Architettura e dignità: quando lo spazio diventa cura

Architettura e dignità: quando lo spazio diventa cura

Siamo ancora in grado di realizzare opere di architettura funzionali allo scopo a cui sono destinate? È possibile tornare a vivere in spazi che rappresentano qualcosa, che sono portatori di un’idea, pensati per risolvere precisi compiti? Riusciamo ad emozionare chi abita i luoghi attraverso l’arte? L’architettura, quella più diffusa e praticata nelle città, sembra aver perso questa vocazione, sull’altare di un’omologazione tipologica e morfologica che sacrifica la triade vitruviana: “firmitas, utilitas e venustas”. Questa perdita di significato investe anche l’identità stessa dei luoghi. Come ricordava Aldo Rossi, la città è il luogo della memoria collettiva e le sue architetture contribuiscono a definirne il carattere e il riconoscimento.

Architettura e dignità: quando lo spazio diventa curaEscludendo i rari casi in cui è possibile apprezzare il “capolavoro”, progettato e realizzato con risorse importanti e circostanze fortunose, la maggior parte degli interventi che caratterizzano le città è più modesta, spesso una pantomima o, peggio ancora, un’imitazione approssimativa. Per qualunque tipo di abitare – collettivo, pubblico o privato – le città presentano pochissimi casi di architetture di qualità. Spesso ciò dipende dalle committenze, dalle risorse e dal contesto culturale.
Il rischio è comunque quello di pensare che la qualità del progetto dipenda da un’ingente disponibilità di risorse; questo è un equivoco ricorrente. Altrimenti non si spiegherebbero i tanti casi di “flop” sotto gli occhi di tutti dopo importanti investimenti. È vero che le opportunità sono sempre più risicate, ma alcune occasioni sono ricorrenti e quasi sempre sprecate. A partire dai progetti di ridisegno dello spazio urbano, come piazze, parchi, stazioni e parcheggi. Per non parlare dei centri commerciali, piccoli e grandi, sparsi ovunque nel territorio, pensati come repliche tipologiche atterrate come un elicottero in uno spazio qualunque. L’elenco è lungo: palestre, scuole, negozi, uffici, luoghi per la cultura e tanto altro, tutti conficcati dentro garage, appartamenti e spazi di fortuna. Fuori scala, inadeguati, con l’unico scopo di creare profitto facile. Nessuna attenzione alla qualità dello spazio.
Che la città abbia la necessità di adattarsi, di accomodare e di trovare soluzioni creative a basso costo ci può stare. Ma quando quasi tutte le palestre finiscono per occupare i garage dei palazzi, le scuole private i piani terra dei condomini e i centri per gli anziani gli appartamenti di periferia, la cosa si complica terribilmente. C’è la necessità di consumare meno suolo, ma questo non significa rinunciare a sostituire o ristrutturare il patrimonio costruito; non significa rinunciare alla piena funzionalità per accontentarsi di adattamenti forzati.

Architettura e dignità: quando lo spazio diventa curaUno spazio che deve offrire qualità ai bambini, come una scuola dell’infanzia, non può rinunciare agli spazi verdi, alle palestre, ai palchi per il teatro e alle biblioteche. I luoghi dove gli anziani vivono la fase più fragile della loro vita non possono prescindere dall’uso di laboratori, da finestre che rivolgano lo sguardo verso la natura e da spazi per la lettura e il cinema. Ovviamente stiamo proponendo esempi semplificati per provocare una riflessione. La qualità urbana non è un fatto astratto, ma riguarda la vita quotidiana delle persone. Jane Jacobs ha mostrato come la vitalità delle città dipenda dalla capacità degli spazi di favorire relazioni, incontro e partecipazione.
Sempre più spesso perdiamo il senso più profondo dell’architettura. Perdiamo la capacità di orientare, di progettare la giacitura delle fabbriche e di organizzare le relazioni a partire da esse. Come ha osservato Alvaro Siza, il monastero rappresenta uno dei pochi tipi edilizi capaci di integrare in maniera coerente le molteplici esigenze dell’abitare, del lavoro, della contemplazione e della relazione, mentre il condominio residenziale non ha avuto lo stesso successo. Forse le uniche architetture che sono ancora portatrici di identità sono rimaste le chiese e gli ospedali, ancora per poco. In fondo la città non è soltanto un insieme di edifici, ma un organismo complesso, fatto di relazioni economiche, culturali e sociali. Una visione che richiama le riflessioni di Lewis Mumford sulla città come espressione materiale della civiltà.

C’è una certa riluttanza a pensare di realizzare ristrutturazioni urbanistiche, di modificare il tessuto esistente per introdurre nuove opere. C’è una certa diffidenza nel trasformare parti significative di città con progetti più ampi e innovativi e vi è quasi un veto nell’utilizzare il concorso di idee per coinvolgere i progettisti nel proporre innovazione: meglio il tecnocrate di sempre. Le imprese si privano così della possibilità di sperimentare e di trovare nuove soluzioni che aumentino la redditività, rimanendo ancorate a vecchi schemi, non solo progettuali.
L’urbanistica offre nuovi scenari sul piano normativo, ma questi vengono spesso sprecati da conservatorismi autolesionisti. Le città devono osare; la collettività deve pretendere spazi congruenti e funzionali. Gli anziani devono pretendere luoghi per la vita che non siano prigioni dorate, ambienti depressivi o contesti che accentuano il senso di isolamento. Pensare a luoghi da abitare più belli non deve essere un lusso, ma una condizione ordinaria per tutti. Molto dipende dalla qualità delle proposte progettuali. C’è la necessità di pensare all’architettura etica, alle città gratuite, con spazi di qualità accessibili a tutti. C’è la necessità di avviare politiche urbane che migliorino la qualità della vita attraverso l’introduzione di parchi e viali verdi. La città è il luogo dove viviamo, studiamo e amiamo, e serve un nuovo paradigma. Una città realmente accessibile non è soltanto priva di barriere fisiche, ma è una città aperta, inclusiva e capace di favorire l’incontro tra persone diverse. Una prospettiva vicina alle riflessioni di Richard Sennett sulla città aperta.

Non solo isole per pochi, non solo centri benessere d’élite, ma una città che garantisca a tutti una panchina, un albero e una fontanella, tanto per cominciare. Sempre più spesso questi beni comuni risultano accessibili soltanto attraverso servizi a pagamento o modalità di fruizione riservate. L’architettura e gli architetti possono dare risposte a tutto questo attraverso un lavoro che parte dalla necessità di curare l’uomo e l’umanità.
La qualità dello spazio non è un lusso riservato a pochi, ma una condizione necessaria per la dignità umana e per il buon funzionamento della città (Elena Granata, La città è di tutti, Einaudi) Questa idea di città si fonda sull’identità dei luoghi, sulla qualità della vita quotidiana, sulla dimensione umana dello spazio e sull’inclusione sociale. Perché la città non è soltanto un insieme di edifici e infrastrutture: è il luogo dove una comunità decide ogni giorno quale idea di uomo e di futuro intende costruire.

Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

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