Paternò, la città che si è dimenticata di sognare

Paternò, la città che si è dimenticata di sognare

Governare un territorio, una città, una comunità significa, prima di tutto, avere una visione, immaginare un orizzonte possibile. Governare è un atto politico che ha bisogno di metodi e strumenti, di risorse e condivisione. Con uno sguardo rivolto alle questioni locali e l’altro alla geografia politica. Governare non significa decidere sugli altri, ma scegliere con gli altri. E le politiche urbane e territoriali non possono prescindere dalla memoria collettiva — che deve essere custodita e valorizzata — e dal legittimo desiderio di essere felici nel luogo in cui si vive.

La partecipazione alle scelte politiche è un nodo centrale da risolvere e troppo spesso si riduce a uno slogan da sbandierare. Scegliere o decidere è il tema più critico per molte comunità, che vengono spesso inghiottite da decisioni occasionali, avulse da una visione generale e figlie di una contingenza volatile. Tutti sono bravi a piantare un albero — anche sulla pietra — ma nessuno vede il bosco e le sue radure. La città raccoglie tensioni, desideri e spinte verso le direzioni più nobili, ma senza un quadro generale che renda tutto più organico e coerente.

C’è una profonda diffidenza verso gli strumenti di pianificazione. Siamo bravi a proporre l’idea più bella del mondo — per noi — ma abbiamo difficoltà a guardare da una distanza sufficiente a garantire l’armonia di un organismo vivente come la città. Piste ciclabili, musei, infrastrutture per la mobilità, scuole, presìdi sanitari, impianti sportivi e priorità negli interventi vengono spesso lasciati al libero arbitrio, all’intuizione del singolo o della lobby di turno, che misura tutto in funzione delle proprie opportunità: un finanziamento, un corridoio normativo, una necessità impellente. Il rischio è quello di impiantare nel corpo urbano due fegati vicini, un cuore malato, un polmone accanto al cervello e molto altro ancora.
Pianificare significa scegliere attraverso un processo che parte dall’analisi e arriva al progetto. Uno sforzo necessario che coinvolge l’intera comunità, in tutte le sue componenti sociali, economiche e culturali. La politica dovrebbe garantire tutto questo, promuovendo il dibattito senza scivolare nel “barabbismo” dell’uno vale uno, quello che delega a chiunque le scelte più delicate e strategiche per la città. Il quadro normativo attuale, se applicato correttamente, garantisce la qualità della partecipazione e l’efficacia dei risultati. Ma per fare tutto questo servono pazienza istituzionale e la capacità di guardare oltre l’oggetto, oltre il proprio orto, al di là del singolo tema, perché viviamo in un ambiente interconnesso, in cui una scelta compiuta a sud cambia le sorti del nord. Siamo nati e siamo ancora una costellazione di luoghi.

Il rischio è la mortificazione di molti temi critici a vantaggio di quelli dominanti. Prima vengono gli interessi personali o di categoria; poi, per quello che resta, gli altri, cioè la comunità. C’è una questione etica in tutto questo e la politica deve renderne conto. Non servono ricette magiche, ma condivisioni strategiche. E nel dibattito politico sembra quasi che le sole questioni da affrontare siano l’anagrafismo, il decisionismo e l’opportunismo. Ma la cosa peggiore è la miopia, la mancanza di visione. Non si investe sul turismo perché non c’è turismo. Non si investe sull’industria perché non c’è industria. E così via. L’idea è che non si vada avanti, non si programmi il futuro, ma si tenti di congelare il presente, pur sapendo che non è la città che vogliamo. È come se si fosse disattivata la funzione del sogno.
Non è pragmatismo. Non è funzionalismo. È apatia collettiva. Mentre altre comunità riescono a invertire la rotta, a cambiare direzione, trovando nuovi stimoli nel riuso dei beni culturali, nel sostegno al settore agroalimentare, nell’offerta di nuovi servizi, nel diventare hub dello sport, del commercio e dell’innovazione, le città spente si piangono addosso. Organizzano occasionali esercizi di immaginazione sulla possibilità di realizzare spazi commerciali ovunque o residenze fantasma. Ben poca cosa rispetto alle realtà più evolute.

Ma c’è un’altra questione che turba una comunità: la scomparsa delle risorse umane d’eccellenza. Quelle che hanno un sogno, quelle che hanno girato il mondo, quelle che hanno studiato e compreso, ma rimangono sottotraccia. Che fine ha fatto questo esercito di volenterosi, di tutte le età? Assenti dall’elenco dei protagonisti della città. Sconosciuti ai più. Con la valigia pronta per partire altrove. Hanno studiato, vissuto esperienze, maturato competenze, eppure non ci sono. Nell’elenco che circola da anni — sempre con gli stessi nomi — non compaiono novità. Una comunità che ha sepolto il proprio futuro. Che non valorizza le proprie risorse. E questo accade anche in molti altri settori.

Paternò, o se preferite Hybla Major, è sparita dai radar. Non compare in nessun elenco strategico. È una città che vedrà passare la metropolitana — e dobbiamo ringraziare, prima di tutto, la politica degli anni Settanta. Ma cosa realizzeremo tra vent’anni che sia stato pianificato oggi? Il Piano Strategico della Città Metropolitana di Catania ha individuato, per Paternò, come intervento strategico prioritario la dismissione dell’ex Albergo Sicilia. Viene da sorridere, per non piangere.
Nel frattempo, assistiamo al festival permanente dei candidati a sindaco, alla gestione di bandi di finanziamento piegati a logiche spesso incomprensibili, alla Torre di Paternò ridotta a semplice parafulmine. Mentre continuiamo a fissarci sulla bellezza delle nostre idee, il mondo corre in altre direzioni. Tanto Catania è vicina. Frequenteremo i suoi musei, le sue biblioteche, i suoi negozi.
Buona notte, ragione. È il tempo dei mostri.

Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

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