Le città non mostrano sempre tutta la loro storia. Spesso la nascondono senza saperlo. Talvolta, però, nasconderla è un gesto deliberato e consapevole. Le città sono un giacimento di racconti, di esperienze e di conflitti. In superficie rimane il ricordo di qualcosa, la traccia di un evento, i segni di un momento: croci, lapidi, liturgie. Un atlante infinito, ma frammentato, quasi irriconoscibile a occhio nudo.
La sfida di oggi consiste nel recuperare queste tracce, individuarne le relazioni e comprenderne i significati. Per farlo dobbiamo porci molte domande, chiederci il perché delle cose. Indagare le ragioni che hanno determinato un allineamento, un linguaggio, una gerarchia, nello spazio urbano come in quello naturale. Significa ricostruire la storia del paesaggio.
Come una radiografia da interpretare, il paesaggio conserva ogni indizio utile a comprenderne la metamorfosi. Ma perché è indispensabile indagare in questa direzione? La risposta è semplice: il nostro futuro dipende dalla conoscenza del passato o, forse sarebbe più corretto dire, dalla conoscenza delle trasformazioni, dei processi evolutivi e dei cambiamenti. Non si tratta di conoscere un modello statico, ma di cogliere la dimensione dinamica di tutto ciò che ci circonda.
Nino Tomasello, storico iblense-paternese, dedicò gran parte del proprio tempo alla promozione dell’Atlante della Memoria, ossia alla costruzione di una banca dati che, se opportunamente studiata, avrebbe potuto restituire il senso profondo dell’identità di questo territorio e del suo rapporto con la geografia politica, culturale ed economica che negli ultimi decenni si è progressivamente smarrita.
Non è questa la sede per interrogarsi sulle cause di tale perdita. È invece importante sottolineare la necessità di riprendere il percorso che Tomasello aveva intrapreso. Un percorso che si inserisce nel solco della tradizione degli storici locali che, da Colonna nel XVIII secolo fino a Giordano nel XXI, hanno tentato di riordinare la storia cittadina, spesso senza una metodologia condivisa e senza un quadro interpretativo complessivo.
Oggi è necessario esplorare, prima che scompaiano gli ultimi testimoni, nuovi ambiti di ricerca, a partire dalle mappe di comunità. Si tratta di strumenti di analisi e di indagine finalizzati a raccogliere in modo sistematico quella preziosa documentazione costituita dalla memoria informale. Interviste selezionate e mirate possono diventare uno strumento fondamentale per ricostruire vicende, relazioni e significati.
Oggi più che mai serve una campagna di ricerca rivolta agli anziani. In un mondo sempre più fluido, dominato dall’iperinformazione, rischiamo infatti di perdere lo strato più profondo della nostra identità. Pensiamo al dialetto, ai linguaggi, alle liturgie civili e religiose; ai toponimi, alle gerarchie dello spazio urbano, ai simboli e ai significati di tante cose che vediamo ogni giorno senza realmente guardarle. Pensiamo ai mestieri scomparsi, alle fontane, ai soprannomi e a molto altro ancora. Un patrimonio immenso che rischia di svanire perché non è mai stato catalogato, studiato e interpretato.
Si delinea così un progetto di recupero della memoria con profonde implicazioni sociali e culturali, capace di creare nuovi legami, rafforzare il senso di appartenenza, favorire l’inclusione e promuovere una cittadinanza più consapevole.
Per essere davvero utile, però, questo lavoro non può fermarsi alla mappatura di comunità. I dati raccolti devono essere pubblicati, sintetizzati, analizzati e trasformati in strategie concrete, evitando che rimangano semplice letteratura o sterile archivio.
Proviamo a delimitare il campo di indagine. Come si chiamava anticamente piazza Santa Barbara? Dove si trovava la Via delle Croci e quale significato aveva? Esiste davvero un quartiere denominato Galermi a Paternò? Per quale motivo i Carmelitani si trasferirono dall’area dell’attuale convento presso i Cappuccini verso piazza Santa Barbara? Dove scorrono gli antichi canali d’acqua sotto la città contemporanea?
Lo storico locale Gaetano Savasta, ma prima ancora Colonna, Bellia e Napoli, hanno raccontato episodi della storia cittadina che, ricomposti insieme, permettono di ricostruire un mosaico estremamente significativo. Possiamo comprendere perché esista il Piano Cesarea oppure cosa fosse la Via Patellina. Il cambiamento sistematico della toponomastica potrebbe avere contribuito alla cancellazione della memoria collettiva.
Dove venivano prodotti i filati e i tessuti della città? È necessario raccogliere e conservare i “file” della memoria custoditi dagli anziani prima che vadano definitivamente perduti e nessuno possa più restituirceli.
Gli anziani rappresentano una risorsa inestimabile. Non soltanto perché conservano il ricordo del passato, ma perché ci aiutano a comprendere le ragioni profonde delle trasformazioni che hanno interessato la città e a interrogarci sul perché, soprattutto dagli anni Novanta in poi, si sia tentato di cancellare una parte così rilevante della nostra memoria collettiva. Ogni anziano che scompare porta con sé una biblioteca che non è stata ancora letta. Il tempo per salvarla è adesso. Ma questo tema è valido solo per Paternò oppure riguarda uno spazio culturale più ampio?
