Racconti urbani, la corte segreta di Ortigia: una danza di sguardi e di mani

L’estate sta finendo, le città sono vuote e tutto può accadere. Dentro una corte, tra i vicoli della città vecchia s’insinuano le storie più intriganti. Sensualità e mistero possono penetrare fin dentro le pietre. Un altro racconto breve per narrare ancora una volta il rapporto tra gli uomini – con le loro storie – e lo spazio urbano. La narrazione del paesaggio urbano passa anche attraverso la danza, di sguardi e di mani, che un uomo e una donna celebrano al tramonto, tra i vicoli della vecchia Ortigia. Il teatro di quest’incontro è il dedalo di vie che tesse l’armatura immaginifica di una qualunque città del mediterraneo. Una storia inattesa e fulminante. Un tempo istantaneo per ritrovarsi e allora arrivo da dietro…
«Arrivò da dietro. Attese l’ultimo scatto. Un tempo sospeso. Era già da cinquantanove minuti che esploravo le budella della città antica. La macchina fotografica rubava frammenti di Ortigia. L’ultimo, prima di trovarla.

Il vestito di stoffa fiorata, accarezzava il suo corpo leggero. Sembrava che la brezza marina gonfiasse le vele indossate. Era sempre vestita di una corazza di lana, colorata di viola e ora appariva una donna del sud. La danza dell’incontro cominciò con un bacio e l’abbraccio di corpi impacciati.

Improvvisamente mi mancò l’aria. Come quando si guarda il cielo nei pomeriggi di maggio e il sole si nasconde dietro le montagne d’argilla. I ragazzi della borgata continuavano nel frattempo a dare calci al pallone sotto le luci arancioni.

Nascosto dall’oscurità, l’abside di una chiesa barocca, in fondo ad una viuzza, preannunciava una corte segreta. Avrei voluto fermare il tempo. Lo spazio era inatteso. Una sorpresa di palme, di pietre, di luci.

Ci avviammo tra i tavoli di una trattoria. Era sempre quella per lei. Io misuravo lo spazio. Desideravo guardarla, in modo che il suo viso fosse inondato di luce. Desideravo sentire la sua voce e rubare i suoi sorrisi, quando è lontana dalla corte di Bisanzio.

Ordinammo la cena: di pesce, il vino e il dolce. Osservavo le sue dita che danzavano disegnando nell’aria figure di draghi.

I segreti delle donne dell’harem e le loro umane debolezze accompagnavano la nostra conversazione. Vino e cibo prelibato abbiamo gustato fino a quando la luna ha voluto. I corpi ormai stanchi dalla giornata appena passata, impedivano i movimenti.

Fu allora che come d’incanto, sfilò dalla sua borsa il rossetto ambrato. Con un gesto sensuale, lo portò sulle labbra. Sfiorò quella carne gustosa con gesti antichi di donna. Nello stesso momento sciolse i suoi lunghi capelli sulle spalle.

E’ un mistero antico che ogni donna celebra come una messa. Un rito. Tornai alla corte segreta. Rividi le montagne d’argilla. Il mare che incontra la terra. Resistetti alla tentazione di sfiorarla con i miei occhi. Rubai questa fotografia per il mio album di ricordi. Sentivo l’afa che soffocava la mia anima.

La notte era già profonda, fu allora che trovammo la strada per rincasare. Il giorno dopo era la festa del paese nuovo. Trovai sul letto di quella camera d’albergo, l’altare perduto… poi, perso tra le lenzuola di lino, il sogno.

Ritorno ancora oggi nelle budella della città, ad Ortigia. Cercando tra le corti segrete la luna di quella notte. I capelli sciolti tra le mani pittate di vernice nera e le labbra morbide di carne»

E’ una magia, il modo come viviamo la città, in ogni angolo. Basta sapere osservare e riconnettere la dimensione fisica a quella immaginifica nella nostra vita quotidiana. Letture d’agosto, letture di fine estate, per raccontare una corte segreta.

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Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

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