus e della metropolitana e all’ingresso est della città, costituisce il terminale urbano della città verso levante e, nella memoria collettiva, è il punto di partenza delle sfilate di Carnevale e di tante manifestazioni. È anche il luogo della memoria per tanti cittadini che hanno celebrato e festeggiato i giorni più belli con le loro famiglie.

Fanno bene i Commissari Straordinari a opporsi alle recenti ipotesi di riutilizzo, e c’è da riflettere se a fare barriera apertamente siano solo i commissari e la stampa. Mi chiedo che fine abbia fatto la flora e la fauna politica locale, ma soprattutto le associazioni. Nessun sussulto. Ma cosa possiamo aspettarci da chi non era presente ai tavoli quando si decideva della morte della città? Se da una parte un gruppo di giovani – Paternò Chè – prova a individuare soluzioni alternative, tutte da verificare e valutare, dall’altra parte c’è una marea di silenzi imbarazzanti che rimbombano come macigni. Tutta quella “bella società” che si occupa degli ultimi, che partecipa alle liturgie della solidarietà, dell’animazione culturale e tanto altro, dimenticandosi che governare la città e il territorio è una cosa seria, si rinchiude in festival dal sapore parrocchiale dentro i recinti dell’indifferenza.

In questo vuoto che si crea tra criticità e silenzi, tra complicità e delitti, tra interessi e opportunità, la proposta più di moda è quella di trasformare l’ex Albergo Sicilia in un centro per gli extracomunitari che sono costretti a sopravvivere a “Ceppe Bianche”, a sud dell’Acropoli (collina storica per i romantici). Proposta che viene da un’organizzazione dal nome mitologico: Penelope. Con tutto il rispetto che merita tale proposta, certamente non possiamo che dissentire apertamente e mostrare vicinanza ai commissari venuti da lontano. Perché quelli che vivono in questa città sono sempre più chiusi dietro le persiane, nascosti dallo sguardo indiscreto e impegnati a confabulare solo sul prossimo candidato sindaco. Il resto non importa. Non è “cosa nostra”.
Ma non possiamo evidenziare dissenso senza essere propositivi. Per recuperare l’ex Albergo Sicilia ci vogliono risorse e idee. In passato sono state avanzate diverse ipotesi: tornare albergo e ristorante, diventare un istituto agrario e alberghiero, diventare luogo di formazione e logistica, comunque in un’ottica di aderenza strategica alla villa comunale con un progetto di rilancio più ampio. Non entriamo nei dettagli perché questa non è la sede per approfondire.

Ma, in risposta alla giusta necessità di dare alle persone che vengono trattate disumanamente una soluzione coerente, c’è da fare una breve riflessione. Il Comune ha diverse strutture abbandonate vicine alle aree agricole, come l’ex falegnameria, solo per fare un esempio. Un edificio che, adeguato e ristrutturato, potrebbe accogliere mense, dormitori e spazi per il tempo libero e per il culto, lungo la strada che porta alle aree agricole dove operano questi lavoratori. Nello stesso tempo l’edificio è vicino alla città e per questo utile per avviare processi di integrazione e inclusione, azioni indispensabili per definirci una società civile. Penelope dovrebbe riconfigurare la sua proposta in questa direzione, evitando invadenze teleguidate da quel sottobosco di suggeritori locali che non fanno il bene della città, provocando fratture sociali. Allora è venuto il momento di dire chi siamo, se non vogliamo passare tutta la nostra vita a fare finta di essere solidali e simpatici a tutti. La verità provoca antipatie. Ogni tanto diventiamo antipatici e scopriamo le carte. Più razionalità nelle scelte, che non possono venire dal basso (meglio dall’alto, che si vede meglio), e meno fantasie ideologiche e di moda in certi ambienti. Siamo e restiamo umani, ma non toccate l’ex Albergo Sicilia e che la Città Metropolitana mostri più rispetto e maturità nei confronti di questa città.

Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

1 Comment

  1. Paternò un paese incivile, invivibile, non sicuro, grazie alle ultime tre amministrazioni!!!( mangano, naso e naso bis)

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