Il mantello di stelle, il castello nella roccia: tra Gangi e Sperlinga una domus accoglie artisti e poeti

Il mantello di stelle, il castello nella roccia: tra Gangi e Sperlinga una domus accoglie artisti e poeti

C’è un mantello di stelle che copre la terra. Un’epifania di luci che illumina il cielo.

Il mantello di stelle, il castello nella roccia: tra Gangi e Sperlinga una domus accoglie artisti e poetiUna rocca, un castello e un sentiero. Una coppia di amici che accoglie in festa dentro un vecchio fienile: una “domus” tra le valli, immersa negli ulivi, avvolta dai suoni della natura. Le rane, le lucciole, gli uccelli notturni e poi quelle piccole campane in movimento, mentre gli animali brucano l’erba. La notte, infinita e immersa nel silenzio dell’anima: solo la natura può sussurrare qualcosa. L’alba, straripante di luce, traboccante di vita, riapparsa come per miracolo.

Tra Sperlinga e Gangi c’è una fattoria, un rifugio, una casa che accoglie artisti, viaggiatori e poeti. Una casa dalle finestre magiche, con gli occhi puntati verso una terra morbida, un cielo terso, un concerto di esseri misteriosi e invisibili. Tra due città secolari, lungo un sentiero antico che collega il mare al mare, attraverso dolci montagne e vie sacre agli dèi, c’è Casa Arona.
Gangi è la sorpresa: inattesa, inebriante. Un piccolo borgo di pietra e arte che rinasce davvero. Un borgo dalle mille storie, antiche e moderne, drammatiche e felici. I Vespri, il prefetto Moro, l’abbandono e poi la rigenerazione, a partire dalle proprie risorse. Chiese, torri, vicoli e gente semplice. Lungo la sua via principale si sviluppa una galleria d’arte all’aperto che accoglie opere di pittura contemporanea di grande livello artistico, protette da teche di vetro incastonate nelle case della gente. E poi pavimenti di ceramica smaltata, merlature romaniche e gotiche, segni e simboli, dai leoni ai fasci. Un palinsesto di storia incastonato nella roccia, come una terrazza che guarda la valle e le morbide terre di grano dipinte d’oro.

Il mantello di stelle, il castello nella roccia: tra Gangi e Sperlinga una domus accoglie artisti e poetiOgni cosa è al suo posto: ogni insegna, pluviale, tubo e filo sembra progettato. Dal belvedere appare, come per incanto, un tappeto di tetti, con i coppi tutti uguali, dalle trame inattese, simili a geometrie impazzite. Un gigantesco paesaggio di coperture antiche, rugose e muschiate, percorse da licheni ordinati. Nella chiesa madre c’è un dipinto grande come un palazzo che racchiude mille personaggi: la Parusia del Giudizio Universale di Giuseppe Salerno, realizzata nel 1629. Sembra però di incontrare il Giardino delle delizie di Bosch, come se l’autore l’avesse visto. Un’opera nascosta dietro il presbiterio, a custodia della macchina scenica che accoglie san Nicola. E poi le catacombe, lo sfarzo del barocco e la luce che entra come una folgore al tramonto.
Il costruttore di tamburi irrompe nella strada, si muove, declama il suo lavoro; poi, come in una liturgia arcana, suona il tamburo e lo bacia. In quel momento la sua creatura lo abbandona per sempre: adesso appartiene al suo compratore, un viaggiatore inconsapevole del dono ricevuto.

Ma dall’altra parte del filo c’è Sperlinga, con il suo castello nella roccia: un gigante che custodisce una valle, con le case che assediano i suoi muri possenti. Dalla Preistoria ai Greci e ai Romani. Poi la storia delle grotte e dei rifugi, dei Bizantini, degli Arabi e dei Normanni. Un castello testimone del tempo, dimora e presidio, fatto di una pietra color miele. Una piccola città che sembra incorniciata, visibile da molto lontano come una scultura incompiuta: prima roccia che scivola verso il basso, poi tessuto e ricamo, come quelli che erano di casa da queste parti.
Ma una riflessione è necessaria. Servono idee nuove per preservare e valorizzare questi paesaggi. Occorre potenziare le reti digitali e della mobilità, per sostenere la produzione locale, collocarla in un mercato globale e consentire alla popolazione di restare, evitando che sia costretta a emigrare. È il tema delle aree interne, che richiede interventi forti. Si percepisce la volontà di agire e ne vale la pena, per tutto ciò che questo luogo produce: carni, formaggi, frumento, storia.
Un fine settimana dolcissimo, accolti come principi dentro una città e una natura benigne.

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Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

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